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| Anno 2005 | |
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In un'intervista rilasciata alla britannica Bbc il 4 novembre il presidente della Repubblica pakistana, generale Pervez Musharraf, ha espresso il proprio disappunto per l'aiuto economico a suo dire scarso fornito dalla comunità internazionale al paese colpito da un terremoto in ottobre. L'inverno che si avvicina rischia di fare vittime fra gli sfollati, quindi l'emergenza non è ancora risolta. Il sisma e le sue conseguenze costituiscono comunque un banco di prova per il regime di Islamabad e, in misura minore, per la Nato.
L'otto ottobre scorso un terremoto di magnitudine 7.6 della scala Richter (cui sono seguite scosse di assestamento nei giorni successivi) ha sconvolto la Provincia di Frontiera del Nord Ovest pakistana (il cui capoluogo è Peshawar) e la regione del Kashmir, contesa fra India e Pakistan. A subire i danni più gravi è stata la parte sotto controllo pakistano, detta da Islamabad “Azad Kashmir”. Secondo un bollettino emanato il 5 novembre dall'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento delle questioni umanitarie (Unocha) le vittime pakistane hanno raggiunto la cifra di 73.276 mentre i feriti sono 69.260. Si stima che i senzatetto siano 3.300.000. Il governo pakistano si è reso immediatamente conto di non essere in grado di affrontare gli effetti della catastrofe contando solo sulle proprie forze e ha chiesto quindi aiuto ai paesi alleati e alla comunità internazionale. Gli Usa hanno inviato immediatamente dalla base di Bagram in Afghanistan mezzi e materiali nelle zone terremotate. Washington ha poi mandato nel teatro d'operazioni anche l'unico ospedale chirurgico mobile di cui dispone il suo esercito (Mobile Army Surgical Hospital- Mash). Lo stesso governo di Kabul ha fornito aiuti e personale medico. Si sono attivate anche le organizzazioni non governative, come la Caritas italiana. Tra gli organismi cui Islamabad si è rivolta vi è la Nato, cui ha richiesto in particolare elicotteri da trasporto e da salvataggio (indispensabili per raggiungere gli abitanti delle zone montuose), coperte, generi alimentari e kit di pronto soccorso. Il 10 ottobre il segretario generale dell'Alleanza Atlantica Jaap de Hoop Scheffer ha convocato a Bruxelles una riunione d'emergenza per decidere le modalità d'intervento. I 26 paesi membri hanno dato il via libera a un ponte aereo per il trasporto di medicinali, viveri, coperte e tende. Nel frattempo la Germania aveva autonomamente deciso di spostare in Pakistan parte delle sue truppe e dei suoi elicotteri di stanza in Afghanistan per cooperare con i soccorsi. La Nato, tuttavia, fin da subito ha preso la risoluzione di non muovere truppe dal teatro afgano, preferendo far intervenire nelle aree terremotate uomini (fra i quali medici, genieri e controllori del traffico aereo) e mezzi della Nato Response Force (Nrf), il cui quartier generale si trova ora a Lisbona. La Nrf ha impiantato in Pakistan il proprio quartier generale mobile, alla cui guida vi è il vice ammiraglio statunitense John Stufflebeem. Tale decisione, motivata dalla constatazione che il contingente attivo in Afghanistan è sotto pressione, ha provocato il disappunto dei pakistani. Il primo aereo con aiuti dalla Slovenia, un Boeing 737 trasformato in cargo, è partito il 12 ottobre. Altri voli si sono poi succeduti a breve distanza. Il 12 ottobre è arrivato pure l'ospedale da campo inviato dalla Croce Rossa italiana, che è stato istallato a Menshera, dove operano venti tra medici e crocerossine. L'intervento delle truppe occidentali, e in particolare di quelle della Nato, ha provocato nel parlamento di Islamabad le proteste dell'opposizione del Muttahida Majlis-e-Amal (Mma, Forum di Azione Unitario), gruppo che riunisce sei partiti di ispirazione islamica, che ha criticato la decisione del governo di far intervenire truppe straniere nelle operazioni umanitarie. A tali proteste ha risposto il vice ammiraglio Stufflebeem affermando il 28 ottobre che quella in Pakistan è una missione di soccorso a breve termine. James Appathurai, portavoce dell'Alleanza, il 18 ottobre ha comunque chiarito che essa non si considera un'organizzazione di soccorso. In ogni caso l'attuale mobilitazione costituisce una novità assoluta per la Nato, come ha affermato lo stesso de Hoop Scheffer. Novità tutta da valutare nelle sue implicazioni per quanto riguarda il futuro dell'Alleanza, del suo ruolo e dei suoi teatri d'operazione. Come affermato dal rapporto delle Unpcha e da altri organismi internazionali i fondi donati a livello mondiale per far fronte all'emergenza sono insufficienti. Il 5 novembre solo 84 dei 550 milioni di dollari Usa richiesti dall'Onu erano stati offerti. Senza soldi le organizzazioni di soccorso non sono, ad esempio, in grado di noleggiare elicotteri e camion per il trasporto degli aiuti nelle zone montuose. E quindi la macchina dei soccorsi potrebbe essere costretta a fermarsi a breve. Il futuro di Musharraf è allo stato attuale in buona parte nelle mani della comunità internazionale. Se riuscirà a convincere gli altri paesi (che si riuniranno per una conferenza dei donatori a Islamabad il 18 e 19 novembre) a inviare contributi potrà ricostruire abitazioni e infrastrutture nelle zone terremotate consolidando il proprio potere. Se non sarà nelle condizioni di farlo la sua poltrona vacillerà aprendo forse la strada a una crisi nel processo di democratizzazione del paese.
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