Anno 2005

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Quando le caramelle dei soldati italiani hanno calibro 12,7

Giovanni Bernardi, 15 dicembre 2005

Abbiamo visto alla televisione dei militari italiani che sparano per uccidere. Il mito del soldato italiano che porta caramelle, nonostante l’impegno della Difesa per farcelo credere, è finito. Sul video ‘pirata’ trasmesso prima da RaiNews24 e poi da altre emittenti si è generato un polverone. Qualcuno si è perfino dato da fare per dimostrare che l’Esercito, inviato in ‘missione di pace’, ha invece ammazzato circa 200 iracheni, un dato inventato e che non è mai stato confermato da fonti ufficiali: l’Esercito non ha fornito dati; gli insorti nemmeno.

Il video, ripreso durante la cosiddetta ‘prima battaglia dei ponti di Nassiriya’, dopo essere stato trasmesso da RaiNews24 e posto online dalla stessa rete, è stato ripreso il 12 dicembre da Matrix, trasmissione condotta in seconda serata da Enrico Mentana. Presenti alla trasmissione, il segretario dei Ds, Piero Fassino, e il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, ‘dal 25 maggio 2005 delegato per le materie di competenza del dipartimento della pubblica sicurezza, del commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e antiusura e del commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso’ (fonte: www.interno.it).

Il ministero della Difesa, che sembra sia competente per le questioni che riguardano le operazioni militari oltremare, dispone di un ministro (Antonio Martino) e quattro sottosegretari (Filippo Berselli, Salvatore Cicu, Francesco Bosi, Rosario Giorgio Costa), oltre a un capo di stato maggiore della difesa, tre capi di stato maggiore di forza armata e un comandante generale dei Carabinieri. Che ci faceva Alfredo Mantovano a Matrix per parlare di Antica Babilonia, che non sembra abbia delle connesioni con racket, usura e vittime di reati di tipo mafioso? A disagio è sembrato quando ha citato il lanciatore di granata a razzo controcarro di fabbricazione russa usato dagli iracheni (Rpg, Raketniy Protivotankoviy Granatomet, Rocket-Propelled Grenade) chiamandolo ‘Pierregì’.

A parte queste ‘gag’ offerteci senza sovrapprezzo dalle istituzioni, la condotta della trasmissione da parte di Mentana è stata molto corretta. Bizzara però l’idea di chiamare in trasmissione (al telefono) il generale Roberto Ranucci, attuale comandante della Italian Task Force Iraq, per commentare le immagini di fatti avvenuti a Nassiriya quando lui non c’era e – ovviamente – non ne poteva parlare perché non sapeva cosa dire, a meno che non facesse delle illazioni, cosa che non è abitudine di militari professionisti. Bastava fare un colpo di telefono a Sarajevo e chiedere di parlare con il generale Gian Marco Chiarini, attuale comandante di Eufor-Althea e, all’epoca dei fatti ripresi nel video, comandante a Nassiriya.

Chiarini appartiene alla categoria di militari che dispongono di una batteria di attributi in mezzo alle gambe, così come il generale Giuseppe Valotto attuale comandante di Kfor in Kosovo, il generale Mauro Del Vecchio comandante di Isaf in Afghanistan e altri sparsi in giro per il mondo o temporaneamente impiegati negli stati maggiori. Sono persone che sanno il fatto loro. Chiarini, se interpellato, ci avrebbe fornito, con linguaggio chiaro e comprensibile per tutti, la chiave per capire quello che era successo a Nassiriya in quei giorni. Il generale Chiarini (aprile-maggio 2004) e il generale Corrado Dalzini (agosto 2004) hanno saputo assolvere il compito loro assegnato facendo un uso adeguato della forza e riportando a casa la pelle dei loro militari (il caso del lagunare Matteo Vanzan è stato un colmo di sfortuna).

Il segretario dei Ds Fassino, come commento ai filmati, ha più volte detto: “Non ci dobbiamo meravigliare se i militari italiani inviati a fare la guerra si comportano come in guerra”. Una dichiarazione che salvaguarda il ruolo delle forze armate, ma ha aggiunto: “Bisogna dirlo, però, che vanno in guerra, e non presentare Antica Babilonia come operazione di pace”. Qui l’equivoco generato dal vertice politico militare che ha continuato a presentare le operazioni in Iraq come ‘operazioni di pace’, esponendo il fianco all’attacco della controparte politica, mentre forse sarebbe stata più adatta l’espressione ‘Post Conflict Operation’. Una operazione di ‘dopo-conflitto’, nella quale non ci si meraviglia se ci sono ancora delle reazioni di terroristi, resistenti o – come si usa dire ora – insorgenti (insurgents). Così è anche in Afghanistan, anche se la Difesa continua a presentare alla opinione pubblica italiana l’immagine del soldato che distribuisce doni e caramelle ai bambini.

