Anno 2005

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Come la Nato trasforma la propria dimensione politica in planetaria

Franco Apicella, 9 dicembre 2005

Si è svolta il 1° dicembre a Doha, capitale del Qatar, una conferenza che ha riunito vertici della Nato, rappresentanti di paesi del Golfo ed esponenti della Rand Corporation Usa. L’incontro ha costituito la prima tappa significativa della Istanbul Cooperation Initiative (Ici) lanciata dall’Alleanza il 28 giugno 2004 in occasione del vertice tenuto nella città turca. All’epoca l’iniziativa passò quasi in sordina perché l’attenzione era concentrata sul passaggio di poteri in Iraq tra il governatore Bremer a capo dell’autorità provvisoria della coalizione e il premier Allawi primo capo del provvisorio governo iracheno.

L’Ici è nata ricalcando lo schema che aveva determinato il successo della Partnership for Peace: viene offerta agli Stati di una ampia area geografica la possibilità di cooperare con la Nato nei settori della difesa e della sicurezza. La particolarità sta nell’approccio bilaterale, per cui ciascun paese sceglie le attività e i momenti in cui impegnarsi nel quadro delle proposte complessive. Il primo interlocutore dell’Ici, anche nella conferenza di Doha, è stato il Gulf cooperation council (Gcc) formato da Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Kuwait, Oman, Qatar.

Al momento hanno aderito all’iniziativa Bahrain, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar, ma anche gli altri due Paesi hanno manifestato il loro interesse. Ciò che alla fine dovrebbe ampliare il numero è la capacità di “adeguare la nostra cooperazione a circostanze ed esigenze specifiche nazionali o regionali”, ha detto il segretario generale della Nato Scheffer, sottolineando che l’approccio “one-size-fits-all” non può funzionare. Questa dimensione marcatamente multilaterale e politica che investe attività di carattere anche militare deve essere stata gradita dagli interlocutori, a giudicare dalle reazioni della stampa mediorientale.

Tra le testate che hanno reso conto della conferenza c’è stata anche l’agenzia iraniana Irna che il 30 novembre ha annunciato l’evento con informazioni dettagliate, inclusa la notizia della visita svolta da una delegazione saudita al quartier generale della Nato a Bruxelles lo scorso settembre. Irna ha solo omesso di citare la partecipazione della Rand, che pure ha avuto la sua importanza nell’economia generale dei colloqui.

Probabilmente è stata proprio la composizione della delegazione statunitense a facilitare le cose. Oltre ai rappresentanti della Rand, uno dei maggiori think-tank in materia di difesa, per gli Usa era presente il generale Wesley K. Clark, già comandante supremo della Nato in Europa e successivamente candidato alla presidenza Usa nel campo opposto a quello del presidente Bush. Se doveva essere una dimostrazione di multilateralismo, si può dire che l’effetto è stato positivo.

Tra gli interventi dei rappresentanti dei paesi del Golfo è da segnalare quello del segretario generale del Gcc, Abdulrahman Al Attiya il quale ha affermato senza mezzi termini che “alcune informazioni indicano come l’Iran sia alla ricerca di armi non convenzionali, cosa che induce a considerare la possibilità che Teheran acquisisca armi nucleari”. Alla conclusione della conferenza ha poi detto ai giornalisti: “We do not want our region to be sandwiched with weapons”, riferendosi esplicitamente al programma nucleare iraniano e alle installazioni israeliane per le quali ha chiesto ispezioni internazionali.

Il segretario generale della Nato Scheffer nel suo discorso conclusivo ha sottolineato gli attuali impegni dell’Alleanza, mettendo in evidenza le relazioni sempre più estese che si vanno intrecciando, dal Mediterranean Dialogue a quelle più recenti con Australia, Nuova Zelanda e paesi dell’estremo oriente come Giappone e Corea del Sud. Ormai dunque la dimensione politica della Nato sembra destinata a diventare planetaria, ma il messaggio più importante che Scheffer ha voluto dare nel suo intervento è stato quello della capacità dell’Alleanza di proporre forme di cooperazione compatibili con le esigenze di realtà diverse.

Dopo tante parole, spesso di circostanza o velleitarie, sulla necessità di aprire all’Islam moderato, quello di Scheffer è stato un buon esempio di approccio pragmatico, che tiene conto del carattere sostanzialmente individualistico delle varie entità religiose e statuali che compongono la geografia del Golfo. C’è tra l’altro, come si legge su Jordan Times, una contraddizione all’apparenza insolubile nelle dinamiche geopolitiche della regione.

Da un lato gli Stati piccoli nelle dimensioni ma ricchi di petrolio (proprio come il Qatar) hanno fatto ricorso alla Gran Bretagna in passato e poi agli Usa per proteggere i loro interessi nei confronti degli appetiti delle potenze locali come Iran e Iraq. Dall’altro, proprio le forze militari straniere e soprattutto quelle americane stazionate ieri in Arabia Saudita e oggi in Iraq sono la “principale calamita che attrae centinaia di giovani arabi a combattere contro la presenza Usa”.

La Nato dovrà evitare di ripetere un percorso rivelatosi fatale per gli stessi paesi del Golfo prima ancora che per gli Usa. Il programma flessibile dell’Ici, che prevede come prima attività la “consulenza mirata in materia di difesa su riforme, bilancio, pianificazione e relazioni civili-militari” potrebbe essere uno strumento efficace, più che la semplice presenza di truppe, per fornire supporto agli Stati più disponibili al confronto costruttivo con il mondo occidentale. Si aprirebbe la strada a più ampi processi politici virtuosi su realtà locali spesso afflitte da corruzione e deficit di democrazia. Il tutto senza ricorrere alla retorica dell’Islam moderato.

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