Anno 2005

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Perché Forze armate e Iraq, una risposta al generale Ficuciello

Fabrizio Battistelli, 28 novembre 2005

Intervenendo nel forum sul mio articolo “Forze Armate, la legittimazione si acquisisce giorno per giorno” pubblicato sul quotidiano Europa e su Pagine di Difesa il 4 novembre, il generale Ficuciello – per il quale nutro sentimenti di stima e di solidarietà – formula con pari vivacità sia apprezzamenti che critiche.

A tutti, naturalmente, piace ricevere gli apprezzamenti più che le critiche, ma non è per questo che prendo spunto per allargare il discorso. Le osservazioni del generale, infatti, mi sembrano rivelatrici di un modo di vedere il mondo ancora diffuso in certi ambienti, sul quale vale la pena riflettere. Questo modo di vedere è, in sintesi, che: a) sulle politiche della difesa esisterebbe un pensiero unico che, soltanto esso, può essere definito giusto; b) ogni altro pensiero è sbagliato. Anzi, ogni altro pensiero non avrebbe diritto di essere espresso. Chi si permette di farlo rischia non soltanto di sentire definire le proprie argomentazioni “luoghi comuni” e “superficialità ritrite” (il che rientra certamente nel diritto di critica) ma addirittura di essere accusato di posizioni che non gli “fanno onore” e di “sfruttare subdolamente” quel patrimonio condiviso che sono le Forze Armate.

Non approfondisco la dimensione stilistica: osservo solamente che l’ormai sessantennale frequentazione con gli alleati britannici e americani dovrebbe averci trasmesso un maggiore controllo nell’uso dei sostantivi e degli avverbi. Dato assai più rilevante, le osservazioni del generale Ficuciello sono emblematiche della pretesa di una determinata cultura politica di detenere il monopolio del patriottismo. Contrariamente a quanto mostra di credere tale cultura, invece, l’amore per la propria patria e la consapevolezza della necessità di difenderla possono essere legittimamente declinate in modalità differenti, secondo differenti impostazioni politiche. Sarebbe infatti illogico ritenere che il più politico dei fenomeni politici – la difesa della società e dello Stato – non possa essere oggetto di valutazioni diversificate da parte dei cittadini. Ivi compresi gli studiosi e, sottolinerei, gli stessi militari; questi ultimi, naturalmente, quando non sono nell’esercizio delle proprie funzioni (caso nel quale non devono fare altro che eseguire le direttive degli organi costituzionali, Governo e Parlamento).

Il generale Ficuciello ritiene che la guerra in Iraq sia stata una buona decisione politica? Libero di farlo, siamo in democrazia. A me invece l’intervento americano in Iraq sembra una guerra unilaterale in quanto condotta al di fuori del quadro dell’Onu; illegittima perché priva di una giusta causa (e anzi, come si va confermando chiaramente in questi giorni, fondata su motivazioni false); politicamente e strategicamente improvvida, perché ha diviso tra loro gli alleati della Nato, aumentato il divario tra Occidente e il mondo Musulmano, non attenuato ma incrementato la minaccia del fondamentalismo e del terrorismo internazionale. In questo contesto sembra a me, come a molti altri in Italia, che il coinvolgimento del nostro Paese voluto dall’attuale governo di centro-destra abbia rappresentato una decisione che non è né “buona”, né “giusta” né, purtroppo, “fortunata”. Il generale Ficuciello ha un’opinione diversa? Non c’è nulla di male, stiamo prendendo parte a un dibattito pubblico, non stiamo facendo addestramento in piazza d’armi.

Oppure vogliamo sostenere che soltanto i militari hanno diritto di dare giudizi in tema di politica militare, per non parlare della politica internazionale? Sarebbe davvero una bizzarra pretesa, come se di questioni della giustizia potessero parlare soltanto i magistrati o di questioni della sanità soltanto i medici. Ebbene, una situazione così paradossale è effettivamente esistita, nella storia della Repubblica, grosso modo dal 1945 al 1991. A interessarsi dei temi militari era un ristretto gruppo di italiani, cioè (alcuni tra) i militari stessi e le loro famiglie. Ad essi si univa un manipolo di aficionados, formato dalle Associazioni di arma, da sei o sette giornalisti specializzati, e da qualche politico di riferimento. Bene, piaccia o no, questa fase si è chiusa per sempre.

Il mutato contesto internazionale e il mutato ruolo delle Forze Armate all’interno e all’estero hanno determinato negli ultimi 15 anni una crescita di attenzione da parte dell’opinione pubblica. Rispetto al periodo della guerra fredda, quando erano “invisibili”, oggi le Forze Armate sono seguite con crescente interesse, ciò che esse fanno viene valutato nel merito, i mass media parlano di più e più approfonditamente dei temi della difesa mentre lettori e spettatori mostrano di volerne essere informati. E siccome finora le Forze Armate hanno operato bene, con professionalità e umanità, la loro popolarità è incomparabilmente aumentata rispetto al periodo, forse altrettanto professionale ma certo non altrettanto visibile, della guerra fredda e delle esercitazioni Azzurri contro Arancioni.

