Anno 2005

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L'Italia e le Forze armate, un rapporto da consolidare

Luigi Caligaris, 17 marzo 2005

Con l'avventura tragicomica, poco comica e niente tragica delle due petulanti Simone, finita col pingue esborso di milioni di euro dal nostro Stato (cioè da noi) ai terroristi e la festosa oltre che solenne accoglienza delle due cosiddette eroine al loro rientro in Italia e, a breve distanza di tempo, con quella tragica della signora Sgrena, conclusasi con la morte di un degno servitore dello Stato, sembra che stia per confermarsi, in occasione di eventi che emotivamente hanno presa sul pubblico, una singolare attrazione per l'iperbole sul piano politico, istituzionale e mediatico.

Ove essa divenisse tendenza, rischierebbe non solo di ridicolizzare l'Italia la cui reputazione - a torto o a ragione - non è tanto solida, ma soprattutto di condizionarne le scelte di politica estera e di sicurezza nonché di avere riflessi non positivi per le istituzioni militari. L'annuncio del ritiro delle nostre truppe a settembre dall'Iraq, senza che vi sia stato dibattito, non potrebbe essere un primo segnale di questa dipendenza della politica da reazioni emotive che essa stessa ha innescato?

Seppure stiano emergendo segnali di dissenso per la gestione di questa ripetuta bagarre, il solo fatto che in due diverse occasioni si sia coralmente seguito lo stesso enfatico copione pare dimostrare una preoccupante predisposizione dello Stato e dei suoi cittadini a farsi prendere la mano da eventi in cui non solo si possa esibire a poco prezzo la nostra conclamata bontà, ma si possa oscurare la realtà delle cose sotto una coltre di ineffabile retorica. Tale esternazione sopra le righe non può non turbare chiunque si auguri che la nostra Italia sappia invece meritarsi il rispetto grazie alla capacità di reagire alle sfide con dignità, sobrietà e fermezza. Durante il terrorismo il nostro paese ha tenuto un comportamento esemplare, universalmente apprezzato. Quello è il modello da seguire non questo.

Ciò detto, pare responsabile chiedersi quali possano essere gli effetti di tanto clamore, ove esso entri a far parte del nostro costume politico, istituzionale, mediatico. Cosa mai possa accadere se in eventi consimili i mass media - chi più chi meno - si lancino ogni volta a briglia sciolta per coprirne il più insignificante dettaglio, divulgare le più dissennate dietrologie, dispensare un mielato buonismo frammisto a esortazioni alla pace. E se, come contorno, la classe politica si contenda ogni volta lo spazio mediatico per strumentalizzare gli eventi per fini di politica interna e se le autorità nazionali, fino ai più alti livelli, invece di ridimensionare le cose si rendano compartecipi del tormentone.

E quali saranno le conseguenze se ogni volta la folla - coinvolta emotivamente, a cominciare da quella che inneggia sempre e comunque alla pace - esige il non impiego o il ritiro dei militari, se la prende con gli americani, dispiega o sventola le bandiere arcobaleno accorrendo in massa al centro di Roma per partecipare alle affollate - oltre che inutili - marce della pace. Senza contare l'occasionale connubio fra marce della pace e visite al Vittoriano, mischiando il sacro e il profano.

Nel timore che tale esaltazione corale per eventi minori rispetto a quanto ovunque succede divenga tendenza, pare logico chiedersi come si comporterebbe l'Italia ove, con motivazioni credibili, dovesse ricorrere al diritto-dovere dell'uso della forza, tuttora l'aspetto più importante della sovranità nazionale. E' domanda da porsi perché la forza e la sicurezza di una nazione non dipendono solo dall'efficienza del suo apparato militare ma in larga misura dalla sua collettiva forza morale.

Poiché non si dispone della palla di vetro per vedere il futuro non resta che guardare al passato, sia pure in estrema approssimazione e sintesi, per tentare di comprendere come l'Italia tenda a reagire di fronte a sfide di grande portata.

Nel suo primo grande impegno unitario, la prima guerra mondiale, l'Italia reagisce nel tempo in quattro fasi: presentandosi impreparata, accettando rassegnata le ingenti perdite, opponendo un disfattismo crescente e, dopo la ritirata di Caporetto, esibendo ammirevole orgoglio e capacità militare. Scrive Prezzolini, intellettuale e valoroso testimone in trincea: "Dai colonnelli ai soldati tutti combatterono disperatamente per impedire che il nemico avanzasse […] i soldati hanno voluto combattere, fra Caporetto e il Piave si compì un rivolgimento nazionale, completo e benefico".

Gli fa eco lo storico inglese Lord Trevelyan: "Improvvisamente, come per incanto, gli uomini a Torino, a Firenze e nei più sperduti paesini del nord e del sud si resero conto dei guai causati dalle loro lamentele, dai loro piagnistei per la pace quando non vi erano condizioni di pace". Già allora quei piagnistei? Conclude un altro storico inglese, il Fuller: "In un baleno l'Italia si scrollò di dosso la sua decadenza morale per combattere l'ultima battaglia del Risorgimento". Varrebbe la pena analizzare il perché delle tre negative fasi iniziali, ma non è questa la sede.

