Anno 2005

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Cefalonia e il coraggio degli Italiani

Luigi Caligaris, 13 aprile 2005

Oggi, oltre al cinema, contano in sempre più larga misura le fiction della Tv che in Italia abbondano di agiografiche storie di preti, magistrati e qualsiasi altra categoria delle Forze dell'ordine. I protagonisti sono tutti bellissimi, ammirevole intreccio di umanità, competenza e indomabilità. Delle Forze armate solo brevi e poco convincenti apparizioni. Sorge il dubbio che scene considerate molto violente, frequenti e apprezzate per le Forze dell'ordine non sarebbero loro concesse nel timore di infrangere l'identikit del soldato tenero, romantico e mite che mai li abbandona.

Oggi, nel quadro di un ciclo riformista che coinvolge anche le Forze armate, si offre la figura del soldato italiano in chiave più positiva e il film per la Rai "Cefalonia" ne è il primo esemplare. Questo film pro-militari tuttavia non pare molto diverso dai quelli "contro". Grazie a una sceneggiatura poco esperta di cose militari, parla di un pugno di soldati che, dopo la resa della divisione ai tedeschi, continua a battersi mentre la maggioranza che ha ceduto le armi si fa uccidere per non tradire la Patria.

A corredo di questa storia, un pietoso generale "papà" che preferisce il dialogo e la resa ma si rimette al voto dei suoi soldati che non vogliono cedere le armi ai tedeschi e si fanno uccidere inneggiando alla Patria, alla libertà o cantando "O sole mio". Il tutto in un mieloso impasto di amori e baci, abbracci a profusione, pianti e lacrime per finire con una ribellione vociante, tardiva e tanto scomposta che quattro soldati seri avrebbe impiegato due minuti a sedare. E così via.

Che questo sia il modello militare da proporre alla nazione e al soldato italiano e magari da divulgare anche all'estero, dovrebbe far cadere le braccia. Quale attenuante si potrebbe pensare che si sia sbagliato nell'avere scelto come tema l'eccidio di Cefalonia - episodio tuttora assai controverso - ma si può anche dubitare che non si abbia avuto il coraggio di invertire tendenza e che perciò si mantengano in vita i luoghi comuni di cui si pasce la nostra cultura politica.

Si parla di prova di democrazia quando il generale delega la decisone se arrendersi o meno ai suoi soldati. Si fanno inneggiare i morituri alla libertà anziché alla Patria. Si esalta la morte di migliaia di soldati senza reagire, quasi a promuovere la figura dell'eroe martire che si fa uccidere ma non uccide. Si propone la tesi del dialogo con il nemico che però non rispetta l'impegno. Si offre al protagonista del film il ruolo dell'eroe suo malgrado che detesta la guerra e capeggia per propria scelta i ribelli, quasi che in un gesto conciliatorio si voglia fondere in lui il partigiano e il soldato.

Chiusura con bandiera al vento e stemma sabaudo. Nonostante l'evidente buona volontà di assecondare la retorica corrente, l'Inno di Mameli non ce l'hanno fatta a inserirlo. Non solo continua a latitare l'immagine consapevole e combattiva del soldato italiano ma c'è da chiedersi a che scopo mantenere in vita l'esercito se, come propone il film, lascia ai singoli soldati il decidere se battersi o meno. Interessante sapere che il film è stato più volte plaudito proiezione durante - in occasione dell'anteprima all'Auditorium di Roma - e alla sua conclusione. E' da arguire che è così che gli italiani vedono l'esercito e i suoi soldati?

Il fatto è che con l'ausilio del cinema - ma non solo - nel dopoguerra si è subliminalmente diffusa fra gli italiani la convinzione di essere soggetti poco affidabili e poco coraggiosi e, in quanto tali, militarmente perdenti Il fenomeno è così diffuso che, alla domanda rivolta ad accademici italiani da uno storico canadese sul coraggio italiano, le controparti sono sbottate in una fragorosa risata: "Ma che domanda! Il coraggio militare italiano non esiste. E' un ossimoro". Questa poco gratificante sindrome collettiva non è scomparsa, anzi continua a influenzare, in modo più pervasivo e più subdolo, la debole opinione di sé che molti Italiani gelosamente e caramente conservano.

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