Anno 2005

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Forze armate, la legittimazione si acquisisce giorno per giorno

Fabrizio Battistelli, 8 novembre 2005

L’articolo che segue è stato pubblicato il 4 novembre sul quotidiano Europa. Pagine di Difesa lo ripubblica con l’autorizzazione dell’autore, Fabrizio Battistelli, segretario generale di Archivio Disarmo, professore ordinario di Sociologia, corso avanzato, nella facoltà di Sociologia dell’università di Roma “La Sapienza”.

Nel giorno in cui si festeggiano le Forze armate, è utile fare il punto sulla relazione che lega a questa istituzione i cittadini italiani. Si tratta di una relazione che sino al recente passato è stata tutt’altro che facile, scandita com’era da momenti di immedesimazione ma, anche, da delusioni reciproche, eredità di un passato in cui un regime avventurista aveva esposto la nazione a una guerra sbagliata, dalla parte sbagliata e, come sono non bastasse, condotta in modo tragicamente sbagliato.

Questo, che è ovvio agli occhi di due generazioni – i vecchi che hanno vissuto l’esperienza della guerra e la generazione di mezzo che gliel’ha sentita raccontare – va ricordato ai giovani, perché non dimentichino. E va tenuto presente oggi per valutare adeguatamente il cammino che è stato realizzato, dal paese e dalle sue Forze armate, nei sessant’anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale.

Dopo i primi 45 anni di lavoro dignitoso ma oscuro – “pedalati in salita”, li definì una volta un alto ufficiale – con la fine della guerra fredda e il nuovo dinamismo che investì la comunità internazionale le Forze armate italiane cominciarono a mostrare che cosa erano capaci di fare. In concreto, intervenire nelle aree di crisi non per interferire ma per aiutare chi aveva bisogno, qualunque fosse la sua appartenenza nazionale etnica o religiosa, con la stessa equità, lo stesso rispetto, la stessa cordialità per tutti. Non lanciando il cibo dai camion, ma scendendo e porgendolo con tutte e due le mani, persone fra le persone.

I loro connazionali se ne sono accorti. Dipinti da certi intellettuali e dagli esperti di marketing come cinici, superficiali e consumisti, gli italiani hanno via via imparato a conoscere e ad apprezzare gli uomini e (nel recente passato) le donne in divisa, sino a fare di quella militare una delle istituzioni più popolari del paese. Questa rappresentazione sociale, condivisa con marginali sfumature dagli elettori di centrodestra e di centrosinistra, è un patrimonio prezioso che fa finalmente dell’Italia un paese del tutto europeo.

Esso va mantenuto ad ogni costo, da qualunque coalizione sia destinata a governare il paese. E’ possibile? Sì, se vengono fatte le scelte giuste. Principale, tra queste, non esporre le Forze armate a missioni discutibili e controverse. Non trasformarle da risorsa dell’unità nazionale a oggetto di contesa e di divisione. Non strumentalizzarne la dedizione e le capacità per calcoli politici di corto respiro. Nelle società democratiche la legittimazione (che è un dato sociale, da non confondere con la legittimità, che è un dato giuridico) non è un’etichetta che si acquisisce una volta per tutte, bensì un processo che si conquista giorno per giorno.

Per le istituzioni pubbliche è un servizio alla nazione, realizzato in sintonia con i valori e con le aspettative dei cittadini. In Italia (e in Europa) l’opinione pubblica ha le idee chiare: il ruolo internazionale dei rispettivi paesi deve essere di pace e l’uso della forza è consentito soltanto per difendersi. In ogni caso, esso deve essere preventivamente autorizzato dalla comunità internazionale, cioè dall’Onu. Tutto quello che fuoriesce da questo quadro – quali che siano le ragioni politiche addotte per giustificarlo – non è accettato dalla gente.

Ciò spiega perché, come mostra in questi giorni il sondaggio Difebarometro realizzato da Archivio Disarmo e SWG, la valutazione che le Forze armate italiane siano all’altezza dei propri compiti, pur essendo tuttora elevata (58% degli intervistati), ha perso 9 punti rispetto al 2002. Dall’analisi dei dati emerge che a determinare questa erosione del consenso è la presenza italiana in Iraq, in un contesto che non è di pacifica ricostruzione bensì di guerra. Una guerra crudele, sanguinosa, costosa. Discutibile nelle motivazioni, controversa nella gestione, incerta negli esiti.

Una guerra nella quale chi l’ha promossa, il governo degli Stati Uniti, non è attualmente in grado di indicare, nonché i vantaggi politici per l’Occidente e per il mondo, neppure un’ipotesi di via d’uscita. Anche senza essere esperti, ministri della Difesa o presidenti del Consiglio, gli italiani percepiscono perfettamente la debole legittimità e l’ancora più debole legittimazione di un intervento militare in cui il paese è stato coinvolto contro la sua volontà. Abbiamo ragione di ritenere che anche i militari, che sono cittadini italiani come tutti gli altri, condividono le preoccupazioni dell’opinione pubblica, pur obbedendo doverosamente agli ordini del governo e del parlamento.

Questa maggioranza e questo governo dovranno rispondere a suo tempo della pesante responsabilità che si sono assunti nell’aver trascinato l’Italia in un’impresa che non è né buona, né giusta, né (c’è da temere) fortunata. Adesso, tuttavia, la priorità dovrebbe essere, per tutte le forze politiche, operare insieme per rimediare all’errore, cercando di contenere i danni di una scelta dissennata. Questo è il significato, in una giornata come oggi, di un vecchio concetto che in Italia, paese dominato da culture politiche “idealiste”, non ha mai riscosso successo: l’interesse nazionale. Che in questo caso non ha più nulla di egoistico perché prefigura, per una crisi drammatica come quella che attanaglia l’Iraq, l’unica soluzione possibile: una conciliazione tra tutti gli attori legittimi nella politica di quella nazione e un’autonoma via alla ricostruzione sotto l’egida delle Nazioni Unite. ’interesse nazionale oggi impone il superamento delle divisioni tra le forze politiche e il consenso tra maggioranza e opposizione per risolvere, presto e senza maggiori costi umani e politici, un enorme problema aperto.

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