A guerra finita il patrimonio di vigorosa unità nazionale, sorto d'incanto da una lotta durissima, viene rapidamente sperperato da una sovversione diffusa. Sulla scia di un'inquietudine generale e del malumore dei veterani si afferma il fascismo. Il Duce, improvvido, si erge a campione della presunta militarità del paese. Complici nel suo sforzo retorico sono gli stessi italiani, lieti di pensarsi militarmente gagliardi senza dover pagare alcun prezzo. Essi, fingendo di credere che sia il numero degli uomini in uniforme a esprimere la potenza militare di un paese (ah, gli otto milioni di baionette!) plaudono alla decisione fascista di imporre a tutti, dalla culla alla tomba, marziali uniformi.

Un insigne politologo, Mosca, ammonisce: "Il dichiarare che tutti sono soldati quando non vi è salda organizzazione militare equivale a non avere alcun soldato e a restare in balia d'un esercito bene organizzato". Ma Mussolini, non frenato dai suoi generali e gerarchi, da quell'orecchio non sente. Quanto alla folla, essa accoglie di buon grado il pretesto per marciare, inneggiare, sventolare gagliardetti e bandiere lungo gli stessi percorsi dove oggi loro figli e nipoti inneggiano con altrettanto fervore alla pace. Che sia un altro sintomo tipicamente italiano? Lo è per Luigi Barzini, secondo il quale la voglia di ritualità spagnolesca è nel nostro patrimonio genetico. Chi può dargli torto?

Quell'ubriacatura retorica ci fa scivolare in beata ed entusiasta incoscienza verso una guerra "povera" combattuta con armi "povere", che ci costa un paese invaso e quattrocentomila caduti, tanti quanti quelli registrati dagli Stati Uniti vincendo due guerre in due continenti. La guerra termina per l'Italia con una disfatta di gran lunga peggiore di Caporetto, poiché coinvolge tutta la nazione e non solo le Forze armate. Quella data è l'8 settembre. E l'Italia si spezza. Anche questa volta, di fronte a una drammatica crisi, gli italiani reagiscono con orgoglio e centinaia di migliaia di giovani si battono e si sacrificano, in Italia e all'estero, non importa se da soldati o da partigiani. Grazie a quei volontari, con e senza stellette, l'Italia costruisce la sua seconda riscossa e si fa perdonare i suoi velleitari trascorsi di guerra. Inizia il secondo dopoguerra.

E' il momento per ricreare in chiave democratica una sobria e solida unità nazionale, motivare e consolidare le istituzioni, porre fine alle endemiche divisioni degli italiani e creare, sul nocciolo duro del Corpo di Liberazione, Forze armate rispondenti alle esigenze della nazione. In breve, valorizzare l'italianità come identità consapevole e responsabile. Invece no. Una classe politica e una intelligenzia, entrambe antirisorgimentali, si adoperano per evincere i valori nazionali dalla cultura del paese. Per mezzo secolo di patria non se ne parla se non con fastidio, si ripone o si dileggia, si invoca la demolizione del Vittoriano, si beffeggia l'inno di Mameli.

Tale distruttivo processo non ha luogo altrove e neppure in Germania, dove si pone in discussione il nazismo ma non la storia nazionale. In quel clima le Forze armate, simbolo della sovranità dello Stato, sono emarginate dall'incalzare del mito del partigiano quale testimone alternativo di una Italia senza memoria. Delle date militari si ricordano solo Caporetto e 8 settembre, entrate nel linguaggio corrente quali sinonimi di sconfitte di ogni tipo e livello. Che la controffensiva italiana dopo Caporetto abbia meritato, secondo il comandante delle Forze britanniche, Lord Cavan "un posto d'onore nella storia militare" non interessa nessuno. Disfattismo genetico? Probabile.

Trattamento ambiguo è riservato alla seconda guerra mondiale. La si disprezza perché "fascista" ma non si rigira il coltello nella piaga. Parlarne male ma parlarne poco. Il sacrificio vano ma degno di rispetto dei soldati, marinai e aviatori in una guerra non da loro voluta viene rimosso dalla memoria che conserva con strumentale tenerezza solo immagini patetiche delle loro esperienze. Il mito dei soldati italiani "brava gente" fa strada nel subconscio degli italiani e anche fra i militari, dei quali non pochi finiscono per pensare di essere così, o comunque di doverlo essere per venire accettati dal proprio paese. Le Forze armate vengono chiuse nelle loro caserme e sottratte all'attenzione nazionale.

