Anno 2005

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Invasione cinese e protezionismo all’italiana, il caso dei dazi

Roberto Bendini, 14 dicembre 2005

Il 31 dicembre 2004 le ultime limitazioni alle importazioni cinesi di prodotti tessili e calzaturieri in Europa sono state abrogate. In precedenza, molti altri prodotti industriali e agricoli erano stati liberalizzati, alcuni negli anni Novanta e tutti gli altri nel 2002, dopo che la Cina é entrata a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto).

A quasi un anno di distanza, il bilancio di questa apertura senza precedenti dei mercati europei e mondiali alle importazioni cinesi è in linea con quanto previsto dagli esperti. Le importazioni di prodotti già coperti da restrizioni quantitative sono aumentate in modo esponenziale, in alcuni casi di più del 500 per cento. Gli effetti negativi per l’industria tessile e calzaturiera sono stati quasi immediati con un sensible calo degli ordini, seguito da numerose chiusure e fallimenti. Effetti analoghi, ma meno concentrati nel tempo, erano già stati registrati in passato in quasi tutti i settori merceologici esposti alla competizione cinese.

La reazione dell’industria comunitaria - in particolare italiana - non si é fatta attendere. Dopo un infruttuoso quanto tardivo tentativo di prorogare le limitazioni alle esportazioni previste dagli accordi internazionali firmati a suo tempo con la Cina, l’attenzione delle lobbies industriali si é rivolta alla ricerca di altri mezzi per ridurre l’impatto delle importazioni cinesi in Europa.

La preoccupazione delle imprese é legittima ma tardiva. Se prendiamo ad esempio l’industria calzaturieria, in poco piu’ di trent’anni si sono persi migliaia di posti di lavoro in Germania, mentre il Regno Unito, che peraltro vanta alcuni marchi “mondiali”, produce oggi sul suo territorio soltanto scarpe di lusso. Il resto della produzione si concentra nel sud dell’Europa. Il nostro paese é particolarmente minacciato in quanto ha alcuni dei suoi punti forti proprio nell’industria “leggera” a medio-basso contenuto tecnologico (tessile, calzaturiera, degli accessori) che più facilmente si presta ad essere danneggiata dalla competizione cinese. Il richiamo del “Made in Italy” vale per prodotti di un certo pregio, ma non influenza le scelte dei consumatori quando si tratta di acquistare articoli più economici.

Purtroppo per l’Italia, la Cina negli anni scorsi ha investito moltissimo in termini di qualità e di design. L’export cinese degli anni 80, scadente ma particolarmente a buon mercato, è stato rimpiazzato da ben più sofisticate linee produttive che in molti settori competono ad armi pari con quelle europee in termini di qualità e sicurezza. Certo, il problema del mancato rispetto della proprietà industriale (i cosiddetti falsi) non è stato risolto e non tutti i prodotti cinesi sono veramente affidabili, ma il loro livello qualitativo aumenta costantemente, mentre il prezzo rimane sensibilmente inferiore a quello dei prodotti europei corrispondenti.

Il Wto non interferisce con le politiche economiche degli Stati membri e si limita a verificare che gli accordi tariffari multilaterali siano rispettati. In altre parole il Wto controlla che non siano introdotti o mantenuti ostacoli agli scambi internazionali, ma non si occupa del cosiddetto “dumping sociale” (determinato dai bassi salari e dalla precarie condizioni di lavoro applicate in molti paesi in via di sviluppo, Cina compresa) né dell’assenza di obblighi dell’industria per la tutela dell’ambiente, che invece incidono in maniera determinante sui costi e quindi sui prezzi dei prodotti europei. La politica industriale e sociale rimane di esclusiva competenza nazionale e i tentativi di introdurre regole internazionali si sono finora scontrati con un netto rifiuto proprio da parte di quei paesi che ne sono maggiormente responsabili.

Esistono tuttavia nell’ambito del Wto strumenti di difesa commerciale che possono, se opportunamente applicati, limitare le ripercussioni negative delle importazioni da paesi terzi e in particolare dalla Cina, per la quale si applicano regole più restrittive di quelle generali. Di questi strumenti, genericamente e impropriamente definiti “dazi”, si è molto parlato in Italia negli scorsi mesi.

Nel linguaggio tecnico per “dazi” si intendono essenzialmente le misure antidumping e le salvaguardie. L’antidumping serve a rimouvere gli effetti negativi (pregiudizio o injury in inglese) causati all’industria del paese importatore da prodotti venduti a un prezzo inferiore a quello praticato sul mercato del paese d’origine o addirittura inferiore al costo stesso della merce esportata. La salvaguardia permette invece di ridurre l’impatto di importazioni cresciute in modo anormale a seguito di liberalizzazioni tariffarie o di eventi imprevisti, mediante l’applicazione di diritti doganali supplementari o di quote.

