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| Anno 2005 | |
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Estratto dalla presentazione avvenuta il 2 maggio a Palazzo Cusani, Milano
Questo libro Loi si è deciso a scriverlo nel 1998 cinque anni dal suo rientro dalla Somalia per opporsi alla campagna mediatica contro la Folgore, innescata nel 1997 da un tardivo scoop su un presunto stupro di una somala, da parte di pochi paracadutisti. Loi e la sua Folgore, baldanzosi testimonial di una militarità tricolore mal digerita in Italia, sono un capro espiatorio ideale. La concorrenza fra i media partorisce dozzine di scoop e si scatena la polemica politica a corredo dell'inchiesta giudiziaria con uno scandalismo che rischiava di seppellire sotto una coltre di fango, un passato che per Loi, i suoi soldati e l'Italia era motivo d'orgoglio. Loi, a cui le stellette vietano di controbattere, prende la penna in mano ma Roma, politica e militare, sconsiglia la pubblicazione del libro. Fa eccezione Andreatta, il miglior ministro della difesa del dopoguerra dopo Pacciardi, costretto a sua volta però a prendere atto che, a livelli più alti del suo, si vuole sciogliere la Folgore, figurarsi accettare un libro che la difende. Proprio quella Folgore di cui è noto il passato e che oggi è in testa a ogni impegno militare italiano. Alla fine del 1999 incontrai un ministro e gli chiesi perché mai volessero mandare la Folgore a Timor Est. Mi sentii rispondere: "Così diamo modo alla Folgore di mettere riparo alle sue difficoltà!". Risparmio il mio commento. Si confronti con la Gran Bretagna, la Francia, gli Stati Uniti in relazione ad accuse ben più gravi e provate a loro soldati. Loi rinuncia pro tempore ma continua a scrivere. Oggi l'impresa Somalia è ancora trattata con disagio. Come può ogni comandante italiano non dubitare che un giorno qualsiasi qualcuno non voglia fargli ripetere la triste esperienza di Loi e come non pensare che ciò influisca sulla sua serenità di giudizio? Col senno di poi viene tuttavia da pensare che se il libro fosse uscito nel 1998, avrebbe aiutato a comprendere questo nuovo tipo di impegni, al bivio fra la pace e la guerra. Oggi, comunque, otto anni dopo il J'accuse contro la Folgore, il libro è uscito. Merita leggerlo non solo perché racconta con rigore la storia di quel periodo, ma anche per vari motivi. Aiuta a comprendere la complessa natura degli impegni oltre confine che impegnano da vent'anni i nostri soldati e che agli italiani sono descritti - con la goffa retorica del linguaggio politico - come "missioni di pace" a prova del disagio che l'Italia manifesta verso gli impegni armati che essa stessa loro chiede di assolvere. Viva la coerenza! Fa capire di che pasta è la nostra gioventù, poiché il settanta per cento dei dodicimila soldati di cui parla in quanto di leva e di ogni parte d'Italia ne sono un campione rappresentativo. Chi pensa che i giovani di oggi siano solo figli di mamma, fannulloni senza ideali e imbottiti di droga cambierà probabilmente parere. Manifesta le inveterate difficoltà della nostra politica nel gestire i rapporti internazionali e la sua incapacità di valorizzare l'opera dei nostri soldati ai fini dell'interesse nazionale e non solo di una credibilità militare che i soldati si sono comunque meritati sul campo. Evidenzia il rapporto discontinuo e umorale che l'Italia ha con se stessa, con le sue forze armate e della sua incapacità a fare i conti con il proprio passato e il proprio presente. Ora due cenni sull'operazione somala, che fa da cornice al libro. Alla fine del 1992 Bush senior, cede alle pressioni dell'opinione pubblica americana che, stimolata dalla televisione, esige un intervento umanitario in Somalia. Mette assieme - con mandato Onu ma sotto comando americano e forza prevalente americana - una forza multinazionale di quarantamila uomini. L'operazione Unitaf, pianificata dagli americani con francesi, belgi e canadesi fin da settembre, inizia il 9 dicembre. L'Italia, presenza non grata, si aggrega in ritardo ma il corpo di spedizione italiano non tarda ad affermarsi sia nella forza multinazionale sia con i somali, grazie alla combinazione della persuasione, dell'aiuto umanitario e dell'uso della forza. Niente italiani "brava gente". A