A poco a poco finiscono per convincersi di essere un corpo anomalo ed estraneo nel paese e ciò provoca in loro un complesso d'inferiorità - segnalato con preoccupazione da un eccellente capo dell'Esercito, il generale Giorgio Liuzzi - che le rende vulnerabili rispetto al resto del paese e ricettive alle lusinghe della politica. Quel complesso ha procurato loro non lievi danni in termini materiali e morali. Nei primi trent'anni della Repubblica, in nome dell'antifascismo pervicacemente si osteggiano le Forze armate, seppure fra le istituzioni siano state di gran lunga le meno fasciste. Dalla retorica vuota ed esaltante del fascismo esse passano a quella altrettanto vuota ma deprimente e faziosa della Repubblica. Che sia dovuto all'incapacità della cultura e classe politica di comprendere natura e ruolo del corpo militare?

Ai tempi della solidarietà nazionale la politica si rende conto come sia impolitico bistrattare ed emarginare un organismo, le Forze armate, in cui ogni anno confluiscono, grazie al servizio di leva, centinaia di migliaia di giovani. Ma c'è un prezzo da pagare per la tardiva legittimazione e si battezza politicamente la Forza armata allora più rappresentativa come "esercito di popolo". Il soldato italiano è così due volte aggettivato come "brava gente" in quanto italiano e di "popolo" per farsi perdonare le stellette. Sono solo le due prime etichette fra le tante che gli saranno appiccicate, a dimostrare che in Italia non basta essere semplicemente "soldato" per venire accettato. E' inutile dire che fenomeni analoghi non avvengono altrove.

A promuovere un clima antipatizzante verso il corpo militare provvede il cinema che si butta a capofitto nel fare del militare il cliché negativo con le stellette dell'homo italicus, simpatico ma ciarlatano, svenevolmente donnaiolo, infingardo, cialtrone e furbescamente codardo, con qualche eccezione di riscatto finale di singoli. Quel trattamento ostile non è cosa da poco, se si pensa che negli Stati Uniti si riconosce soprattutto al cinema la capacità di costruire nell'opinione pubblica lo stereotipo del militare americano e, poiché si considerano i militari come istituzione fondamentale, anche i film più critici verso di loro evitano di danneggiarne l'immagine.

Non è questo il luogo per discutere del nostro cinema a tale proposito. A titolo di esempio, tuttavia, fra gli innumerevoli film italiani su soggetti militari, sono recenti e ben noti "Mediterraneo" e il "Mandolino del capitano Corelli", entrambi meritevoli di avere divulgato su scala internazionale una avvilente immagine del soldato italiano. C'è da chiedersi quale e quanto danno abbia procurato e quanti atti di coraggio siano necessari per porvi rimedio. Oggi oltre al cinema contano anche le fiction della Tv che già abbondano di agiografiche storie di preti, carabinieri, poliziotti e finanzieri, tutti bellissimi, ammirevoli e intrepidi. Delle Forze armate solo brevi apparizioni. Sorge il dubbio che scene considerate violente, di regola per le forze dell'ordine nelle fiction più note, non sarebbero loro concesse nel timore di infrangere l'identikit buonista a loro appiccicato.

Il fatto è che, con l'ausilio del cinema ma non solo, nel dopoguerra si è subliminalmente diffusa fra gli italiani la convinzione di essere soggetti perdenti. Il fenomeno si è tanto diffuso che, alla domanda rivolta da uno storico canadese sul coraggio italiano, le sue controparti italiane sono sbottate in una fragorosa risata: "Ma che domanda! Il coraggio militare italiano non esiste. E' un ossimoro". Questa sindrome collettiva non è scomparsa, anzi continua a influenzare, in modo più pervasivo e più subdolo, la debole opinione di sé che molti italiani gelosamente conservano.

Tale masochismo, che senza offrire plausibili alternative priva la nazione di valori che altrove godono altissimo credito, è degno del lettino di uno psicanalista. Ma poiché la madre dei cretini è sempre incinta, la negazione del coraggio ha dotato la "brava gente" di un figlio - il buonismo - ammiccante versione minore della bontà e maldestra oltre che pedestre imitazione dell'umanità. La trovata si diffonde in Italia, facendo scuola e proseliti. Come evitare che l'ambiente militare, condizionato com'è da una politica priva di una seria cultura militare (da non confondersi con la sua negativa controparte, quella militarista) e dal vacillante consenso di un paese umorale e disinformato, ne sia risparmiato? Si opera così un pernicioso distinguo, tutto italiano, fra il "buon soldato" che è quanto di meglio ci sia in virtù militari e il "soldato buono" che ne è invece l'opposto.

Questo bisticcio interpretativo si diffonde rapidamente in Italia con le prime missioni oltre confine delle nostre Forze armate e soprattutto con quelle dell'esercito che sono le più visibili. Questi impegni, che nella terminologia internazionale corrente si chiamano "operazioni di mantenimento della pace", nell'accomodante lessico della politica e dei mass media italiani sono abusivamente e furbescamente tradotte in "missioni di pace" tout court, dando implicitamente a intendere che i nostri soldati hanno il fucile, è vero, ma in quanto "missionari di pace" preferirebbero di gran lunga l'ulivo. Chi, giudicandoli in questa veste, può dire no al loro invio? E' l'inizio di un lungo iter, tuttora in pieno corso, di disinvoltura lessicale al servizio della nostra poco trasparente politica.

