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| Anno 2005 | |
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Sin da quando Caio Mario cominciò a rimpolpare i ranghi delle sue legioni arruolando plebei senza un soldo che dovevano poi essere equipaggiati e mantenuti a spese dello Stato, trasformando così radicalmente il servizio militare da un dovere personale (e un dovere piuttosto costoso, perchè nella Roma repubblicana i soldati dovevano pagarsi di tasca propria armi e armatura) in un mestiere come tanti altri, il concetto di forze armate professionali ragionevolmente efficienti è sempre rimasto strettamente dipendente dalla combinazione di diversi fattori.
Primo, l'esistenza di una base sufficientemente vasta di giovani uomini (e ora anche donne) in grado di portare le armi, mentre le reali o prevedibili esigenze strategico-politiche della nazione richiedono che solo una piccola frazione di questo potenziale umano sia davvero impiegata in missioni militari. Secondo, un'economia che sia abbastanza robusta da permettere allo Stato di versare degli stipendi più o meno decenti ai suoi soldati, ma che allo stesso tempo non sia tanto forte da generare dei posti di lavoro civili ben pagati per chiunque li voglia. Terzo e fondamentale, una varietà di motivazioni psicologiche tali da convincere un buon numero di ragazzi in gamba che accettare lo scellino della Regina (1) e poi ubbidire agli ordini della Regina in giro per l'Impero (2) è molto meglio che restare a casa per fare lo stalliere, l'operaio o al massimo l'impiegatuccio di terzo livello. L' importanza relativa di questi fattori è andata variando in modo considerevole a seconda del periodo storico e del tipo di società, e in particolare gli aspetti psicologici sono stati suggetti a cambiamenti radicali, dall'allettante prospettiva di saccheggio e stupro autorizzato al semplice spirito di avventura, dall'anelito di gloria al desiderio di evadere dai limiti soffocanti di una società civile strettamente regolata per nascita o per censo, a via via sino alla percezione (oggi "politicamente scorretta" al massimo grado, ma che ha dominato tutta la storia dell'umanità) della guerra come il momento culminante nella vita di un uomo e del coraggio in battaglia come suprema prova di virilità. Ma al di là di queste variazioni, un certo equilibrio tra i tre fattori è sempre stato indispensabile perché il sistema potesse funzionare. Una volta che si è accettato il principio di forze armate professionali - il che ovviamente significa abbandonare il concetto del servizio militare come dovere e anzi come componente essenziale dell'essere uomini liberi e cittadini - le reclute devono essere “persuase” ad arruolarsi. Mandare a terra delle squadre per l'arruolamento forzato, come facevano le marine dell'epoca velica, o rifiutarsi di mettere in congedo il personale che è arrivato alla fine della sua ferma, come sta facendo l'esercito americano, non sono soluzioni molto credibili sul lungo termine. Questo equilibrio è oggi gravemente minacciato nelle forze armate americane, e in particolare lo US Army si trova ad affrontare una crisi di reclutamento molto seria. L'Esercito ha mancato tutti i suoi traguardi mensili di reclutamento nel corso del 2005, con ogni mese peggiore del precedente: -27% in febbraio, -31% in marzo, -42% in aprile, -27% in maggio (ma solo perchè l'obiettivo stesso era stato drasticamente ridotto) e così via, sicchè alla fine dell'anno fiscale 2005 al 30 settembre ci si troverà quasi certamente con un "buco" di 12-15.000 uomini - l'equivalente di un'intera divisione di fanteria! - rispetto al target di 80.000 nuove reclute. La Guardia Nazionale e la Riserva stanno anche peggio; la Guardia è già sotto tabella di un'intera divisione, mentre il tasso di rafferma nella Riserva non è nemmeno la metà di quanto sarebbe necessario per mantenere le unità ai livelli assegnati. La crisi è tanto più grave, in quanto lo US Army ha appena ottenuto l'autorizzazione del Congresso ad aumentare il suo personale in servizio attivo da 482.000 a 512.000 uomini e donne. Il capo dell'ufficio reclutamento, maggior generale Michael Rochelle, ha parlato delle "condizioni più difficili che abbia mai visto nei miei 33 anni in uniforme". A partire dall'abolizione della leva nel 1973, le forze armate americane hanno sempre contato, per il reclutamento del loro personale di bassa forza, su quella che è stata descritta come una forma larvata di coscrizione per censo. Ragazzi e ragazze senza un titolo di studio superiore, e/o provenienti da famiglie di basso livello sociale, si arruolano sopratutto per ottenere un lavoro abbastanza ben pagato e con solide garanzie in fatto di pensione e assistenza medica, più eccellenti facilitazioni (finanziarie e di altro genere) per chi vuole continuare a studiare. La motivazione di servire il paese in armi rimane abbastanza vaga all'atto dell'arruolamento e deve semmai essere artificialmente stimolata durante il periodo di addestramento. Data questa situazione, la reazione istintiva del Pentagono è stata quella di cercare di reagire alla crisi, utilizzando degli strumenti