Anno 2005

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L'intervento Nato in Sudan, profilo basso

Franco Apicella, 11 maggio 2005

Alle due principali istituzioni internazionali oggi presenti con missioni militari in Sudan, l'Onu e l'Unione Africana (Au), potrebbe presto aggiungersi, seppure con diverse modalità, la Nato. Lo scorso 26 aprile l'Alleanza ha aderito alla proposta di iniziare colloqui esplorativi con l'Au per un possibile supporto logistico nel quadro dell'incremento del contingente dell'Unione da 2.200 unità a oltre 7.700.

L'Unione africana aveva deliberato il 20 ottobre 2004 di schierare nella regione del Darfur un primo contingente di 50 militari nigeriani, seguiti poi da 237 uomini provenienti dal Ruanda, dando così l'avvio alla missione dell'Au in Sudan (Amis). L'entità numerica del contingente, anche se raggiungesse la cifra prevista, appare inadeguata a fronte della vastità del teatro di operazioni esteso quanto la Francia. I veri e propri peacekeepers non supererebbero i 5.500, mentre i rimanenti sarebbero osservatori militari e unità di polizia civile.

Secondo l'inviato delle Nazioni unite Jan Pronk l'azione dei militari di Amis è stata efficace, ma il loro numero dovrebbe raggiungere 12.000 e il loro mandato dovrebbe essere più stringente. Su quest'ultimo punto tuttavia l'Unione africana nel suo recente vertice di Addis Abeba non si è pronunciata. Il ricorso al supporto logistico della Nato, soprattutto in termini di comunicazioni e trasporto aereo, sembra dunque una comoda soluzione di compromesso per colmare le lacune. Le prime indicazioni verranno dalla visita che il presidente dell'Unione africana Alpha Oumar Konare farà a Bruxelles il prossimo 17 maggio.

Le Nazioni Unite dal canto loro avevano già disposto con la risoluzione del Consiglio di sicurezza n. 1547 dell'11 giugno 2004 l'avvio della missione Unamis (United Nations advance mission in Sudan), diventata Unmis con la successiva risoluzione 1590 del 24 marzo 2005. Il Consiglio di sicurezza ha stabilito che la missione sarà composta da 10.000 militari oltre a una adeguata componente civile tra cui 715 unità di polizia. Si colloca in questo contesto l'invio in Sudan di un contingente di circa 220 uomini della Folgore deciso nel giorni scorsi dal governo italiano.

E' poco probabile che la richiesta fatta alla Nato dall'Unione africana possa comportare qualche contributo da parte italiana. Gli assetti richiesti, soprattutto quelli per il trasporto aereo, sono particolarmente pregiati e di fatto il contributo potrebbe venire quasi esclusivamente dagli Usa. L'amministrazione americana dal conto suo si era mostrata molto sensibile al problema sudanese già dallo scorso anno con il viaggio dell'allora segretario di Stato Powell. Tutto dunque lascia pensare a un buon lavoro a livello diplomatico tra Usa e Au sotto l'egida discreta dell'Alleanza atlantica.

Infatti, nel discorso tenuto a Tunisi lo scorso 28 aprile il segretario generale della Nato Scheffer non ha fatto alcun cenno alla proposta avanzata proprio il giorno prima dall'Unione africana. Al contrario di altre occasioni in cui il segretario generale si era sbilanciato - per esempio ipotizzando un possibile ruolo della Nato nella composizione del conflitto israelo-palestinese - sembra che sull'argomento Sudan il profilo venga mantenuto basso. Questo atteggiamento è peraltro comprensibile se si guarda con realismo agli impegni assunti ad oggi dall'Alleanza e alle risorse che i vari paesi sono disposti a mettere in campo. Ciò non toglie che gli Usa possano e vogliano soddisfare le richieste dell'Unione africana etichettando il loro contributo con l'emblema della Nato.

Il panorama politico e militare del Sudan si sta dunque facendo sempre più affollato di presenze multinazionali. Tra le righe però si può leggere qualcosa di diverso. L'approccio degli Usa verso l'Africa è quello di indurla a risolvere in proprio i suoi problemi. "Leadership will remain the ultimate wild card" si leggeva nel rapporto del National Intelligence Council pubblicato lo scorso gennaio su quello che sarà il mondo del 2020. Il supporto alla missione dell'Unione africana ottiene tre effetti: asseconda la Nato nella sua continua espansione, accredita un soggetto politico africano, sminuisce indirettamente il prestigio dell'Onu.

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