Quando nel 1991 la coalizione guidata dagli Stati Uniti sferra la guerra all'Iraq il nostro governo, che vuole almeno simbolicamente partecipare per guadagnarsi chissà quali crediti, si trova in serio imbarazzo. La guerra, com'è noto, non la permette la Costituzione, seppure sia a tutti è ben noto che con qualche stratagemma interpretativo la si può aggirare se e quando fa comodo. Ma poiché chiamare in causa la Costituzione equivale a imbarcarsi in una astrusa contesa fra costituzionalisti - chi per il sì, chi per il no e chi per il forse - nel definire l'impegno si evita la parola "guerra". Così, mentre tutti gli altri paesi della coalizione sanno di fare la guerra, i nostri aviatori assolvono assieme a loro compiti di "polizia militare". Un po' stiracchiata ma passa.

Seppure la terminologia corretta sia in uso presso i nostri militari, che avrebbero difficoltà a far digerire le nostre acrobazie lessicali ai loro alleati, il vezzo di non chiamare le operazioni militari con il loro nome continua a imperversare all'esterno del microcosmo con le stellette ad opera e per delizia dei nostri mass media e della politica. Potrebbe sembrare bisticcio da poco ma così non è, perché l'opinione pubblica, corteggiata da entrambi in quanto dal suo consenso dipende il destino di entrambi, nulla sa dei termini militari e di ciò che significano e reagisce in base alle informazioni che le sono fornite.

A pochi sembra sorgere il dubbio che in campo militare la coerenza è un doveroso obbligo anche quando si tratta solo di terminologia. Peraltro, come asserito dal filosofo Herbet Spencer: "Termini usati a sproposito spesso generano reazioni fuorvianti". Quale dimostrazione migliore di questo della tortuosità e ambiguità del messaggio dell'8 settembre di Badoglio agli italiani e alle Forze armate al quale gli storici imputano il profondo smarrimento di entrambi? D'accordo, oggi non siamo in momenti altrettanto gravi e non lo sono altrettanto le conseguenze ma la chiarezza è una virtù che non conviene ignorare.

Il gioco continua. Arrivano le operazioni di mantenimento della pace in Somalia e Mozambico; le prime coinvolgono il nostro corpo di spedizione in numerosi conflitti a fuoco. I soldati italiani si comportano bene, nonostante siano nella maggior parte di leva. Ci sono caduti e le famiglie, come quasi sempre fanno, reagiscono assieme a tutto il paese con ammirevole dignità dimostrando ancora una volta che gli italiani, se non fuorviati da falsi stregoni, sanno meritare rispetto. In quegli anni matura una grande riforma del reclutamento italiano: si passa dal servizio di leva al reclutamento volontario.

Il professionismo militare fa per la prima volta la sua apparizione in Italia. Si tratta di una decisione già presa da altri - fra cui Gran Bretagna e Stati Uniti - e per vari motivi si può ritenere opportuna anche se, pensando alla tipicità del problema italiano, un'aliquota di militari di leva sarebbe stato meglio tenerla in vita con opportuni correttivi, così come ha fatto la Germania, la cui storia consiglia di darle credito in campo militare. Ma all'Italia piace distinguersi e al momento di decidere pone in secondo piano le motivazioni militari per privilegiare quelle puramente politiche.

E così, con il benevolo sostegno della perizia della Corte Costituzionale (chi ha detto che la Costituzione non si tocca?) e dell'interesse di quella parte della Chiesa che gestisce il volontariato, la politica approva su due piedi il diritto soggettivo al rifiuto di servire in armi il paese e fa precedere il professionismo militare dall'esodo in massa, quasi un 8 settembre in tono minore, degli obiettori verso l'assistenza del clero e civile. Gratuita e dannosa è in quella circostanza anche la maramaldesca condanna della leva da parte di politici che, ignorando le sue molte benemerenze, la dipingono come una tassa iniqua. A quando l'invito alla totale evasione fiscale?

Uno dei motivi taciuti del professionismo e forse fra i più importanti è che, preso atto dei numerosi caduti di leva nelle varie operazioni oltre confine, si ritiene a ragione che con il procedere di tali impegni che hanno attualmente sostituito la difesa del paese, le vite dei professionisti siano più politicamente "spendibili" di quelle dei militari di leva. Si vedrà poi se la valutazione era esatta e se le riserve all'impiego in operazioni dei militari di leva non saranno estese anche a loro. In paesi seri e a cultura militare completa questo dubbio è già sorto e si studia come ovviarlo. Quando ci penseremo anche noi?