economici. L'Esercito offre oggi uno "scellino del Presidente" molto consistente, con premi di arruolamento sino a 20.000 dollari e borse di studio sino a 70.000 dollari e ha inoltre aperto la possibilità di una ferma breve di 15 mesi nei reparti combattenti di fanteria ma con tutti i benefici normalmente associati alla ferma standard di quattro anni. La Guardia Nazionale ha aumentato l'età massima per arruolarsi da 32 a 39 anni (si parla anzi di arrivare a 42) e offre un premio di 15.000 dollari al personale attualmente in servizio o che ha servito in passato e che firma per altri sei anni, mentre anche chi non ha alcuna esperienza militare riceve subito 10.000 dollari. Queste misure, accompagnate al già citato "freno" ai congedamenti ("Stop-loss Orders") e al richiamo di singoli individui dotati di particolari capacità (IRR, Individual Ready Reserve) potrebbero forse bastare a tamponare la falla. In ogni caso, esse corrispondono però a un perfetto esempio della politica dello struzzo, in quanto partono dal rifiuto di riconoscere e affrontare il vero problema. La crisi degli arruolamenti non è dovuta a insufficienti incentivi economici; è invece interamente dipendente da fattori psicologici, e cioè dal devastante impatto dei conflitti in Iraq e in Afghanistan, senza alcuna prospettiva di una soluzione qualsiasi - di una vera vittoria, non se ne parla nemmeno - nel prevedibile futuro. Questa spiacevole verità è indirettamente dimostrata dal fatto che la crisi riguarda essenzialmente l' Esercito. La Marina e l'Aeronautica, il cui impegno nelle operazioni Enduring Freedom e Iraqi Freedom è molto più limitato e sopratutto molto meno rischioso, non hanno alcuna difficoltà a mantenere i loro obiettivi di arruolamento. Anche i Marines, sebbene abbiano anch'essi arruolato meno reclute del previsto per quattro mesi di fila nella prima metà del 2005 (per la prima volta in dieci anni), sono sotto tabella in modo molto meno serio dell 'Esercito, grazie esclusivamente alla ben più robusta motivazione di chi vuole unirsi ai "Colli di Cuoio". Ora, sarebbe stupido accusare in blocco il personale in servizio e le reclute potenziali dello US Army di codardia e di immaginare che essi siano semplicente incapaci di comprendere che prendere lo "scellino della Regina" comporta l'accettazione di certi rischi personali. Detto questo, l'innegabile evidenza che il conflitto in Iraq è il fattore principale che convince i giovani americani a girare bene alla larga dagli uffici di reclutamento dell'Esercito ha delle implicazioni di straordinaria gravità, non solo per gli Stati Uniti ma anche per tutti gli altri paesi occidentali che negli ultimi anni si sono precipitati a seguire l'esempio americano e sono passati a forze armate professionali. Affrontare queste implicazioni e correggere i loro effetti negativi richiederà ben di più che un aumento degli stipendi. Si tiene oggi per verità rivelata che gli eserciti di professionisti siano molto più efficienti di quelli di leva, e in effetti l'esperienza di conflitti recenti sembra confermare questo assunto. Non v'è però alcun dubbio che il fattore principale nella decisione americana di abbandonare la leva nei primi anni 70 non sia stato la ricerca di una maggiore efficienza combattiva, bensì l' imperativa necessità di evitare ad ogni costo un altro disastro come il Vietnam. Le élite politiche e militari degli Stati Uniti sono sempre state e sono tuttora convinte che la guerra in Vietnam venne persa perchè il fronte interno crollò sotto il peso delle perdite sempre crescenti in un conflitto di cui l'opinione pubblica non capiva le ragioni e che non sembrava offrire delle chiare prospettive di vittoria. Si ritenne quindi che un esercito completamente professionale avrebbe eliminato ogni rischio di un altro crollo del genere, in quanto anche delle perdite molto gravi, sofferte però da gente che in fondo ha scelto di sua spontanea volontà di fare un certo mestiere, non avrebbero impressionato più di tanto l'opinione pubblica - o quanto meno, non al punto di creare una rivolta contro le politiche del governo. Il ragionamento era sbagliato. Come minimo, non si era riflettuto abbastanza sulle implicazioni del cercare di convincere la gente ad arruolarsi o prolungare la ferma mentre c'è una guerra in corso e non si era compreso che i giovani non decidono quasi mai da soli circa il loro futuro e sono invece immersi in un ambiente di genitori, parenti, amici, fidanzati/e, insegnanti, allenatori sportivi e così via che sono tutti in grado di influenzarli in un senso o nell'altro. Secondo il già citato generale Rochelle, sono una piccola percentuale di queste persone è oggi disposta a incoraggiare i giovani ad arruolarsi, il che non è certo sorprendente. Col senno del poi è sin troppo facile capire cosa è successo. Una volta che si distrugge e anzi si ridicolizza il concetto del servizio militare come dovere e lo si trasforma in un mestiere, la gente prenderà lo "scellino della Regina" solo se i vantaggi risultano superiori agli svantaggi - ma sul loro metro, non su quello dei governi. In questo quadro, anche un tasso di perdite