Bulo Burti, 270 km da Mogadiscio, un ufficiale canadese di origine italiana si dichiara orgoglioso della condotta dei nostri. Tutto va per il meglio. Si respira aria di sicurezza. Dopo Bush, viene Clinton e cambia tutto. Rientra la maggior parte dei soldati americani e nel marzo 1993 nasce Unosom-2. Alla testa del corpo di spedizione dell'Onu, l'ammiraglio Howe. Da lui dipendono tre generali: uno americano, uno turco uno pakistano. Assenti gli italiani. Oggi non è più così, grazie al modello Nato e all'ottima reputazione dei generali italiani. La situazione si fa confusa. L'Onu persegue una linea oltranzista condivisa da Madeleine Albright che vuole la testa di Aidid, uno dei signori della guerra, per "rafforzare l'emergente democrazia somala". Oakley, ambasciatore americano in Somalia, si domanda se non abbia dato di testa. E' in controtendenza l'Italia che insiste con il suo metodo. Il clima peggiora e il 5 giugno 1993 i pakistani hanno ventiquattro caduti sul campo. Commenta David Halberstam: "Solo l'impiego di forze americane e italiane impedisce che la situazione peggiori". Da allora gli attacchi si succedono con crescente frequenza. Il Pentagono invia in Somalia un battaglione di Rangers e un reparto di Delta Force per la cattura di Aidid. Non concorda il ministro della difesa americano, Le Aspin. Con il crescendo delle missioni dei reparti speciali americani aumenta l'ostilità dei somali, che coinvolge anche gli italiani e porta all'attacco al Check Point Pasta, con tre caduti e molti feriti. Loi commenta amaro: "Si è rotto l'incantesimo" dimostrando che i nostri si erano troppo fidati del loro buon rapporto con i somali. Dieci anni dopo, un commento analogo per Nassiryia. Quando capiremo che non ci sono incantesimi e che il sorriso e un ramoscello d'ulivo non bastano per dare sicurezza? La reazione degli italiani al primo conflitto a fuoco del dopoguerra fu dignitosa, sorprendendo politici e media che tuttavia non rinunciarono a un concitato confronto. Chi voleva scusarsi con l'Onu, chi fare rientrare le truppe, chi riprendere con le armi il Check Point per salvare l'onore dell'Italia. In un mio articolo pubblicato sul Giornale, chiestomi da Montanelli per sedare le crescenti ostilità nei miei confronti per il solo fatto che ritenevo tutte e tre le pretese insensate, scrissi: "Non si muore per un posto di blocco di infimo valore militare per dimostrare che si è coraggiosi. La sindrome eroismo prospera dove si chiede ad alcuni "eroi" di placare la cattiva coscienza della nazione". Che possa essere attuale? L'Onu in sintonia con gli americani chiede, nel settembre 1993, che gli italiani abbandonino Mogadiscio e aumentano le proprie incursioni Muoiono in una sola notte diciotto fra Rangers, piloti e Delta Force. Un autore americano ben descrive in che situazione si trova chiunque operi in analoghe operazioni: "Molti dei giovani che hanno combattuto a Mogadiscio non sono più in servizio. Oggi nessuno direbbe che non molto tempo fa hanno rischiato la vita per il loro paese in una città lontana, essendo colpiti da una pallottola o vedendo il loro amico morire. Non è stato né un trionfo né una disfatta, solo uno scontro di cui non importava a nessuno. E dimenticavamo, scusateci, qualcuno di noi che è stato ucciso". Clinton pone fine alla missione, il ministro della difesa Les Aspin lascia il posto e l'Albright se la cava dicendo che i somali sono immaturi. Tempo dopo, in varie sedi internazionali è pressoché unanime, anche negli Stati Uniti, l'apprezzamento per l'opera del nostro corpo di spedizione che da alcuni è additato a modello. Di ammaestramenti il libro di Loi è colmo. Ne prelevo qualcuno. Primo, l'incapacità dell'Onu a condurre missioni in sostegno della pace. Senza l'Onu la legittimità difetta, senza gli Stati Uniti un operazione complessa e rischiosa è impossibile. Continuare come si fa in Italia a volere delegare all'Onu la condotta politica e militare di operazioni complesse dimostra solo ignoranza. Secondo, linea di condotta della forza multinazionale. Il Pentagono crede nella potenza di fuoco, nell'aggressività delle forze speciali, nelle armi di precisione e nelle alte tecnologie. Gli europei, per scelta o necessità, optano per il basso profilo militare. Occorre addivenire