Il professionismo stenta ad affermarsi, intento a fare due cose: assolvere gli onerosi impegni oltre confine che ogni governo assume con troppa disinvoltura e colmare la voragine lasciata nei suoi ranghi dagli obiettori. Con l'arrivo dei nuovi soldati, militari per scelta e di professione, si dovrebbe presumere la scomparsa dei vezzeggiativi tributati ai militari di leva. Macchè! Li conservano tutti anzi ne avranno altri. Paradossalmente, anche il loro definirsi orgogliosamente "professionisti" come i loro colleghi stranieri non piace neppure alle più alte autorità politiche che preferiscono chiamarli "volontari", implicitamente facendone una sottospecie con le stellette del tanto osannato e potente del volontariato nazionale.

Viene portata avanti, comunque, con imperdonabile ritardo e soprattutto grazie alla buona volontà dei militari, fra le mille esitazioni della politica, nell'agnostico e refrattario silenzio dei mass media, una riforma di straordinaria difficoltà che è ancora tutt'altro che compiuta. Tanto per fare un esempio terra-terra, nonostante quanto afferma la Difesa, permane un giustificabile dubbio che ancora manchi - soprattutto grazie alla pasticciata gestione politica della riforma - un elevato numero di militari, in particolare all'Esercito. Per un paese che si vanta di assumere più impegni oltre confine di altri è una grave contraddizione e qui, diversamente che per le firme delle campagne elettorali, i soggetti non si possono inventare.

Qualcosa è migliorata, grazie a misure pragmatiche non sempre convincenti sul piano dell'impiego operativo, ma da qui a gridare "è fatto!" ci manca. A prescindere da queste realtà che interessano pochi, all'apparire dei militari di professione l'Italia che conta (si fa per dire) si chiede come debba trattare una categoria che in passato ha dipinta come nullafacente e anche potenzialmente golpista, tanto da ostacolarne la formazione. Non è difficile immaginare i partiti che si chiedono che farne di questi esemplari di cui non solo hanno bisogno per mostrare i muscoli della nostra politica estera.

Coerenza vorrebbe che si riconoscesse che si ha a che fare con militari che fanno il mestiere del soldato per scelta e non per obbligo e che sono quindi per diritto e dovere depositari delle virtù militari della nazione. Con comoda scelta si decide di non dismettere il termine "soldati di pace", ormai entrato nell'immaginario collettivo, ma di associarvi un altro, imperfettamente mediato dal mondo anglosassone. Al loro sobrio i "nostri ragazzi" si aggiunge l'appiccicoso vezzo "cari". Sorgono così "i nostri cari ragazzi", continuazione furbesca e strumentale dei soldati "brava gente".

Pare strano che a nessuno venga in mente che almeno a qualcuno fra loro questa definizione posticcia stia troppo stretta in quanto condiscendente, supponente e paternalistica. Il politologo Sam Huntington in un suo bellissimo libro sul rapporto fra "Stato e Soldato" dedica molte pagine alla - secondo lui - ingiustificabile e riprovevole riluttanza della società civile americana a riconoscere come tale la professione militare. Se venisse da noi, di libri su questo tema dovrebbe scriverne tre.

Lo stupidario italico si arricchisce di un'altra trovata che non si fa attendere perché il legame fra acrobazie lessicali e strumentale buonismo non è destinato a cessare, anche perché entrambi fanno parte di un profondo disagio, non curabile e tantomeno guaribile: dosi massicce di cerimonie, conferimento di onorificenze e presentat'arm e il tutt'ora poco diffuso sventolìo del tricolore. Il lessico rispecchia infatti la nostra cultura corrente che rischia di penetrare, con la sua nota invadenza, anche l'ambiente militare.

Anni fa un personaggio molto importante mi interpellò sorridente: "Sarà contento lei che ci tiene a rivalutare la professione militare. Stiamo convincendo le Forze armate che il loro futuro non è nella capacità di battersi ma nella contrattazione, nel dialogo, nell'assistenza sociale. Che ne dice?" Risposi: "Mi pare una proposta brillante, a patto che si insegni a sparare ai diplomatici e ai volontari civili. Qualcuno dovrà pur farlo". La cosa sembrava conclusa al rango di chiacchiera, se non che quelle stesse parole le ho sentite più volte da militari in servizio. Per carità una bellissima scelta ma, per coerenza, non acquistiamo più armi ma trattati di diplomazia.

Nonostante tutto, i nostri soldati il loro dovere lo fanno e lo fanno benissimo, come ho saputo, non potendoli purtroppo di persona vedere, da "professionisti militari" italiani e stranieri molto credibili. Ma essi sono aggravati, come già detto, da un handicap: l'ossessivo termine "pace" che li accompagna ogni cosa che fanno. Nulla da meravigliarsi se, com'è avvenuto, i nostri soldati hanno marciato ai Fori Imperiali assieme agli obiettori. La tesi e l'antitesi.

I nostri soldati sono disponibili anche per operazioni di guerra purché esse siano definite di "pace", senza tenere conto che etichettare soldati e impegni in tal modo equivale a delegittimarne la funzione di combattimento, a renderli incerti di fronte ai rischi e a farli prendere meno sul serio dagli avversari. Tanto uso e abuso della parola pace fa pensare alla neolingua (Newspeak) del libro "1984" di Orwell nel quale, per scelta del Grande Fratello (quello serio e non della Tv) "la guerra è pace" ed è il ministero della Pace a condurre la guerra.