È esattamente questa la legittimazione dell’istituzione militare. A differenza della legittimità (che attiene alla dimensione giuridica ed è data una volta per tutte dalla Costituzione), la legittimazione è un processo, la cui genesi è sociale e la cui natura è dinamica, che si conquista quotidianamente (simile al patto tra cittadini e nazione che, scriveva Renan, si rinnova giorno per giorno). Questa non è una ‘diminutio’ della missione dell’istituzione militare (come di ogni altra istituzione): essa è, semplicemente, un prerequisito del funzionamento della società democratica contemporanea.

È impossibile non concordare su ciò, e contemporaneamente è impossibile non concordare anche su di una seconda considerazione apparentemente lontana dalla prima: per la delicata competenza che è attribuita all’istituzione militare – gestire la weberiana forza legittima – è opportuno che intorno ad essa venga realizzata la massima unità nazionale. Questo, in effetti, è ciò che è accaduto dal 1991 al 2003. Agli occhi dell’opinione pubblica italiana le Forze Armate italiane hanno realizzato bene (sfera dei mezzi, che è di loro competenza) ciò che Governo e Parlamento hanno detto loro di realizzare (sfera dei fini, che è di competenza della politica). Come ho avuto modo di approfondire in libri come ‘Soldati’ e ‘Gli italiani e la guerra’, l’opinione pubblica italiana è estremamente cauta, anzi tendenzialmente ostile, nei confronti dell’uso della forza. L’accetta soltanto in ben precise situazioni, esclusivamente quando il diritto internazionale o i diritti umani sono palesemente violati (Kuwait, Kossovo) e anche lì come ‘extrema ratio’ e a malincuore.

Su questo si possono avere valutazioni differenti. Qualcuno potrà rilanciare per l’ennesima volta il biasimo sul ‘carattere’ (concetto non scientifico) ‘imbelle’ (stereotipo) degli italiani. Qualcuno come Luttwak potrà allargarlo al conservatorismo demografico delle società contemporanee. Infine qualcuno (come il sottoscritto) può leggere questo atteggiamento come un’evidenza del ‘pacifismo ragionato’ di una società alla quale le esperienze storiche hanno insegnato la prudenza circa il ricorso alla guerra. Quello su cui non c’è da discutere è il dato empirico secondo cui, all’indomani dell’intervento americano in Iraq (autunno 2003), 2/3 degli italiani ritenevano la guerra ingiustificata e che oggi (autunno 2005), soltanto il 32% degli italiani è favorevole alla presenza italiana in Iraq, mentre il 61% è contrario (Difebarometro n. 8, in Pagine di Difesa 8.11.2005).

Che la grande maggioranza degli italiani sia contraria alla guerra in Iraq è noto a tutti, anche al Presidente del Consiglio, il quale infatti ci ha recentemente informato di essere stato contrario alla guerra anche lui e di aver manifestato questa sua opinione al presidente degli Stati Uniti, sebbene senza successo. Il dato nuovo e allarmante è rappresentato dalle conseguenze per le Forze Armate italiane di essere impiegate in un’operazione come Antica Babilonia, indesiderata e giudicata negativamente dalla maggioranza assoluta del Paese. Decidendo l’invio di un contingente italiano all’indomani di una guerra non condivisa, in un’area che a due anni e mezzo dalla fine ufficiale della guerra è tuttora caratterizzata dal conflitto, il governo Berlusconi ha esposto ed espone le Forze Armate a un compito impopolare. Ciò che viene pagato dalle medesime Forze Armate con un calo di consenso del 9% rispetto al consenso di cui godevano nel 2002 (Difebarometro n. 8). Questo è il dato, oggettivo e precedente alle possibili interpretazioni politiche, che dovrebbe preoccupare ogni cittadino italiano, in divisa o in abiti civili, che si senta vicino alle nostre Istituzioni militari.

È invece fonte di soddisfazione per chi come chi scrive lo auspicava nell’articolo del 4 novembre, registrare che in questi ultimi giorni il dibattito politico sulla presenza italiana in Iraq ha finalmente imboccato la strada giusta. Da una parte il centro-sinistra con il segretario dei Ds Fassino ha mostrato di comprendere che il ritiro italiano dall’Iraq deve avvenire in modalità tali che non costituiscano né una fuga, né un abbandono degli iracheni, né uno schiaffo agli alleati. Dall’altro il ministro della difesa Martino ha mostrato di capire che quanto prima l’Italia fa rientrare a casa i suoi soldati, tanto meglio è. La scelta più giusta sarebbe stata non mandarceli, in una vicenda il cui bilancio presenta poche voci attive, surclassate da quelle negative. Ma quando l’errore è stato fatto, serve a poco la posizione del “noi l’avevamo detto”. L’interesse nazionale oggi impone il superamento delle divisioni tra le forze politiche e il consenso tra maggioranza e opposizione per risolvere, presto e senza maggiori costi umani e politici, un enorme problema aperto.

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