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| Anno 2005 | |
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"L'Europa global actor? Difficile crederci". Così ha esordito il generale Carlo Jean, presidente del Centro studi di geopolitica economica, nella conferenza alla Scuola di applicazione e Istituto di studi militari dell'Esercito, del 17 marzo 2005. D'altronde, l'Unione europea, di cui non fanno parte paesi come Svizzera, Norvegia, Russia, costituisce tuttora una strana costruzione, un mix di intergovernativo e di sovranazionale, in cui però resta prevalente l'interesse dei singoli stati: "Un impero non territoriale ma volontario per i vantaggi che può apportarvi l'appartenenza", ha spiegato il generale Jean.
In accordo con altri studiosi, il conferenziere considera che l'Unione sarà tale solo quando i suoi cittadini si sentiranno di condividere interessi e ideali comuni; ma già ora è un successo: ha evitato ulteriori guerre fra nemici storici, tra i quali non si parla più di egemonia; si è allargata a est in termini, non solo di libero mercato, ma anche di libertà e democrazia. Purtroppo però "in tema di Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) i passi avanti sono stati praticamente nulli", anzi, per la differenza degli interessi nazionali, l'Europa si è bruscamente divisa sulla crisi irachena. Altro problema è dato dalla mancanza di una identità europea, solo viva nei singoli Stati nazionali, e che verrà tra pochi anni aggravata da problemi demografici e massicce immigrazioni. Un solo caso: il probabile ingresso della Turchia. Secondo il generale Jean "manca una forza militare proiettabile all'infuori del continente". Ecco il motivo dello scarso vigore della Pesc Com'è noto, sono dovuti intervenire gli Stati Uniti nella crisi jugoslava, nonostante la rilevante presenza numerica di militari europei. Questa protezione americana, però, fino a quando e come continuerà? "Anche gli europeisti più accesi - ha affermato Jean - devono tenere conto delle limitazioni strutturali e decisionali di una Europa alla quale continua a mancare una voce univoca in sede Onu". Al contrario, in termini di politica di Difesa, i progressi nell'integrazione sono stati più rilevanti "con nuove Istituzioni, proiezioni di potenza in Bosnia, nel Congo, in Macedonia", nonostante stanziamenti in ulteriore discesa. "Non resta che dichiararsi Euro-Atlantici - ha valutato il generale - con Stati Uniti ed Europa che necessitano gli uni dell'altra". Il relatore insiste su una realtà scomoda da accettare per molti europei: cioè che questo patto simbiotico sussisterà per almeno due generazioni, visto che "neppure il terrorismo riesce ad aggregare volontà multilaterali, per alcune delle quali questo è ridotto a fenomeno trattabile con azioni di polizia anziché con azioni militari". Quanto alla Costituzione europea, ad oggi è stata ratificata da soli quattro Stati e l'unica procedura che sembra appetita è quella della cosiddetta "cooperazione strutturata": la possibilità, cioè di agire senza l'unanimità, ma con il solo consenso di chi si dichiara disponibile a un certo impegno. La conclusione della conferenza si è concentrata su un nodo fondamentale: "Se l'Europa intende crescere come attore strategico, recuperando il ruolo che le compete come potenza economica, sociale e politica, deve fare molta attenzione: gli Stati Uniti - la cui altissima tecnologia è dominante e la cui protezione richiesta dai polacchi e da altri paesi dell'Est europeo - stringono già legami con India, Giappone e con i nuovi poli (Cina compresa) del potere mondiale".
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