Può essere utile scorrere rapidamente le acrobazie lessicali poste in atto da nostri politici per condurre operazioni militari senza sollecitare il dissenso. La missione in Mozambico e quella in Bosnia sono state correttamente definite "di mantenimento della pace" perché condotte a seguito di un Trattato di Pace, che le parti si impegnavano a rispettare. Quella in Somalia è iniziata in modo analogo sotto l'etichetta umanitaria per concludersi con la violenza più estrema. Più o meno da allora la Nato, per non dovere fare troppo frequenti cambi di terminologia al mutare dello scenario, sul posto ha scelto di definire tutte le missioni come "operazioni in supporto della pace". Inutile dire che la traduzione italiana è stata sempre e comunque "di pace".

Per la guerra in Kosovo vi è stato più di un problema per giustificare la nostra partecipazione. Un primo aiuto ci è stato dato dalla ipocrisia multinazionale che ha definito la guerra come "umanitaria", termine che si poteva continuare a tradurre in Italia "di pace". Poiché però era arduo così giustificare il bombardamento al suolo dei nostri aerei, lo si è chiamato "difesa attiva". Peraltro stupisce che i pacifisti non chiedano l'abolizione della nostra Aeronautica, in quanto risulta comunque difficile catalogare aerei da combattimento - sofisticati, ultra armati e costosi - come aerei di pace. Ma nessuno ne parla e ipocrisia vuole che solo l'esercito si carichi dell'ingombrante e pretestuoso aggettivo.

Non so immaginare come avrebbero potuto definire la guerra terrestre contro la Serbia, con tutto il ben di Dio (si fa per dire) che serve alla guerra (carri armati, missili, artiglierie, ecc..). Ipotesi formulata dalla Nato e per la quale ci siamo impegnati a fornire circa 3.000 soldati. Chi voglia saperne di più legga il libro "Come vincere la guerra" scritto dal generale Clark, già comandante supremo Nato in carica.

In Afghanistan l'esercito ha operato non solo a Kabul ma anche in operazioni dirette contro il terrorismo e presumibilmente (chi lo sa?) vi sono state anche azioni di combattimento, riuscendo difficile credere che si riesca a operare con gli americani senza sparare. Fortunatamente non ci si è posto il dubbio su come chiamare quelle missioni. "Di pace" sarebbe stato troppo anche per gli ultrà pacifisti.

Poco comprensibile è la partecipazione alla campagna in Afghanistan della nostra portaerei, la Garibaldi, che secondo i media avrebbe impiegato i suoi eccellenti aerei da combattimento senza sparare un colpo, limitandosi a intimidire i nemici con il fragore delle loro picchiate o guidando gli aerei americani sul bersaglio. Soluzione questa un po' piratesca. Anche la Marina presumibilmente però teme che le sue ottime navi e aerei siano definiti di guerra. Anatema! E perciò non li impiega o fa finta di non impiegarli per scongiurare polemiche.

In Iraq, a scorrere la stampa, ci sono stati almeno due combattimenti impegnativi ma ora, secondo l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il nostro contingente si è trincerato per non scatenare polemiche in patria e usa regole d'ingaggio che irritano per la loro mitezza il superiore comando britannico. Se così è, come non credere che ciò sia dovuto al desiderio di non urtare i fragili nervi di una classe politica in costante frenesia elettorale e che con le sue strumentali divagazioni sulla pace sta in pratica disarmando i nostri soldati anche sul piano morale? Fosse vivo Trevelyan direbbe "già visto!"

Come non pensare che, come riportato da Marco Nese sul Corriere della Sera, il tragico evento di Nassiryia non sia imputabile alla nostra sprovveduta fiducia, riferita in quei giorni dai mass media, sulle buone intenzioni degli iracheni in cortese risposta ai nostri atti e atteggiamenti pacifici? Come non credere che la scelta per così dire "di pace", tendente ad ammorbidire in patria l'opposizione politica, non abbia portato a inadeguate norme d'ingaggio, influito sull'allestimento delle difese (criticate da un generale serio e competente quale Quintana), condizionato verso il basso la scelta delle armi e dei materiali da portare in loco da cui origina anche la brutta polemica sugli elicotteri? E come non dubitare che per eccessiva cautela non si siano troppo legate le mani ai comandanti sul posto, sulla cui competenza non pare siano possibili dubbi, come se le autorità centrali da Roma potessero meglio dirigere le operazioni?

Forse le cose stanno diversamente, ma con la poca trasparenza che c'è sulle cose militari e il poco che viene riferito dai media, molte cose sono in forse. Resta un ultimo dubbio. Perché centellinare le armi e i materiali sulla base di previsioni "di pace" quando la storia recente è ricca di esempi di situazioni di quiete improvvisamente precipitate? Non è forse più saggio dotare i propri corpi di spedizione delle armi più idonee ad affrontare il caso peggiore, non già per usarle a sproposito ma per assolvere, se e quando occorre, il proprio compito, che non è di "pace" bensì di garantire, anche con la forza, la pace? Ma la differenza fra i due concetti non entra nella testa della nostra classe politica.

