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| Anno 2005 | |
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“Sviluppare la cultura della cooperazione tra le organizzazioni militari e civili per caratterizzare una via italiana alla ricostruzione”. Con queste parole il generale Armando Novelli, comandante della Scuola di applicazione di Torino, ha sintetizzato le motivazioni profonde del 1° corso di Post conflict Rebuilding Management, che si è concluso il 2 dicembre al Palazzo dell’Arsenale con la consegna di un simbolico diploma al partecipante più anziano, il generale Pierluigi Torelli. Articolato su due settimane di lezioni, iniziate il 21 novembre, il corso ha posto in rilievo le diverse fasi dell’attività di governance nell’ambito delle operazioni cosiddette “post conflict” e ha visto la partecipazione di personale appartenente alle forze armate italiane e polacche, oltre che del ministero dell’Interno e del Centro europeo di risorse umane di Bruxelles.
Guidati da docenti dell’Università di Torino, Milano e Pisa, ambasciatori designati dal ministero degli Esteri, rappresentanti del Unssc (United Nations System Staff College), del Unicri (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), del Wfp (World Found Program), del Ilo (Centro internazionale di formazione) e da esperti militari italiani, i partecipanti hanno potuto approfondire i principali aspetti geo-politici connessi alle aree di crisi, attraverso una valutazione degli attori coinvolti e delle procedure messe in atto nella governance della ricostruzione. Argomenti di primaria importanza sono stati il ruolo delle organizzazioni internazionali, le variabili etnico-religiose e sociali delle popolazioni interessate, ma specialmente le procedure volte alla pianificazione e alla condotta delle operazioni di stabilizzazione e ricostruzione successive ai conflitti, nonché il loro carattere multifunzionale e gli strumenti operativi necessari. Fondamentale in tal senso è stata l’analisi di alcuni “casi” specifici, quali quello albanese e iracheno. La giornata conclusiva, inserita nel calendario delle attività organizzate nell’ambito delle Giornate per la cooperazione volute dal ministero degli Esteri, è stata l’occasione per evidenziare l’importanza fondamentale di una collaborazione tra il Mae e il ministero della Difesa con le organizzazioni internazionali e con gli enti di ricerca. Una collaborazione tanto più importante, come ha sottolineato il ministro plenipotenziario Giacomo Sanfelice di Monteforte, vice direttore per gli affari politici multilaterali e i diritti umani del ministero degli Esteri, in quanto l’evoluzione delle post conflict operations rispetto al classico concetto di peace-keeping, ha posto in rilievo la drammaticità dei problemi umanitari e le non poche carenze da parte degli organismi internazionali. In questo senso occorre lavorare per fissare nuovi principi che siano in grado di garantire non solo la protezione delle popolazioni coinvolte, ma anche un fondamentale concetto di sicurezza collettiva. In questa direzione vanno la Corte penale internazionale, il Tribunale per la ex Jugoslavia, ma anche l’organizzazione di una forza di polizia europea e il nuovo organismo delle Nazioni Unite: la Peace Building Commission, all’interno della quale notevole rilevanza potranno avere le capacità e l’esperienza maturate in seno all’Unione Europea per quanto concerne la fase relativa alla ricostruzione e allo sviluppo. Di pace, sviluppo, diritti umani, sicurezza collettiva e collaborazione hanno parlato anche gli altri oratori intervenuti (Aung Tun Thet, dello United Nations System Staff College e Gianni Rufini, del Centro studi di politica internazionale) che ha posto l’attenzione sull’importanza del fattore psicologico nei processi di ricostruzione, elemento di spicco che nel tempo ha dimostrato di costituire un elemento di successo primario. “E’ indispensabile inoltre - ha aggiunto Rufini - rendere concrete le azioni della politica che spesso, come dimostrano i casi delle recenti e drammatiche catastrofi naturali, non hanno avuto una adeguata corrispondenza tra le promesse maturate nella prima fase di coinvolgimento emotivo e l’effettivo intervento successivo”. Ma la chiusura del corso è stata anche l’occasione per introdurre un nuovo progetto, che coinvolgerà strutture civili e militari, tra le quali spicca il Centro militare di studi strategici (Cemiss). L’ammiraglio di divisione Luciano Callini, direttore del Cemiss, ha così presentato il progetto “From the Ashes” (dalle ceneri), che si concentrerà su tematiche relative ai processi di riconciliazione e ricostruzione post-conflict in Kosovo, Afghanistan e Mozambico e che vede il diritto coinvolgimento, oltre che del Cemiss, dello Staff College delle Nazioni Unite e del Centro studi di politica internazionale. Obiettivo del progetto è quello di svolgere un’analisi dettagliata dei processi di riconciliazione post-conflict con particolare attenzione al ruolo delle organizzazioni della società civile, a quello delle istituzioni internazionali nel processo politico e alle iniziative di smobilitazione, compresa la ricostruzione delle forze di polizia e dell’esercito. L’ammiraglio Callini ha messo in rilievo le profonde differenze che caratterizzano le tre aree interessate, all’interno delle quali l’intervento internazionale si è mosso sui canali del peace-keeping classico (Mozambico), dell’intervento umanitario (Kosovo) e della guerra al terrorismo (Afghanistan) e che proprio per questo costituiranno dei laboratori di grande rilevanza. Piena soddisfazione è stata espressa dal generale Novelli, che a nome della scuola ha ringraziato lo Staff College delle Nazioni Unite per aver scelto come sede dell’evento il Palazzo dell’Arsenale di Torino, a dimostrazione di una vicinanza di intenti e obiettivi dei quali proprio l’organizzazione del corso è prova tangibile. “Le due settimane appena trascorse – ha sottolineato Novelli – hanno consentito di accumulare una buona esperienza, che potrà rendere ancora più stimolanti e interessanti i futuri impegni del Centro di studi. La sede di Torino ha tutte le possibilità per confermarsi come struttura di particolare valenza”. Proprio per questo motivo è necessario che prosegua il dialogo con le organizzazioni militari e civili, con l’auspicio che a queste presto si affianchino anche le organizzazioni civili non istituzionalizzate, in particolare le Ong.
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