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| Anno 2005 | |
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Alla fine del mese di agosto 1999, al termine della crisi che aveva coinvolto il Kosovo, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, è stato inviato in missione fuori area, con funzioni di polizia internazionale civile, un contingente di personale appartenente alla Polizia di Stato, che attualmente prende parte alla Missione internazionale di polizia civile Onu Civpol dispiegata in Kosovo e denominata Unmik, unitamente ad altri 3.350 agenti provenienti da più di 50 paesi.
Tale impegno internazionale è stato determinato dal Dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell'Interno ed è conforme alle previsioni di cui alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nr. 1244 del 10 giugno 1999, che prevede per la polizia di Unmik due specifici obiettivi: garantire l'ordine e la sicurezza pubblica in Kosovo e assicurare il rispetto della legge; reclutare e addestrare una polizia locale altamente professionale, imparziale e autonoma, denominata Kps (Kosovo Police Service, Servizio di Polizia del Kosovo). La missione della polizia internazionale civile in Kosovo potrà quindi ritenersi conclusa quando la neonata polizia locale sarà in grado di fare rispettare le leggi e garantire l'ordine e la sicurezza pubblica secondo gli standard internazionali e, comunque, la prima "dead-line" fissata dal mandato è quella del 31 dicembre 2005. Per realizzare gli obiettivi stabiliti dal Consiglio di Sicurezza, la missione Unmik è articolata in tre fasi ben distinte (che sono poi le fasi standard previste per le missioni di "sostituzione" delle Nazioni Unite) come anche ribadito dal segretario generale dell'Onu Kofi Annan nel suo rapporto del 12 luglio 1999. Prima fase Nel corso della prima fase la Forza di stabilizzazione a guida Nato dislocata in Kosovo al termine del conflitto, denominata Kfor (Kosovo Force), ha avuto la piena responsabilità, dal giugno 1999 alla seconda metà dell'anno 2000, del mantenimento dell'ordine e della sicurezza nel paese, anche per quanto riguarda gli aspetti prettamente civili, svolgendo anche compiti di polizia giudiziaria, pubblica sicurezza, polizia stradale e polizia di frontiera. Man mano che la situazione interna è venuta a normalizzarsi e che le condizioni di sicurezza si sono rafforzate, parallelamente al dispiegamento del personale civile delle Nazioni Unite incaricato di dar vita all'Amministrazione Interinale Onu, hanno cominciato a essere dislocati anche operatori di polizia provenienti da quasi tutti gli Stati membri. In poco tempo si è così sviluppato un embrione di polizia internazionale civile Civpol, che ha iniziato a operare unitamente ai militari, ai quali però residuava la cosiddetta primacy nella responsabilità dell'applicazione della legge e della verifica del suo rispetto. Successivamente, con l'ulteriore consolidarsi della presenza in numero cospicuo di operatori Civpol, la polizia di Unmik ha cominciato gradualmente ad assumere funzioni di garanzia della sicurezza e della protezione per i cittadini, nonché la primacy nell'attività di investigazione. A partire dal settembre 1999, perciò, Civpol ha iniziato a subentrare a Kfor dapprima nell'attività investigativa e successivamente in quella di gestione dell'ordine e della sicurezza all'interno delle diverse aree di responsabilità in cui è stato diviso il paese. Alla fine dell'anno 2000, quindi, la missione Unmik Civpol, con riferimento alla attività di polizia, era definitivamente passata alla seconda fase. Seconda fase La seconda fase della missione Unmik è stata caratterizzata, nel momento iniziale, dal definitivo passaggio della primacy nell'attività di polizia da Kfor alla componente Civpol. Da quel frangente, quindi, l'attività di polizia è stata disimpegnata solamente dai poliziotti civili, residuando alla Kfor unicamente la mera attività di polizia militare, ovvero quella di assistenza alla polizia civile nei casi in cui ciò fosse stato espressamente richiesto. E' infatti ben comprensibile come, attesa la particolare situazione di instabilità del Kosovo al termine del conflitto, particolari attività di polizia indirizzate verso personaggi sospettati di essere criminali di guerra oppure significativamente pericolosi, sebbene rientranti "de iure" nella sfera di esclusività della polizia civile, continuassero ad aver bisogno di una fattiva assistenza, soprattutto in termini di sicurezza, da parte dei militari. Nella seconda fase, che è - per quanto in momento avanzato - quella che si vive oggi in Kosovo, la componente Civpol ha avuto come ulteriore compito quello di "mettere a regime" l'Accademia di polizia Kps attraverso la formazione di agenti e ufficiali che saranno la spina dorsale e la catena di comando della nuova polizia - autonoma e imparziale - del Kosovo. Da un lato, quindi, sono stati intensificati i corsi di istruzione e di addestramento, tenuti presso il Centro di Vuctrin (cittadina a nord-ovest di Pristina, dove è situata la locale Accademia di polizia) da personale internazionale altamente specializzato, a cura dell'Osce (Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa), mentre