a una linea di condotta comune accettabile. La formula attuale dei separati in casa non ottimizza la coalizione ed è fonte di incomprensioni e di rischi. Come stiamo oggi constatando. Terzo, difficoltà italiana a percepire la realtà degli impegni militari. Scrive Loi: "Pochi in Italia avevano compreso che ci sarebbe stata la seria possibilità di usare la forza per difendere i deboli e gli inermi e per uccidere per non rimanere uccisi" Ieri come oggi? Forse che gli italiani sono troppo immaturi per capire queste dure ma semplici cose? La cultura buonista non ha forse limiti e i militari non rischiano di farsi condizionare? Quarto, autonomia decisionale. Loi ha goduto di ragionevole autonomia e ne ha concessa altrettanta. Sarebbe stato disastroso il contrario e certo non sarebbe stato in grado di controllare gli enormi spazi sotto responsabilità italiana. Oggi, grazie alle nuove tecnologie si può comunicare come si vuole e dove si vuole e, sia per timore sia per presunzione, si può volere legare le mani a chi opera. Come sia oggi non so. Mi auguro che ciò non avvenga. Chi comanda va scelto con cura ma poi gli va concessa autonomia perché solo lui conosce la situazione sul posto. Quinto, le operazioni in sostegno della pace sono per loro natura mutevoli in tempi assai brevi, persino la terminologia militare non riesce più a definirle. Il dosaggio fra il dialogo e l'uso della forza va valutato e applicato con cura. Confidare nel meglio ma essere pronti per il peggio: questa è la via. Sesto, mass media. L'informazione sulle cose militari è in Italia fortemente carente in qualità e quantità. Sbaglia la Difesa se pensa di tutelarsi con una informazione conforme e compiacente che dura finché nulla succede. Quando qualcosa si muove, il compiacente silenzio s'infrange e i media diventano ostili e la pubblica opinione li segue. Somalia docet. A prescindere da ciò, un paese che ha Forze armate tanto impegnate ha, come nel rapporto fra Forze armate e mass media nei paesi nostri alleati, il diritto-dovere di sapere. Settimo, Loi, conclude il suo libro elencando le dodici operazioni oltre confine compiute dai nostri soldati, meritandosi una stima universale di cui beneficiamo anche noi. Cito fra tanti il generale Clark, comandante supremo della Nato durante la guerra in Kosovo: "Gli italiani hanno sorpreso. Sono soldati capaci e sanno prendere decisioni e assolvere impegni ad altri impossibili". In Italia si è ben lontani da questo tipo di riconoscimento. Al massimo ci si compiace con loro per l'etichetta di buonismo a loro imposta, ma militari capaci davvero no, perché contraddirebbe la vulgata nazionale che assegna il coraggio solo ai partigiani. Vedasi il teorema mieloso e controproducente della fiction televisiva su Cefalonia. Significativo, fra mille, il caso di uno storico canadese che, preannunciando ad amici italiani l'uscita di un libro sul coraggio militare italiano, provoca le loro sonore risate e il commento: "Il tuo libro sarà di poche righe. Il coraggio militare italiano è un ossimoro". E magari gli stessi poi saranno andati a sfilare, sventolando bandiere arcobaleno. Quante operazioni oltremare ci vorranno per modificare la tendenza? Concludo con due parole su Loi, buon soldato, devoto alla sua professione e al suo paese. Poiché nel nostro attuale linguaggio non c'è modo di definirlo, ricorro a Samuel Huntington che a proposito del soldato di professione dice: "Non è un mercenario che presta i propri servigi a chiunque lo paghi, lo motiva la combinazione dell'attaccamento per il proprio mestiere e il voler operare nell'interesse della società. Questo è il suo codice". Vent'anni fa con alcuni ufficiali di ritorno da un addestramento all'estero notavamo che, per essere apprezzato, un militare italiano distaccato presso Forze armate straniere doveva faticare e rischiare assai di più di quelli di altri paesi. Per poi ricevere il dubbio complimento: "Non sembri davvero italiano!" Oggi, grazie a Loi e a tutti quelli di ogni grado che come lui hanno portato alto il nome dell'Italia, quell'umiliante giudizio appartiene al passato. Per quanto riguarda l'estero, almeno. Sull'Italia una rivalutazione professionale e obiettiva si fa ancora attendere.
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