molto lieve come quello attualmente sofferto dalle forze americane in Iraq e Afghanistan, con in più la prospettiva pressoché certa di lunghi e scomodi turni operativi all'estero, è più che sufficiente per convincere moltissimi ragazzi e ragazze che l'Esercito non fa per loro. Il mondo occidentale moderno non è la Roma della tarda Repubblica e dell'Impero e nemmeno l' Inghilterra vittoriana. La gente pensa in modo diverso e le sue ambizioni sono diverse. Come uscirne, quindi? In aggiunta agli incentivi economici di cui si è detto, negli Stati Uniti si stanno formulando proposte per allargare la base di reclutamento "permettendo" anche alle donne (o piuttosto costringendole) di servire nei reparti combattenti di fanteria, incoraggiando apertamente l'arruolamento di omosessuali e aprendo i ruoli agli immigrati legali e illegali o anche a cittadini stranieri con la promessa della concessione automatica della cittadinanza. Si comincia addirittura anche a parlare del "grande tabu" (ritornare alla coscrizione obbligatoria). Ci si sta infatti rendendo conto che anche se lo US Army riuscisse a raggiungere in pieno i suoi obiettivi di arruolamento, sarebbe sempre troppo piccola per sostenere la politica di espansione imperiale che passa sotto il nome di "guerra globale al terrorismo". E difatti, in un paio di recenti discorsi il Segretario dello US Army, Francis J. Harvey, ha parlato proprio di Dovere e di Patria, con tanto di maiuscole, per convincere i giovani ad arruolarsi. Oddìo, uno potrebbe magari esprimere qualche perplessità per questa improvvisa conversione a siffatti nobili ideali, visto che il Dr. Harvey è un dirigente d'azienda che non ha mai servito in uniforme per un solo giorno in vita sua. Ci si potrebbe poi anche chiedere, visto che si ricomincia a parlare di Dovere, come mai nessuno - ma proprio nessuno - dei membri del Senato e del Congresso abbia un figlio o una figlia in uniforme, neanche come ufficiale. Non sarà mica per caso che il Dovere vale solo per i negri, i portoricani e gli altri povericristi? Ma se a qualcuno in Europa venisse un po' da sorridere nel pensare a queste difficoltà americane, farà bene a cambiare subito espressione, perchè noi stiamo molto peggio. Quasi tutti i paesi europei che sono di recente passati a un sistema di forze armate professionali si sono dimostrati incapaci di arruolare il personale di cui avrebbero bisogno e in alcuni casi il "buco" è proporzionalmente molto più grave che non negli Stati Uniti e investe tutte le specialità e i servizi delle forze armate. I nostri problemi sono ben noti, e anche le forze armate spagnole sono del 40% sotto tabella (!) sebbene si accettino volontari da tutti i paesi di lingua spagnola. Queste gravi difficoltà di arruolamento si incontrano nei paesi europei, nonostante le rispettive forze armate si trovino in condizioni da tempo di pace, con impegni operativi limitati a missioni per il mantenimento della pace di natura relativamente modesta, con frequenti rotazioni, paga extra e perdite complessive che rimangono bene al disotto della media degli incidenti di traffico del sabato sera. E' quindi chiaro che, a differenza degli Stati Uniti, il nostro problema è di natura cronica e quindi pressoché incurabile. Questa condizione è dovuta in parte ai bilanci della difesa all'osso, che rendono gli stipendi del personale militare accettabili solo per chi non riesce proprio a trovare niente di meglio, e in parte al fatto che la maggior parte dei giovani è arrivata alla logica conclusione che non solo "la guerra è bella ma scomoda" ma anche il semplice servizio militare non è poi tanto comodo. E se uno non è obbligato a vestire l'uniforme, perchè farlo? Fa venire davvero i brividi pensare a cosa succederebbe se ci trovassimo a dover affrontare non un conflitto su larga scala, che fortunatamente è assai improbabile, ma anche una situazione di duro impegno prolungato sul tipo di Iraqi Freedom. Per il bene o per il male, abbiamo buttato la leva nella spazzatura della storia e se un nuovo Rouget de l'Isle scendesse in strada a cantare "Aux Armes, Citoyens!" (3), gli unici a seguirlo sarebbero gli infermieri del manicomio. Ma se il pazzo era davvero lui - e con lui i nostri nonni e i nostri padri - o se invece i pazzi siamo noi, ce lo dirà il futuro. -------------------- 1) Nell' Inghilterra vittoriana, i giovani che si arruolavano nell'esercito ricevevano immediatamente dal sergente arruolatore uno scellino come simbolo della loro nuova condizione. "Prendere lo scellino della Regina" significa ancor oggi diventare soldato, scegliere il mestiere delle armi. 2) Nel proverbio inglese, "You Take the Queen's Shilling, You Do the Queen's Bidding". 3) A quanto trovassero piuttosto ridicola l'idea di un collegamento diretto tra un certo tipo di musica e un certo tipo di sentimenti patriottici, consiglio di ascoltare la "Marsigliese" non nella sciocca e insipida versione attuale ("ricomposta" per ordine di Valéry Giscard d'Estaing, il che spiega tutto), ma nel testo originale e con l'arrangiamento di Blériotz. Poi ne riparliamo.
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