dall'altro è anche stata implementata l'attività di reclutamento (i poliziotti locali risultano essere ormai oltre 4.500). Sul piano prettamente operativo sono stati integrati nella struttura di polizia gli agenti locali, dapprima in pattuglia unitamente agli internazionali, successivamente in ufficio, sempre affiancati agli internazionali, e dopo maggiormente coinvolti e lasciati a operare in autonomia all'interno delle sezioni e dei Compartimenti di polizia stradale, poi nelle Sottostazioni e da ultimo nelle Stazioni di polizia, così da dare fattivamente inizio a quel momento di transizione che dovrà, con prudente celerità, portare alla terza e ultima fase della missione. Attualmente, comunque, restano di competenza esclusiva Civpol le materie maggiormente "sensibili", ossia tutte quelle che riguardano i crimini di guerra, la grande criminalità e l'intelligence. Terza fase La terza ed ultima fase della missione Unmik in Kosovo, cui ormai ci si sta avvicinando a passi velocissimi e che si dovrà concludere entro il 31 dicembre 2005, prevede che, una volta completato l'addestramento della polizia Kps, selezionata secondo gli standard internazionalmente riconosciuti, autonoma e imparziale, la componente Civpol proceda gradualmente - e valutando comunque di volta in volta l'impatto di tale passaggio sul paese e sulle istituzioni - a cedere la responsabilità dell'intera attività di polizia alla componente locale. In questo modo, quindi, le Nazioni Unite e la loro polizia civile potranno tornare a quelle funzioni proprie di monitoraggio che le hanno sempre caratterizzate e che consentiranno di verificare, nel lasso temporale intercorrente tra il momento dell'avvenuta transizione e quello della conclusione della missione come da mandato ricevuto, il livello di efficienza e di professionalità raggiunto dalla polizia Kps. In tale cornice va ad inserirsi l'impegno istituzionale del dipendente personale della Polizia di Stato. Circa 35, ad oggi, sono gli appartenenti alla Polizia di Stato che prestano servizio nella componente Civpol in Kosovo, impegnati sia presso i cinque Comandi regionali della polizia Unmik, che presso il Quartier generale di Pristina. Altri poliziotti italiani prestano servizio in unità investigative di livello centrale ovvero periferico, in sezioni speciali, presso i Centri di detenzione e gli Istituti di pena (ad esempio presso il carcere di massima sicurezza di Dubrava, ove operano anche appartenenti alla polizia penitenziaria, coordinati da un funzionario del ministero della Giustizia), oppure presso l'Induction Training Center (ITC) delle Nazioni Unite a Pristina, all'interno del programma per la formazione del personale internazionale, o ancora presso la Scuola di polizia Kps di Vuctrin, per la formazione del personale locale, se non addirittura temporaneamente distaccati come ufficiali di collegamento presso le brigate multinazionali Kfor o presso l'Osce. Altri colleghi sono impiegati come addetti all'informazione presso il Quartier generale Onu della missione, altri ancora nelle Unità di protezione, altri elementi, invece, svolgono funzioni di addetti agli uffici di collegamento con le strutture internazionali Oipc-Interpol. Tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato presenti in teatro operativo nell'ambito della missione Civpol (sotto la supervisione del capo contingente e seguendo le sue indicazioni, come anche trasmesse dal Dipartimento della pubblica sicurezza) hanno raggiunto posizioni di buon livello, se non addirittura di notevole prestigio, all'interno della struttura, riuscendo così a contemperare le aspettative personali con quelle dell'Istituzione. Gli uomini della Polizia di Stato, inoltre, nello svolgimento dei propri compiti riscuotono il plauso unanime degli organi di gestione e controllo delle Nazioni Unite e la massima fiducia da parte della popolazione locale. Particolarmente apprezzate, oltre alle doti di umanità e comprensione, sono le capacità e le conoscenze tecnico-professionali, soprattutto nei settori del controllo del territorio, della investigazione criminale e dell'intelligence, nell'attività di polizia stradale e della gestione tecnico-amministrativo-contabile, tanto del personale quanto delle risorse. Sono apprezzate nel personale italiano anche le capacità addestrative, tali da far bene integrare il nostro personale anche nelle strutture Unmik-Civpol di formazione, sia della polizia internazionale per i colleghi che giungono neofiti in teatro, sia di quella locale Kps. All'interno dei Regional Headquarters della polizia Unmik, organizzati alla stregua di una Questura italiana, gli operatori della Polizia di Stato sono riusciti a occupare quasi tutti i posti di funzione di livello medio-alto e in alcune realtà è perfino appannaggio italiano il posto di Capo della polizia regionale di Pec (Kosovo occidentale). Tali circostanze danno conferma delle capacità professionali dei poliziotti italiani, anche considerando che all'interno delle missioni Civpol (classificate dall'Onu come "no-ranks", ovvero senza distinzione di grado) gli incarichi di rilievo e di responsabilità sono affidati direttamente (e attribuiti nello specifico dal Main