Anno 2005

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Quando il Patto di Varsavia giocava alla guerra nucleare

Franco Apicella, 2 dicembre 2005

In una conferenza stampa tenuta il 25 novembre scorso il ministro della Difesa polacco Radoslaw Sikorski ha presentato la carta topografica di una esercitazione del Patto di Varsavia del 1979. Lo scenario prevedeva che, in risposta a un conflitto iniziato dalla Nato, le truppe del Patto conducessero una controffensiva fino a raggiungere il confine franco-tedesco in sette giorni; l’esercitazione infatti si chiamava “Sette giorni al fiume Reno”. Sulla carta erano evidenziati gli interventi nucleari effettuati da entrambi i contendenti.

Il documento è una delle 1.700 pagine degli archivi militari della Polonia che verranno rese pubbliche il prossimo 2 gennaio. Secondo il ministro “ciò è determinante per far capire al paese che la Polonia era un alleato non consenziente (unwilling) dell’Unione Sovietica durante la guerra fredda”. Più pragmatica è stata invece una frase del comandante dell’Accademia militare centrale Waldemar Wojcik che ha dichiarato: “Ho visitato il Pentagono nel 2001 e mi sono state mostrate carte che erano l’immagine speculare di questa”.

La vista dei funghi atomici posizionati sulle maggiori città tedesche, su Anversa e su Bruxelles ha attirato più di ogni altra cosa l’attenzione dei commentatori; si trattava dei simboli che rappresentavano gli ordigni nucleari impiegati dal Patto di Varsavia per neutralizzare l’attacco Nato. Erano tuttavia indicati anche gli interventi che la Nato avrebbe effettuato per ritorsione sulle unità avversarie schierate lungo la Vistola e su città come Praga e Varsavia. Precisando che gli effetti sarebbero stati stimati nella perdita di due milioni di civili polacchi Sikorski ha detto: “Questo dimostra che l’esercito polacco sarebbe stato impiegato in una operazione che avrebbe portato all’annientamento nucleare del nostro paese”.

Secondo Isn Security Watch il nuovo governo polacco di Lech Kaczynski, in carica da un mese, rischia di provocare reazioni a Mosca con queste sue rivelazioni. Nel 1991 era stato stipulato l’accordo di non declassificare alcun documento del Patto senza l’assenso di tutti i paesi membri; tuttavia il ministro della Difesa polacco ha ricordato che il suo paese non ha mai ratificato l’accordo. Se la Polonia ha deciso di aprire gli archivi avrà senz’altro le sue buone ragioni, peraltro facilmente intuibili. Sarebbe tuttavia da evitare il sensazionalismo su documenti che vanno inquadrati nel contesto politico strategico a cui si riferiscono.

Il 1979 era stato un anno cruciale per la Nato. Tre anni prima si era individuata l’esigenza di migliorare le forze nucleari di teatro e nella riunione ministeriale di Bruxelles del 12 dicembre 1979 veniva presa la decisione del “doppio binario” (dual track): contestuale ammodernamento delle forze nucleari di teatro e prosecuzione delle trattative per il controllo degli armamenti. Il risultato fu lo schieramento in Europa degli euromissili, componente essenziale delle Inf (Intermediate nuclear forces), a partire dal 23 novembre 1983. Un mese prima, con la decisione di Montebello (Canada) i ministri della Difesa della Nato avevano annunciato il ritiro di 1.400 testate nucleari dall’Europa.

La contraddizione era solo apparente: si trattava infatti di schierare nuovi sistemi d’arma più adeguati alla minaccia nucleare sovietica che si era fatta sempre più temibile proprio nel settore delle armi di teatro. La Nato avrebbe così avuto a disposizione un ventaglio di opzioni che dava maggiore credibilità alla strategia della risposta flessibile. Questa strategia, ufficialmente annunciata con il Rapporto Harmel approvato dal Consiglio atlantico nel dicembre 1967, superava la precedente dottrina della ritorsione massiccia (massive retaliation) adottata dall’Alleanza nei suoi primi anni.

Occorre precisare che si può parlare di una vera e propria dottrina nucleare Nato solo a partire dai primi anni 60. In precedenza sarebbe più corretto parlare di policy nucleare Usa, che peraltro già nel giugno 1962 veniva pubblicamente definita da Mc Namara “counterforce/no-cities”. La distruzione indiscriminata dell’avversario era sostituita da attacchi mirati su obiettivi strategici quali basi aeree, missilistiche e di sottomarini, siti della difesa aerea, centri di comando e controllo. La successiva dottrina della risposta flessibile poneva decisamente fuori causa l’ipotesi di città come obiettivi.

Nell’ottica di quella specularità di cui ha parlato il comandante dell’Accademia militare polacca, è difficile pensare che il Patto di Varsavia non abbia a sua volta aggiornato nel corso degli anni le priorità della sua lista obiettivi, in cui forse le grandi città potevano rappresentare solo una ultima sciagurata opzione. Diverso è il discorso delle simulazioni o delle esercitazioni. Per potere esprimere una valutazione attendibile sulla esercitazione “ Sette giorni al fiume Reno” sarebbe necessario conoscerne la natura.

Potrebbe essere stata, per esempio, una esercitazione per la pratica delle procedure relative all’impiego delle armi nucleari. In questo tipo di attività lo scenario sarebbe stato un mero supporto, poco più che cartografico, finalizzato alla pratica e alla verifica dei meccanismi di comando e controllo che regolano l’impiego - e soprattutto l’autorizzazione all’impiego stesso - delle armi nucleari. In questo caso gli obiettivi scelti sulla carta non avrebbero avuto alcun nesso con la pianificazione operativa reale.

Fa un certo effetto parlare oggi di strategie nucleari, ma questo è stata in realtà la guerra fredda. Per assurdo si potrebbe dire che alla fine si è trasformata in una grande vittoria della storia dell’umanità, perché si è conclusa senza che quelle armi fossero impiegate. Sarà difficile richiudere completamente il genio nella bottiglia, ma nel ricordare la sua esistenza e la sua storia è necessario farlo con freddezza.

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