![]() |
| Anno 2005 | |
|
|
Parzialmente oscurato dal vertice ministeriale della Wto (World trade organization) a Hong Kong e dalle elezioni irachene si è svolto il 14 dicembre scorso l’East Asia summit (Eas) a Kuala Lampur in Malaysia. Le ambizioni dichiarate alla vigilia di questo nuovo forum politico economico intercontinentale sono state improntate alla prudenza anche se i paesi riuniti nel summit rappresentavano metà della popolazione della terra e un quinto del valore del commercio mondiale.
L’Eas in realtà è stato il punto di arrivo di un percorso iniziato il 12 dicembre con il vertice dell’Asean (Association of Southeast Asian Nations) di cui fanno parte dieci nazioni: Brunei, Cambogia, Filippine, Laos, Indonesia, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia e Vietnam. L’Asean è stata costituita nel 1967 in una realtà geopolitica del tutto diversa; lo scorso anno, in occasione del decimo summit dell’Associazione, è stato deciso di ampliare il dialogo. Un primo passo ha portato all’Asean più tre, Cina, Corea del Sud e Giappone; il secondo porta oggi il totale dei paesi a 16, includendo Australia, India, e Nuova Zelanda. Gli incontri svolti nelle giornate che hanno preceduto il 14 dicembre hanno scandito il progressivo ampliamento attraverso contatti bilaterali e riunioni plenarie. Alla fine, pur in veste di osservatore, ha partecipato ai lavori dell’Eas anche la Russia, rappresentata dal presidente Putin. Le reazioni del grande escluso, gli Usa, vanno dal titolo asettico del Washington Post “Asian Leaders Hold Summit Without U.S. Presence” a quello enfatico del New York Times “As an Asian Century Is Planned, U.S. Power Stays in the Shadows”. Nel nuovo soggetto internazionale si intrecciano interessi comuni e divergenze difficili da comporre. Tutto è reso ancora più complesso dal coinvolgimento dei grandi protagonisti asiatici - Cina, Corea del Nord, Giappone e India - che ha avuto come conseguenza indiretta l’apertura al continente australiano. La necessità di ampliare l’Asean per farne un soggetto rilevante si è alla fine trasformata in un effetto domino. Sul piano puramente politico ed economico era inevitabile l’approccio con i tre grandi dell’estremo oriente. Rimaneva però in alcuni paesi il timore per una inaccettabile posizione egemonica della Cina, solo parzialmente equilibrata da Giappone e Corea del Nord. Di qui l’inclusione dell’India a fare da contrappeso alla Cina e l’apertura verso Australia e Nuova Zelanda nonostante le rimostranze di chi, come l’ex primo ministro della Malaysia Mahathir Mohamad, vede nell’Australia il vice sceriffo degli Usa. Per compensare quello che alcuni ritenevano uno squilibrio verso l’occidente degli Usa è stato riservato il posto di osservatore per la Russia, che peraltro ha tutti i diritti di essere considerato un paese asiatico. Ai diritti si aggiungono gli interessi reciproci soprattutto legati alle esigenze energetiche del Giappone e a quelle sempre più pressanti della Cina. Le esportazioni di petrolio verso l’Asia sono stimate al 30 per cento della intera produzione russa. Nell’attesa che si costruisca l’oleodotto verso il Giappone, con una diramazione principale verso la Cina, la Russia ha di recente concesso a quest’ultima tariffe agevolate per il trasporto del petrolio su ferrovia che sarà raddoppiato nel 2006. Luci e ombre si sono alternate in questa tornata di incontri conclusa con l’Eas. Nella sessione dell’Asean è stata firmata una forte dichiarazione sul rispetto dei diritti civili in Myanmar. Curiosamente ne ha dato notizia al Jazeera nell’apertura di un articolo intitolato “China and Japan are trying their best to develop leadership roles”. Il 10 dicembre l’Australia - a former British colony, dice la Cnn - ha firmato un trattato di non aggressione con l’Asean per poter entrare a far parte dell’Eas dissipando i timori sul suo ruolo di vice sceriffo. Il ministro degli Esteri australiano Alexander Downer ha affermato: "Being part of the East Asia summit, that's a quid pro quo we are happy to live with", ma forse un “do ut des” sarebbe stato più appropriato. L’argomento più spinoso è stato quello sollevato alla vigilia da Cina e Corea del Nord: le ripetute visite del premier giapponese Koizumi al sacrario di Yasukuni a Tokio dove tra i due milioni e mezzo di morti giapponesi nel secondo conflitto mondiale sono onorati anche 12 criminali di guerra. Per ora non si parla di superare questi risentimenti, ma alla fine l’Eas si è concluso con una stretta di mano tra il premier giapponese Koizumi e quello cinese Wen Jiabao. L’altro gigante, l’India, vuole mantenere buoni rapporti con la Cina e il premier indiano Manmohan Singh, anch’egli in visita di quattro giorni a Kuala Lumpur, ha detto ai giornalisti: “C’è l’errata convinzione che l’India e la Cina siano in competizione e ciò non è vero”. Se a questa sintonia si aggiunge quella che ciascuno dei due giganti ha ritrovato di recente con la Russia, potrebbe emergere una grande intesa centro asiatica a scapito dell’influenza Usa, oggi ancora significativa nella regione solo per la presenza in Afghanistan. Non è ancora chiaro dove si consoliderà il baricentro di questa nuova istituzione internazionale. Le potenzialità sono notevoli e le intenzioni sembrano buone. Forse c’è anche una malcelata rivalità con la Wto, che Asia Times ha definito “travelling circus”. Alla conclusione dell’Eas è stato raggiunto un accordo per ripetere il summit con cadenza annuale. Al prossimo la Russia potrebbe partecipare a pieno titolo, mentre non si parla di accesso per gli Usa. E’ stata rilasciata una dichiarazione finale in cui l’East Asia summit viene definito “un forum per grandi problematiche strategiche, politiche ed economiche di comune interesse con lo scopo di promuovere pace, stabilità e prosperità economica in Asia orientale”. Se alle intenzioni seguiranno i fatti, il Ventunesimo secolo potrebbe davvero diventare asiatico, come dice il New York Times.
|