Headquarters di missione, ovvero dal "Commissioner" senza alcun privilegio connesso all'eventuale qualifica - magari elevata - ricoperta nella struttura di polizia del paese di origine. L'esperienza vissuta dagli appartenenti alla Polizia di Stato nella missione Unmik-Civpol in Kosovo è del tutto "sui generis" in un regime cosiddetto "di doppio binario". Per un verso, infatti, il personale continua a operare alle dipendenze gerarchiche e funzionali di un capo contingente interno alla Polizia di Stato (solitamente un funzionario con qualifica di Vice Questore aggiunto), soggiacendo alle regole proprie dall'Amministrazione della pubblica sicurezza sotto ogni profilo soprattutto quello disciplinare, mentre dall'altro va a inserirsi nella struttura sovranazionale Onu che ha proprie regole, al cui rispetto è tenuto per tutto il periodo di missione. Va da sé che in caso di un eventuale conflitto di interessi, ferma restando la necessità di conformarsi alla normativa internazionale e ai principi fondamentalii del Diritto internazionale umanitario, l'operatore della Polizia di Stato dovrà sempre tenere a mente che, per quanto la partecipazione alla missione lo obblighi a rispettare disposizioni, direttive e indicazioni fornite dalla struttura gerarchica e di comando delle Nazioni Unite, egli resta comunque incardinato a pieno titolo nell'Istituzione nazionale, dovendo quindi in tal senso valutare e ponderare ogni eventuale iniziativa da intraprendere, tenendo comunque sempre a mente quelle che sono le indicazioni fornite dal Capo contingente ovvero dalla struttura nazionale di coordinamento della missione. Sotto il profilo operativo, invece, l'articolazione del servizio all'interno della missione Civpol in Kosovo non presenta punti di contatto con quella nazionale. Differente l'orario, differente la regolamentazione dei riposi, dei giorni liberi, dei congedi, della malattia, "prima facie" ci si trova dinanzi a qualcosa di completamente nuovo e del tutto inusuale. In ordine alla norme giuridiche da applicare e far applicare, infine, per quanto le stesse siano del tutto eterogenee e riconducibili a normative precedentemente vigenti, a principi del Diritto internazionale, anche umanitario, a direttive "ad hoc" delle Nazioni Unite, se non addirittura a un corpo legislativo in corso di definizione e del tutto "sperimentale", il personale della Polizia di Stato non ha mai trovato e continua a non trovare difficoltà alcuna nella loro corretta esecuzione, fermo restando che alla componente Civpol spetta comunque "in primis" rispettare e far rispettare le leggi, a prescindere dalla loro genesi. In tale ottica, quindi, non può non evidenziarsi come l'esperienza della Polizia di Stato in Kosovo, attraverso il diuturno operare all'interno di struttura internazionale dotata di regole proprie, senza però dimenticare quelle su cui l'Istituzione nazionale si fonda, e con l'applicazione di un diritto non strettamente codificato, per quanto "in fieri" e comunque conforme ai principi base del di quello internazionale e umanitario, sia tuttora un valido e positivo tentativo di comprendere il reale significato dell'assioma "Restoring Order Following Hostilities" che sta alla base di ogni singola missione internazionale di polizia civile. E' pertanto con comprensibile orgoglio che gli Autori ricordano come il 23 febbraio 2002 a Pristina, nel corso di una suggestiva cerimonia tenutasi presso il Quartier generale della missione delle Nazioni Unite, alla presenza del Capo della polizia dell'ONU e del Rappresentante del segretario generale, con la partecipazione del Direttore centrale per gli affari generali della Polizia di Stato, in rappresentanza del Capo della Polizia, per i particolari risultati di servizio ottenuti nel corso del periodo reso in missione dal personale dipendente (iniziato nell'agosto 1999) la bandiera della Polizia di Stato è stata insignita della medaglia dell'Onu "Al servizio della Pace". Si è allora trattato della prima occasione e circostanza in cui le Nazioni Unite hanno concesso tale particolare e prestigioso riconoscimento a una bandiera di una Forza di polizia o di un reparto di Forza armata nazionale e la prima volta in assoluto in cui una bandiera italiana ha ricevuto tale tributo. Per la Polizia di Stato, invece, si è trattato del primo riconoscimento internazionale e della prima decorazione ottenuta per operazioni rese al di fuori del territorio nazionale dopo il 1943 (medaglia di bronzo al Valor Militare concessa al battaglione mobilitato Guardie di PS "Fiume" per le operazioni in Croazia dal giugno all'11 settembre 1943). -------------------- Giorgio Butini è un funzionario della Polizia di Stato con pluriennale esperienza di polizia internazionale in Kosovo con le Nazioni Unite e in Macedonia con l'Unione Europea. Collabora con l'Accademia europea di polizia nel training dello staff di comando delle missioni di polizia della Unione Europea. E' autore di un manuale sulle missioni di polizia. Paolo Cestra è un funzionario della Polizia di Stato con esperienza di polizia internazionale in Kosovo con le Nazioni Unite. E' autore di un manuale sulle Missioni di Polizia.
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