Anno 2005

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Gli Usa all’Europa: noi facciamo la guerra, voi lavate i piatti

Franco Apicella, 11 novembre 2005

Lo scorso ottobre il Center for Strategic and International Studies (Csis) ha pubblicato il documento “European Defense Integration: Bridging the Gap between Strategy and Capabilities”. Il Csis ha sede a Washington e si definisce come ente “privato, non di parte ed esentasse”. Lo studio è stato condotto da un piccolo gruppo di ricercatori con la collaborazione di militari europei di spicco - molti ex capi di stato maggiore della Difesa - tra cui il generale italiano Mario Arpino. In calce alla premessa ci sono le firme del generale tedesco Klaus Naumann già presidente del Comitato militare della Nato e del generale Usa Joseph Ralston già comandante supremo delle forze alleate in Europa (Saceur).

L’integrazione di cui parla il titolo costituisce il filo conduttore del lavoro, esteso sostanzialmente a quattro campi di indagine: le politiche di Difesa delle nazioni europee; la Nato, l’Unione Europea e l’integrazione tra le due organizzazioni; il ruolo dell’industria della Difesa; proposte per una nuova metodologia. Ciascun capitolo, secondo la consuetudine statunitense, si conclude con una serie di “recommendations” dirette alle nazioni europee, alla Nato e all’Unione Europea.

Negli Usa lo studio è stato commentato come un segnale di riavvicinamento verso l’Europa. Una Difesa europea forte non sarebbe in contrapposizione alla Nato, come paventato fino a poco tempo fa, ma potrebbe giovare anche agli interessi statunitensi. Verrebbe così superata l’interpretazione limitativa del cosiddetto Berlin plus agreement, quella secondo cui l’Ue può utilizzare capacità militari della Nato senza costituire una propria struttura integrata ad hoc.

I problemi principali della Difesa nei paesi europei sono individuati nella carenza di pianificazione a lungo termine, nei bilanci inadeguati, nella spesa valutata eccessiva per il personale e insufficiente per ricerca e sviluppo, nella permanenza di componenti obsolete dello strumento militare. Alla base c’è una constatazione pesante, ma sostanzialmente rispondente al vero: “European leaders have generally lacked the political will to do what is necessary to close this strategy-capabilities gap”.

Occorre tuttavia riconoscere che il rischio, da cui scaturisce la volontà di dotarsi di strumenti di difesa, è percepito dall’opinione pubblica e dai leader in maniera molto diversa non solo tra le due sponde dell’Atlantico ma anche tra i paesi dell’Unione europea. Lo studio, pur prendendo atto di questo impasse politico, ha il pregio di superarlo confidando evidentemente nella capacità dei responsabili Nato, Ue e dei paesi europei di recepire le recommendations. Tra i tanti suggerimenti - la maggior parte condivisibili anche se scontati - almeno due vanno presi con cautela.

La Nato dovrebbe rivedere, adeguandolo alla realtà attuale, il Concetto strategico formulato nel 1999 e successivamente ampliato con gli impegni assunti nel vertice di Praga. Questo sforzo di innovazione concettuale dovrebbe essere pilotato dall’Allied command for transformation (nato per trasformazione di Saclant - Comando supremo alleato dell’Atlantico - con sede a Norfolk, Virginia, ndr). Si rimane tuttavia perplessi nel leggere che il risultato del vertice di Praga è stata “la creazione di una nuova struttura di comando intesa a snellire l’alleanza della Nato. Questa nuova struttura è costruita attorno a un singolo Comando strategico per le operazioni a Shape (Comando supremo delle potenze alleate in Europa) in Belgio”. In realtà la struttura militare della Nato comprende i due comandi paritetici, Allied command for transformation e Allied command for operations, quest’ultimo costituito nell’ambito di Shape.

In definitiva, secondo gli estensori del documento, gli indirizzi di policy per la Nato dovrebbero venire esclusivamente da un comando che per consuetudine e collocazione geografica è il più Usa dei comandi Nato. Questa azione di indirizzo andrebbe attivata anche in Europa, dove “ la cooperazione tra Shape e Uscentcom (Comando centrale Usa) e Useucom (Comando Usa in Europa) dovrebbe essere incrementata e rafforzata”. Per quanto nuova nella forma, si tratta di una formulazione ancora più esplicita del tradizionale ruolo trainante degli Usa nella Nato.

L’altro suggerimento da leggere con cautela riguarda l’Unione Europea, alla quale si propone un “Berlin plus in reverse”. Riconoscendo che l’Ue ha sviluppato notevoli capacità di agenzie civili e di forze dell’ordine (civilian and constabulary) per le operazioni di gestione delle crisi, lo studio ritiene auspicabile un accordo che consenta alla Nato di accedere a queste risorse, così come l’Ue può utilizzare assetti militari della Nato. Al tempo stesso però si mette in guardia l’Ue a non focalizzarsi solo su queste sue capacità, pena l’essere relegata al “doing the dishes” al termine dei combattimenti, ovviamente sostenuti dagli Usa.

Il pericolo di questa marginalizzazione è reale e lo è molto più per l’Europa che per gli Usa. Una buona parte dell’opinione pubblica europea, alimentata di pacifismo anche dagli atteggiamenti di alcuni governi, è propensa a legittimare solo il “doing the dishes”. Gli strumenti militari vengono percepiti sempre più volentieri come surrogati di forze internazionali di polizia. Senza andare molto lontano, può indurre a questa convinzione anche la recente intervista del ministro italiano della Difesa Martino che ha posto in primo piano il ruolo dei Carabinieri negli attuali teatri operativi.

Ci sarebbe poi da verificare quanto dispiaccia agli Usa trovare qualcuno pronto a gestire al loro posto la fase post combattimento. L’esperienza sta dimostrando che questa fase è altrettanto onerosa di quella che la precede, soprattutto in termini di uomini e di durata. Poter contare a priori su capacità fornite da altri eviterebbe le sorprese che stanno complicando la vita agli Usa in Iraq.

A conferma indiretta della malcelata intenzione di suddividere il lavoro c’è anche l’indicazione dei progetti da sviluppare. La Nato, appoggiandosi prevalentemente alle industrie Usa, dovrebbe occuparsi di trasporto aereo strategico, rifornimento in volo, sistemi C4ISR (comunicazioni e intelligence, per semplificare) basati su piattaforme spaziale e aeree. All’Ue e alle industrie europee andrebbero Uav (Unmanned aerial vehicles), reti di comunicazioni e sensori avanzati.

L’intenzione di rinsaldare il legame transatlantico, pubblicizzata dalla stampa Usa, potrà forse avere raggiunto il suo scopo a livello politico. A livello tecnico militare e per chi legge tra le righe, al di là delle recommendations che facilmente ciascun ministero, comitato o stato maggiore sarebbe in grado di formulare, c’è il rischio che le proposte più spinte possano suscitare diffidenze o quanto meno cautele anche negli alleati più fidati.

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