Anno 2005

Cerca in PdD


Il viatico dell'ammiraglio Di Paola al generale Cecchi

Franco Apicella, 20 luglio 2005

Tra pochi giorni il generale Filiberto Cecchi assumerà l'incarico di capo di stato maggiore dell'Esercito e indirettamente ha già ricevuto un viatico importante e soprattutto vincolativo. Si tratta del discorso che il capo di stato maggiore della Difesa ammiraglio Giampaolo Di Paola ha pronunciato il 22 giugno alla cerimonia di chiusura dell'anno accademico del Centro alti studi della Difesa. Come già quello tenuto lo scorso anno nella stessa circostanza, è stato un intervento molto articolato e approfondito sia negli aspetti tecnico militari sia in quelli di politica di difesa, sempre in chiave pragmatica e programmatica.

Era inevitabile che l'ammiraglio Di Paola facesse qualche riferimento, pur senza nominarle, alle polemiche seguite alla recente intervista rilasciata dal capo di Sme uscente, generale Fraticelli. Stigmatizza il capo di Smd "che qualsiasi confronto o valutazione di tipo percentualistico-matematico sarebbe totalmente fuori luogo a fronte dei razionali capacitivi presi a riferimento". Il dato di partenza è la consistenza numerica delle Forze armate fissata dal Parlamento nell'attuale modello professionale a 190mila uomini. L'ammiraglio ritiene che questa sia una "dimensione […] coerente e proporzionata alle oggettive esigenze di sicurezza nazionali".

Nel bilancio delle risorse materiali le spese per il personale hanno impegnato nel 2005, come riferisce lo stesso ammiraglio Di Paola, il 58 per cento della "funzione difesa". Rimane un 42 per cento su cui tutto sommato si può giocare il futuro delle Forze armate visto che, parafrasando uno degli argomenti sollevati dall'intervista del generale Fraticelli, con quelle risorse si dovrebbe decidere tra una portaerei e una brigata. Fortunatamente i programmi del capo di Smd non si fermano ai 190mila uomini di cui si accontenta il Parlamento ma definiscono nel dettaglio la fisionomia delle Forze armate italiane nei prossimi 15 anni.

Prima però l'ammiraglio sottolinea la relatività della dimensione quantitativa e ricorda che allo scoppio della crisi del Golfo nel 1990 l'Italia, che pure disponeva di 340mila uomini alle armi, contribuì alla "missione per la liberazione del Kuwait […] con un dispositivo navale e aereo, piuttosto ridotto, di qualche migliaio di uomini". Oggi "con una riduzione di oltre il 40 per cento degli organici" ci sono "20mila uomini e donne impegnati quotidianamente in operazioni reali".

E' vero che all'epoca del Golfo l'Esercito era ancora quello della frontiera orientale e della soglia di Gorizia, ma in poco più di due anni sarebbe stato impiegato in Somalia e sarebbe stato anche disponibile a dare i suo contributo per il Kuwait, se solo ci fosse stata la volontà politica. Per non rinverdire sterili polemiche è comunque preferibile che rimangano nel cassetto le lettere con cui il capo di Sme pro tempore comunicava e documentava la disponibilità di una componente terrestre pesante.

L'ammiraglio Di Paola dà atto che oggi "lo sforzo maggiore per adeguarsi ai nuovi scenari, rendendo disponibile il contributo numerico più sostanzioso" è sostenuto dalle forze terrestri. Chiarisce però che "dimensione quantitativa ed efficacia operativa non sono legati da relazioni di proporzionalità, ma da una funzione capacitiva non lineare, i cui diversi fattori devono essere valorizzati in misura coerente".

Un esempio: la capacità non è data dal numero delle piattaforme in inventario ma dalla sommatoria della loro disponibilità in relazione allo stato di efficienza e della loro efficacia nel contesto operativo. Non è certo una novità, ma è determinante il fatto che sia detto a chiare lettere dal vertice militare della Difesa, dopo che per decenni a ogni ristrutturazione l'Esercito si è sentito ripetere che bisognava ridurre la quantità per migliorare la qualità, quasi fosse una operazione matematica dai risultati garantiti.

Nel soffermarsi sulla dimensione capacitiva delle Forze armate il capo di Smd pone in evidenza le caratteristiche delle missioni future: multidisciplinarietà, effetto sinergico tra azione militare e di altra natura (diplomatica, economica, sociale), capacità di intervento nell'intero spettro delle operazioni. La parola guerra non è mai pronunciata salvo quando viene evocato l'adagio con cui si rimproverano i militari di "prepararsi alla prossima guerra sulla base degli insegnamenti dell'ultima combattuta".

L'ostracismo alla parola guerra è stato da tempo dichiarato anche dal ministro della Difesa che in una intervista non aveva escluso di potere cambiare il nome del suo dicastero in ministero della Pace. Guerra o conflitti o missioni che si vogliano chiamare resta il fatto che occorre prepararsi a quelli di domani, anche se non si può prescindere da ciò che sta accadendo oggi. Riferendosi in particolare alle capacità di tipo combat ad alta intensità il capo di Smd dice che "come tecnico militare responsabile della pianificazione di lungo termine dello strumento militare" non può e non deve escluderle.

Quello delineato dall'ammiraglio Di Paola è "uno strumento intrinsecamente expeditionary, in grado di esprimere le capacità che vengono sempre più richieste dalla Nato e dall'Ue ai Paesi membri". Viene quindi indicato l'obiettivo di riequilibrare il bilancio della Difesa con spese equamente ripartite al 50 per cento tra personale ed esercizio-investimento, tendendo all'ottimale costituito dal 40 per cento di spesa per il personale. Ciò pone in maniera ancora più impegnativa il problema della gestione di quel 50 o addirittura 60 per cento di bilancio che si traduce nelle capacità materiali dello strumento.

La decisa connotazione interforze, la piena integrazione nelle realtà multinazionali, le capacità expeditionary e net-centriche sono gli obiettivi da perseguire. Ma il capo di Smd ha indicato anche le tappe salienti del percorso con cui costruire questo strumento e i principali provvedimenti che interessano diverse componenti di Forza armata e specialistiche. Tutto ciò potrà essere accolto con entusiasmo o freddezza, in relazione ai diversi e pur comprensibili interessi tuttora presenti nei vari settori della Difesa.

Se è vero, come ha affermato l'ammiraglio, che "il processo di trasformazione […] è una strada ancora lunga che le Forze armate sono chiamate a percorrere in un continuum […] secondo il principio del transforming while operating", ci saranno il tempo e le opportunità per modificare o perfezionare la trasformazione secondo buon senso ed esperienza acquisita sul campo. E questo è ciò che potrà fare il generale Cecchi nel suo prossimo mandato.

Ma soprattutto occorre che le Forze armate mantengano la capacità di progettare il proprio futuro che hanno acquisito a dispetto - o forse proprio in virtù - della modesta attenzione che loro riserva una classe politica di altrettanto modesta competenza e della partecipazione prevalentemente umorale della pubblica opinione.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM