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| Anno 2005 | |
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Nel recente articolo di Franco Londei “Le Organizzazioni non governative che non vogliono scorte armate” è stato efficacemente evidenziato quanto possa essere problematico il rapporto tra Ong e Joint Task Force in teatro d’operazioni. Sulla scia di queste considerazioni e di una serie di “lezioni apprese” durante le missioni più recenti, appare opportuna una riflessione sugli effetti “operativi” di questo mancato rapporto.
Al di là delle differenze di ruolo e finalità, dovrebbe essere condiviso da tutti il principio di agire in prospettiva di un miglioramento della qualità della vita dei locali. O quantomeno ciò sarebbe auspicabile. Ovviamente, le Ong che assumono posizioni critiche verso l’agire o la presenza militare in loco sono legittimate a farlo, in linea di principio. La connotazione ideologica è ricorrente in numerose organizzazioni che lavorano in aree di crisi e non sempre costituisce un problema per l’implementazione dei progetti di sviluppo. Le cose cambiano nel momento in cui tale presa di posizione diventa vincolante, se non addirittura pregiudiziale, nelle attività portate avanti in un contesto di intervento condiviso. Si perde così la ‘logica di rete’, dimensione essenziale degli interventi complessi. La presa di distanza dalla presenza militare significa, nella prassi, sottrarsi dal coordinamento delle attività da parte del comando del contingente militare presente in teatro operativo, attraverso la cellula Cimic (Cooperazione Civile Militare), per rivendicare una totale autonomia operativa. Ciò porta, nella maggior parte dei casi, a rinunciare alla possibilità di avvalersi di qualsiasi supporto da parte militare, nella convinzione che ciò vada contro i principi stessi della loro presenza e/o che possa significare controllo o strumentalizzazione del loro operato. In assenza di un coordinamento centralizzato, si rischia in genere di operare in modo frammentario, senza le minime continuità ma con ricorrenti sovrapposizioni e parallelismi dannosi. La struttura stessa degli interventi, siano attività Cimic o programmi di sviluppo, risulta pesantemente condizionata al punto tale da diminuire la loro efficacia: si assiste quindi a ridondanze in determinate aree mentre altre, altrettanto bisognose, vengono ignorate o sottostimate. Il controllo a distanza delle attività di tali Ong attraverso la mediazione di organizzazioni locali o situate in aree contigue, che dovrebbe sopperire alla necessità di coordinamento, non risulta sempre adeguato, sia perché la distanza stessa, per definizione, non consente un controllo diretto ed efficace, sia perché non è garantita la ‘terzietà’ essenziale nell’implementazione di programmi di sviluppo ‘autentico. Un esempio relativo alle prime fasi dell’intervento italiano in Iraq. Nella programmazione degli interventi, la cellula Cimic ritenne di non dover operare a distribuzioni di aiuti umanitari ‘a pioggia’ per due ragioni: la prima era legata al fatto che, malgrado l’indigenza di una buona parte della popolazione nella Provincia del Dhi Qar, non sussistevano le condizioni di una vera e propria emergenza umanitaria; la seconda ragione si basava sul fatto che una distribuzione capillare di aiuti avrebbe finito per influire negativamente sulla traballante microeconomia locale, interferendo in modo concorrenziale sulle piccole attività imprenditoriali o commerciali nascenti o in fase di ripresa. Per tale motivo si preferì volgere l’attenzione verso forme alternative di aiuto quali, ad esempio, l’incentivazione del microcredito, concentrando le distribuzioni in aree in cui l’emergenza si rivelava maggiore. Nella stessa area erano presenti diverse Ong: molte di esse operavano senza alcun contatto con i militari e, evidentemente, non erano in grado di rilevare o valutare autonomamente la logica e l’opportunità di tale intervento. Sovrapponendo il loro operato nelle aree in questione, vanificavano i criteri operativi sopra descritti. Appare rilevante anche l’effetto di situazioni di questo genere sulla rete di relazioni con i soggetti locali. Il disorientamento iniziale, cagionato dal vedere diversi soggetti fare le stesse cose negli stessi posti, degenera gradualmente in una serie di dinamiche tipiche: la perdita di fiducia, le convenienze locali, la confusione, i vantaggi personali, le concorrenze tra distretti o singoli centri urbani. Gli aspetti particolari finiscono per prevalere sulle questioni sovra-locali o condivise. La perdita della visione di insieme dei programmi di sviluppo posti in atto dagli stranieri diminuisce considerevolmente la soglia del consenso e contribuisce alla diffusione di posizioni pregiudiziali su presunti interessi e strumentalizzazioni negli interventi umanitari. Ciò danneggia non solo i militari, gli specialisti del Mae o altri rappresentanti di organismi nazionali o internazionali, ma anche le stesse Ong, che non riescono a differenziare a livello di percezione nell’opinione pubblica locale il loro operato da quello dei soggetti da cui vogliono distinguersi. Si ricordino, a titolo esemplificativo, gli accadimenti che hanno coinvolto diversi operatori di Ong i quali, rinunciando alle minime condizioni di sicurezza, persistevano nel considerarsi protetti in virtù dell’aver preso le distanze dall’invasore o del loro operare ad esclusivo vantaggio dei locali. Sulla base di una attenta considerazione di tali effetti, la presa di posizione da parte di soggetti istituzionali nel privilegiare i progetti portati avanti dalle Ong che mostrano di sapersi collocare adeguatamente nei contesti in cui intendono intervenire risulta più che legittima e quantomeno pragmatica. Tale posizione non costituisce in alcun modo un loro stretto vincolo di subordinazione per l’implementazione dei progetti stessi, ma alleggerisce le Organizzazioni stesse e la collettività dai possibili costi derivanti da una disinvoltura non certo rispondente ai contesti in cui si interviene e che, nella migliore delle ipotesi, si traduce in una sostanziale inefficacia del loro intervento.
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