Come la politica doganale comunitaria, l’applicazione dei dazi è di competenza esclusiva dell’Unione Europea. I singoli Stati membri non possono quindi adottare misure restrittive unilaterali, ma devono conformarsi, per gli aspetti di rispettiva competenza, alle decisioni della Commissione Europea e del Consiglio dei ministri della Ue. Le decisioni sono prese a maggioranza, semplice o qualificata a seconda dei casi. Pertanto non è sufficiente costruire un “caso” solido, ma è anche necessario assicurarsi il supporto di un numero sufficiente di partner comunitari. L’imposizione di queste misure non è perciò facile né immediata (la procedura può richiedere fino a 18 mesi).

Nonostante la Cina sia il primo bersaglio delle misure difensive comunitarie, queste assicurano una copertura limitata. Una stima prudente indica in circa due milliardi di euro il volume degli scambi coperti da queste misure restrittive (1.5 per cento delle esportazioni cinesi verso la Comunità). E ciò benché la Cina non abbia ancora ottenuto lo status di “economia di mercato” e sia sottoposta a un regime giuridico che facilita l’imposizione di misure difensive (per determinare il margine di dumping non si prendono in considerazione le vendite domestiche, ma quelle di un paese “analogo” scelto a discrezione dell’autorità investigativa stessa).

Le prospettive future non sono positive. Ad oggi nessun membro del Wto (compresa l’Unione Europea) ha osato applicare misure di salvaguardia specifiche contro la Cina. Inoltre, recenti investigazioni antidumping statunitensi ed europee hanno mostrato che molte aziende cinesi non hanno bisogno di praticare il dumping per essere competitive. Il governo cinese, infine, sta facendo enormi pressioni affinché l’Unione Europea e gli Stati Uniti le concedano il sospirato status di “economia di mercato”. Le misure di difesa commerciale non possono da sole risolvere i problemi strutturali in cui si dibatte la nostra industria. In una prospettiva di crescente apertura della economia mondiale non é pensabile reintrodurre in modo strisciante barriere tariffarie eliminate in sede Wto o mediante accordi bilaterali.

Nel 2004 l’Europa a 25 ha importato prodotti per 140 milliardi di euro dalla Cina. Molti di questi prodotti sono destinati al consumatore finale, ma molti altri sono usati in successive lavorazioni in Europa per essere poi riesportati o per creare beni a più elevato valore aggiunto. La dimensione del problema, il numero di settori economici potenzialmente minacciati, gli enormi interessi in gioco, rendono del tutto impossibile un’applicazione estensiva delle misure di difesa commerciale. Inoltre, azioni tariffarie di tale ampiezza non potrebbero che sfociare in una guerra commerciale in cui l’Europa potrebbe uscire sconfitta sia da un punto di vista legale (in sede Wto) sia economico, in quanto rischierebbe di perdere posizioni acquisite sul mercato cinese a beneficio di altri concorrenti e in particolare degli Stati Uniti.

Non é pertanto concepibile che l’Unione Europea si lanci in una politica protezionistica che copra una parte rilevante delle esportazioni cinesi. Tale iniziativa tra l’altro sarebbe avversata da quegli Stati membri che possiedono un’economia più avanzata e che fanno del libero mercato la loro bandiera (il Regno Unito e gli Stati scandinavi) o che hanno investito massicciamente in Cina (la Germania).

La posizione dell’Italia é differente. Il disavanzo commerciale del nostro Paese verso la Cina é enorme (più di nove milliardi di euro nel 2005). L’Italia ha esportato merci in Cina nel 2004 per circa 4,4 miliardi di euro, ma contemporaneamente ha perso quote di mercato all’estero per decine di miliardi di euro a favore dei cinesi. Nei prossimi anni il disavanzo commerciale con la Cina dovrebbe crescere ulteriormente, mentre il nostro Paese rimane fuori dalle grandi opere che stanno facendo entrare la Cina nel Ventunesimo secolo (ferrovie, aeroporti, centrali nucleari, alta tecnologia).

In questo contesto i dazi anche se applicati, rischiano di restare dei meri palliativi temporanei: il loro scopo va ricercato altrove. Occorre innanzitutto una visione più ampia e più a lungo termine del problema. Per ottenere un effetto utile occorre concentrarsi sui settori economici dove maggiori sono le possibilità di ripresa e dove più forte è la probabilità di creare alleanze con altri Paesi membri minacciati. In questa ottica, un caso antidumping o un’azione di salvaguardia mirati potrebbero e dovrebbero servire a dare all’industria nazionale quel “délai de grace” che le é necessario per ristrutturarsi e tornare competitiva. Chiudersi a riccio non serve a molto. Occorre reagire e presto a quello che è certamente un inevitabile cambiamento epocale.

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