Anno 2005

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Le operazioni militari in atto, orgoglio e pregiudizio

Franco Apicella, 30 dicembre 2005

Nel sito del ministero della Difesa, dalla pagina Operazioni Militari si può scaricare un file sulle operazioni che le Forze armate italiane stanno conducendo nelle varie parti del mondo. Il documento è aggiornato allo scorso 18 dicembre e fornisce tutti i dettagli delle attività in atto che vedono impegnati 9.892 militari in 29 missioni in 20 Paesi più due aree geografiche. Come ricordato a più riprese e da più parti, questo è un periodo particolarmente intenso per numero di unità e comandi schierati e per prestigio di incarichi affidati.

Due operazioni sotto comando Nato sono a guida italiana: Kfor in Kosovo con il generale Giuseppe Valotto alle cui dipendenze opera anche il contingente italiano su base brigata alpina Julia e inserito nella multinational brigade southwest (Mnb-sw); Isaf in Afghanistan dove dal 4 agosto scorso è subentrato il corpo d'armata di reazione rapida (Nrdc-It) di Solbiate Olona con il generale Mauro Del Vecchio. Alle dipendenze di Isaf opera tra gli altri la Brigata multinazionale Kabul (Kmnb) su base brigata alpina Taurinense mentre nella zona di Herat l’Italia fornisce il Regional area coordinator-commander e il Provincial reconstruction team.

La missione dell’Unione Europea Althea in Bosnia è a guida italiana con il generale Gianmarco Chiarini che comanda il contingente Eufor. Dal 1° gennaio 2006 sempre in Bosnia anche la missione Eupm (European Union police mission) sarà a guida italiana con il generale dei Carabinieri Vincenzo Coppola. L’apprezzamento che i Carabinieri riscuotono in campo internazionale era già stato confermato dalla missione Eu Bam Rafah (European Union border assistance mission at Rafah crossing point) nei territori palestinesi affidata dal 25 novembre scorso al generale Pietro Pistolese.

La missione più controversa, Antica Babilonia, continua a costituire un impegno severo, pur con le riduzioni graduali annunciate dal ministro della Difesa rispetto agli attuali circa 2.900 uomini del contingente italiano. Va sottolineato che il documento messo on line dal ministero della Difesa è ricco di dettagli - per tutte le missioni e soprattutto per Antica Babilonia - su argomenti chiave quali mandati e norme di riferimento, avvicendamenti attuati fino a oggi, regole di ingaggio, eventi di rilievo e costi delle missioni. Un esempio di trasparenza che stimola la buona volontà di quanti vogliono informarsi prima di parlare.

Nel giro di dieci anni le Forze armate italiane sono state protagoniste di una trasformazione senza precedenti. Per trovare un provvedimento di portata analoga bisogna andare alla riforma avviata nel 1870 dal generale dell’esercito e ministro della Difesa Ricotti. I mugugni non mancarono allora così come ci sono stati oggi con la riforma dei vertici militari e la sospensione del servizio di leva che hanno sostanzialmente innovato lo strumento militare ben più di quanto non avesse fatto all’epoca il ministro Ricotti.

Oggi la catena di comando delle Forze armate accentra il comando operativo nel capo di stato maggiore della Difesa e la struttura di base è completamente rinnovata con i professionisti. E’ difficile immaginare dall’esterno quale sia stato l’impegno, soprattutto nella mentalità dei Quadri, necessario per passare da un’ottica di forza armata alla visione interforze e internazionale. Per non parlare dell’approccio verso i soldati, non più militari di leva spesso considerati manodopera a costo zero, ma professionisti da impiegare per quello che costano e trattare per quanto rendono.

Tutto questo è avvenuto mentre gli impegni operativi si facevano sempre più intensi, a partire dalla prima missione Ifor in Bosnia, iniziata nel dicembre 1995. I precedenti - Libano, Kurdistan, Somalia, Albania (Missione Pellicano, disarmata) senza dimenticare i Tornado nella guerra del Golfo - pur esperienze importanti, erano rimaste patrimonio di un numero ristretto di unità. Forse proprio quel dicembre 1995 può essere considerata la data d’inizio della nuova era delle Forze armate italiane. Mentre alla Bosnia si aggiungevano la Macedonia, l’Albania, il Kosovo e poi Timor est, si stava ancora discutendo sul modello misto, leva e professionisti. Le esigenze, sempre superiori alle possibilità, venivano comunque soddisfatte.

L’impegno delle Forze armate italiane ha trovato finalmente il giusto riconoscimento anche a livello internazionale e di questo beneficia la politica estera nazionale. Sarebbe il caso di verificare se non si sia troppo tirata la corda e se valga la pena di fare una pausa di riflessione. Chiunque abbia un minimo di conoscenza della realtà militare potrebbe elencare i buoni motivi che suggeriscono di concedere la necessaria “manutenzione” a un meccanismo delicato e complesso come le Forze armate.

Ma occorre prima di tutto decidere se nei prossimi decenni le Forze armate – in particolare l’Esercito – saranno una peace-keeping facility o uno strumento di difesa completo e congruente con il livello delle ambizioni politiche, pur se integrato nelle alleanze di cui l’Italia fa parte. Se la maggiore preoccupazione della classe politica rimane il calendario del disimpegno dall’Iraq, le Forze armate - come è già successo altre volte - la risposta dovranno darsela da sole.

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