Ma sembra che sia una abitudine quella di non raccontare tutta la verità ai contribuenti italiani, visto che lo stesso segretario Ds ha dimenticato di ricordare che, senza chiarire la questione in Parlamento, i nostri aerei militari andavano a bombardare il Kosovo e il loro ruolo era presentato come ‘difesa attiva’. Una specie di ‘non belligeranza’ o di ‘convergenze parallele’, espressioni che non significano niente e che servono per ipnotizzare l’opinione pubblica.

Sul comportamento dei militari nei filmati proiettati durante la trasmissione Matrix non si è detto molto e quel poco che si è detto è sembrato molto indulgente. Carabinieri, bersaglieri, lagunari sono stati presentati come normali soldati che fanno la guerra. Anzi, con ancora negli occhi le riprovevoli scene delle torture di Abu Ghraib, i commentatori e gli spettatori sembra quasi che abbiano tirato un sospiro di sollievo nel non vedere militari italiani abbandonati a torture, sevizie e stupri. A chi è ‘addetto ai lavori’, però, la terminologia usata non è sembrata molto professionale. ‘Annichiliscilo’ non è un termine previsto dalle procedure.

Per chi non lo sa, quando si costituisce un centro di fuoco o un posto di osservazione, si provvede a disegnare uno schizzo panoramico sul quale vengono riportati gli elementi essenziali del settore di azione, ai quali vengono attribuiti dei nomi in codice che siano chiari a tutti. A questi si fa riferimento quando si deve indicare un obiettivo. L’indicazione dell’obiettivo avviene immaginando un orologio a lancette posto con il centro sull’obiettivo stesso. L’espressione ‘a sinistra’ non esiste nelle procedure: si dice ‘a ore nove’ e la distanza dal centro viene indicata in millesimi, non in metri. Sembra che non fosse nemmeno definito il settore di tiro della mitragliatrice Browning da 12,7mm, cosa essenziale se si vuole evitare il rischio di coinvolgere nel proprio tiro le truppe amiche.

Dalle informazioni a nostra disposizione sembra che nel primo filmato ci fossero carabinieri del Gis (Gruppo d’intervento speciale, i tiratori scelti) e del 1° reggimento paracadutisti e dal linguaggio da loro impiegato sembra che abbiano bisogno di qualche lezione di ‘procedure delle comunicazioni’ e di topografia. Quelli citati sono reparti scelti delle forze armate italiane. Se da loro tolleriamo che non si attengano alle procedure, cosa ci dobbiamo aspettare da altri reparti che non consideriamo ‘scelti’? Quale confusione siamo disposti a tollerare sul campo di battaglia?

Un altro aspetto da approfondire è quello della abilitazione a riprendere scene di operazioni e della diffusione delle immagini riprese. Chi riprendeva Gis e carabinieri paracadutisti non poteva che essere un carabiniere. E se non faceva altro, vuol dire che il suo incarico era quello di riprendere e quindi che le sue erano immagini ufficiali e quindi che le doveva consegnare al comando della Task Force al termine della operazione. Se invece era una sua iniziativa privata, vuol dire che non stava assolvendo il compito assegnatogli. Lo stesso si dica per la telecamera fissata su un mezzo dei lagunari. Se era ufficiale, le immagini dovevano essere consegnate, se non era ufficiale era una violazione di consegna. Per quanto ne sappiamo, il generale Chiarini aveva invitato tutti i reparti a consegnare le immagini riprese.

Qualche considerazione finale. Da qualche tempo lo stato maggiore dell’Esercito ha costituito i ‘media combat team’, piccoli gruppi di quattro persone che, armate di macchina fotografica e videocamera, sono addestrati e impiegati per riprendere immagini di operazioni. Le immagini da loro riprese vanno considerate, di norma, classificate. A seguito di un esame accurato, possono essere declassificate e divulgate. La costituzione dei media combat team dà la misura di quanto l’Esercito senta il bisogno di documentare scene di operazioni militari.

L’auspicio è che la Difesa, che dispone di questi team, senta il bisogno di rendere conto ai cittadini che pagano le tasse di come sono spesi i loro soldi, anche facendo vedere – dopo averle declassificate – immagini di operazioni militari. Se così fosse stato dopo le battaglie dei ponti, oggi non si starebbe a fare tanto rumore su delle riprese video fatte pervenire alla stampa di nascosto, come se si trattasse di chissà quale rivelazione di segreti militari. Le forze armate non hanno niente da nascondere e questo i cittadini lo devono sapere, ma si deve anche sapere che meno le forze armate parlano più si immaginano segreti e più le stesse forze armate ne devono poi rispondere e pagare le conseguenze.

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