Non poteva mancare in questo delirio lessicale una ventata retorica che ha malamente investito i caduti in operazioni, attribuendo con leggerezza - come si fa anche in patria - a tutti loro la figura di "eroi" quasi che se, su questi aspetti, la nostra lingua fosse povera di aggettivazioni appropriate. Un sano rigore vorrebbe che a ciascuno fosse dato l'aggettivo che si ritiene che meriti. Definire "eroe" chiunque perda la vita non è solo un errore ma anche un ingiustizia nei confronti di chi ha compiuto davvero eccezionali atti di coraggio in combattimento. Che fare? Divenire più misurati oppure con la fertile inventiva nostrana inventare una superiore categoria: i Supereroi? In assenza di maggiore attenzione verso un problema che non è da poco, come non temere che un giorno si dica "tutti eroi, nessun eroe!"

In questa inflazione di eroismo si è peraltro oscurata una categoria degna del più alto rispetto. Parliamo di caduti, termine andato in disuso in Italia eppure pieno di prestigio. Chi ama imitare gli americani, che non sono sempre imitabili ma curano con attento dettaglio la ritualità militare, saprà che il loro equivalente "killed in action" è trattato con dovuta reverenza e rispetto. Anche noi, del resto, onoriamo i nostri "caduti" a Redipuglia, al Vittoriano e in tanti piccoli cimiteri, lapidi e steli disperse per il nostro paese.

In linea con la tendenza a eccedere nella retorica, merita un cenno particolare il montante cerimonialismo che, con il passaggio al professionismo, sarebbe dovuto diminuire, in quanto oggi più che mai le Forze armate hanno poco tempo da perdere con tutte le cose che hanno da fare e gli impegni da assolvere in un contesto multinazionale in cui sono le prestazioni a meritare rispetto, le sole monete utili per la politica, posto che sia disposta a capirlo.

Comprendo, non mi si dica che comprensivo non sono, che piaccia a molti politici, specie se militesenti, vedersi presentare le armi, mettere la mano sul cuore al passaggio della bandiera (lo facevano dieci anni fa?), essere attorniati da molti militari che battono i tacchi e tante altre futili cose del genere, ma oltre che un riprovevole spreco - specie quando le risorse umane e materiali sono poche - è anche un carissimo prezzo pagato in termine di costume militare, impiego del personale e preparazione professionale. Si discute molto in ogni settore di costo-beneficio. Perché non si applica quel parametro anche al rapporto fra politici e militari?

Chi va all'estero di rado trova tanto dispiego di militarismo formale. Israele ne fa quasi a meno. Le truppe che servono la regina di Gran Bretagna a palazzo dopo due anni dismettono le loro belle uniformi storiche e vanno ovunque. La genuina militarità non ha nulla a che fare con queste futili esibizioni militaresche. Chi ama "i soldatini" in garitta si renda conto, anche se non gli importa nulla dell'efficienza militare, che questi sono "soldati" di professione che costano molte volte di più di quelli di leva e, dato che prestano servizio per più anni, presumibilmente tendono ad annoiarsi per queste futili esibizioni formali.

In definitiva, in questi ultimi anni si è fatto moltissimo - e di questo è giusto dire grazie al capo dello Stato - per rivalutare la professione militare in Italia e abbiamo un corpo militare di cui essere fieri. Tuttavia, come avviene quando si pone fine repentinamente a un ciclo negativo, la cultura generale non tiene il passo con il cambiamento. Non solo, nello sforzo di promuovere e far crescere il consenso, alcune errate e strumentali interpretazioni della professione militare e del suo ruolo si sono accentuate e aggravate. Si esige una correzione di rotta.

Della retorica della pace, del buonismo, dei soldati di pace, degli impegni di pace e cento altre piacevolezze del genere si è già detto. Va riposta. La pace è importante per tutti, non c'è bisogno di nominarla ad ogni passo ed è profondamente sbagliato strumentalizzarla per fini politici. Se poi non se ne può fare ameno, si dia l'aggettivo a tutte le altre istituzioni: il governo della pace, l'opposizione della pace e così via. Ho già detto come ci abbia provato il Grande Fratello, non è stato un successo.

L'attuale periodo è già arduo per quello che è. Non sono consigliabili incomprensioni della natura della lotta e delle difficoltà che comporta. Con presago ammonimento e non fare finta di nulla, così si è espresso settanta anni fa il politologo Gaetano Mosca: "Or, se interessi economici e ripugnanze morali s'oppongono a uno scoppio bellicoso fra nazioni civili per sessanta anni di seguito, è dubbio se fra le nuove generazioni potrà durare quello spirito patriottico sul quale sono fondati gli eserciti. Aboliti o resi parvanza vana gli eserciti, rinascerà il pericolo che la prevalenza militare ritorni ad altre razze, a altre civiltà, diverse da quella europea, di cui si saranno appropriati mezzi e metodi di distruzione. E anche se questo pericolo parrà lontano e chimerico, nessuno potrà negare che vi saranno discrepanze d'interessi e voglia d'imporsi con la forza materiale. Sicché, sciolta o indebolita la grande organizzazione, tolto il monopolio della funzione militare a quella categoria di persone che vi ha più gusto e attitudine, chi impedirà alle piccole organizzazioni di forti, arditi e violenti di ricostituirsi per opprimere deboli e pacifici? E la guerra, morta all'ingrande, non rinascerà nelle contese fra famiglie, classi e villaggi?"

Come deduzione da trarre dalla sorprendenti convergenze della situazione attuale con quella predetta da Mosca si dovrebbe tenere conto del suo implicito invito a non disperdere "lo spirito patriottico sul quale sono fondati gli eserciti" e a non togliere "il monopolio della funzione militare a coloro che vi hanno più gusto e attitudine" e a non "indebolire la grande organizzazione militare". Anche se ad alcuni verrà voglia d'interpretare il suo invito soprattutto in chiave materiale, di risorse disponibili e di armi approvvigionabili, la sopravvivenza di un corpo militare elitario non può prescindere dal suo spirito militare e da un grande, compreso e critico sostegno morale della nazione.

Troppe volte in Italia quel sostegno è stato epidermico ed effimero, pronto a dissolversi alla prima sollecitazione. Anche oggi, nonostante i riconoscibili miglioramenti d'immagine delle Forze armate, c'è ancora molta strada da fare e sono giustificabili i dubbi sulla solidità del rapporto fra militari e nazione. Nel comprensibile desiderio di dare una svolta positiva a un dopoguerra di deliberata ostilità o rifiuto delle Forze armate, si è premuto l'acceleratore sugli aspetti formali con notevoli risultati. Tuttavia, se si continuasse così non si potrebbero escludere danni altrettanto seri, anche se di segno diverso, dai decenni precedenti. La storia dimostra quanto abbia nuociuto all'Italia insistere su investimenti massicci di retorica.

Per comprendere se sia il caso di correggere in parte l'attuale corso, proviamo a pensare a quanti inutili e vani sfoggi di folklore militaresco abbiamo assistito, a quanti stonati e pomposi discorsi abbiamo ascoltato, a quanti onori tributati a politici si sarebbero potuti evitare, a quanti episodi di gratuita retorica si sia data la stura e domandiamoci se tutto ciò sia coerente con Forze armate di professione sempre più impegnate in operazioni serie e complesse e, di conseguenza, se non sarebbe il caso di frenare questa tendenza che si propaga anche fra le forze dell'ordine.

Pensiamo inoltre a come il Corpo militare viene presentato nel cinema, nella fiction, nei mass media e domandiamoci se questa è l'immagine che esso dovrebbe promuovere verso se stesso, la nazione e l'estero. Non si sottovaluti inoltre l'aspetto lessicale; la linea di condotta dei nostri governi è fortemente condizionata da un superficiale e distorto desiderio di un buonismo che produce indecisione e ambiguità decisionale e che si avvale anche del subdolo adattamento ad hoc della terminologia militare come veicolo di promozione.

L'Italia, come riconosciuto da molti anche fra strateghi straneri, ha avuto un grande esercito dopo Vittorio Veneto e ne ha dissennatamente dissolto il patrimonio professionale e morale. In perversa continuità, dopo la seconda guerra mondiale ha emarginato il nuovo esercito sorto dalle ceneri dell'8 settembre con il Corpo di Liberazione. Oggi, con la riforma che ha sancito il passaggio dal servizio di leva al professionismo e il crescere dei rapporti multinazionali, ha la possibilità davvero storica di dotarsi di Forze armate in tutto e per tutto degne dei paesi più militarmente dotati. Tutto ciò è possibile purché si comprenda che non vi sono scorciatoie in questo cammino e che, senza un responsabile orgoglio professionale non corporativo da parte dei militari, non disponibili a concessioni per guadagnare un facile, effimero e vasto consenso oltre che per compiacere il colto e l'inclita inseguendo le loro tortuose e capricciose preferenza, in un paese quale l'Italia a cultura militare debole e incompleta, questa evoluzione non ci sarà.

Scrive Huntington: "Un corpo militare politicizzato che rinuncia al proprio spirito militare distrugge se stesso e compromette la sicurezza della nazione". O quantomeno ne vanifica le ambizioni di un incisivo ruolo internazionale mentre uno "forte, bene integrato, altamente professionale, immune alle lusinghe della politica e rispettato proprio per il suo carattere militare costituisce una garanzia di equilibrio al servizio della politica". Credo basti.

Si dia retta a Mosca, i tempi non sono facili né vi sono motivi per credere che lo saranno in futuro. Abbiamo Forze armate professioniste; valorizziamole nelle loro funzioni e facendo loro sentire, seriamente e solidamente, vicino il paese. Sarebbe ora.

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