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| Anno 2005 | |
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La politica di interventismo americano, al di là di questioni locali, mirava a innescare un black out in situazioni che, avvitatesi su loro stesse, hanno creato instabilità e oppressione. A che punto è la politica estera americana?
A me sembra decisivo che si sia capovolto l'approccio kissingeriano. Dopo lustri in cui la linea di politica estera americana era stata la linea della stabilità, in molti scenari a beneficio dell'uomo forte di turno, qui si è capovolta l'impostazione e si è passati alla linea del "Regime Change". Questo è il fatto storico. A mio avviso, il più efficace a trovare le parole giuste e a darne una veste politica alta è stato Tony Blair, che ha ricollegato il processo alla logica del diritto dovere di ingerenza. Rispetto alle situazioni in cui sono lesi i diritti democratici, l'Occidente ha dimostrato di potersi porre in due modi: o di stare a guardare e semplicemente preoccuparsi che schizzi di fango o di sangue non arrivino a casa nostra, oppure di intervenire. L'attivarsi di questo percorso ha creato un moto su cui pochi avrebbero scommesso (ma qui mi rimetto la mia casacca di radicale e dico "i radicali si"), ovvero che la democrazia è una aspirazione fortissima anche dove manca e le donne e gli uomini non chiedono di meglio che avere queste occasioni. Alzi la mano chi nella cosiddetta "cultura ufficiale" di cinque anni fa pensava che nel mondo ci si potesse appassionare a un momento elettorale. E oggi abbiamo di fronte l'Afghanistan, l'Iraq, tutto l'Est europeo, ma anche la Palestina. Chi scommette sulla democrazia sa che la democrazia non è solo elezioni, ma soprattutto quello che viene prima e che viene dopo. Però è anche elezioni. Ora, se devo vedere un pericolo, temo che alcuni ritengano (a mio avviso al Dipartimento di Stato, non tanto alla Casa Bianca o al Pentagono) che il percorso è innescato e le cose ormai andranno da loro. Niente affatto. Perché anche le cose buone sono reversibili e rovesciabili e anche laddove si è ottenuto un successo storico, dall'Afghanistan all'Iraq, ci sono questioni aperte di notevolissima importanza. Ma noi abbiamo tutto l'interesse a che quegli esperimenti funzionino e che la corsa prosegua. Insomma, è la lotta tra terreni fertili e deserto, o la vinci e rendi un po' più fertile il deserto, oppure è il deserto che avanza, peraltro con in più l'effetto disillusione. Eppure alcuni osservatori ritengono che se in molti paesi si votasse liberamente adesso vincerebbero forze estremiste. Non vorrei che la giusta proccupazione per il focalizzarsi di consensi intorno a formazioni estreme si trasformasse in un alibi per disinteressarsi del problema. Queste cose non si possono predeterminare a tavolino. Chiunque pensi di avere un approccio basato sull'apriorismo farebbe meglio a ragionare per approssimazioni successive. Il punto davvero importante sta, a mio avviso, nella preparazione delle elezioni: si deve sia accertare la praticabilità del campo, sia dare il senso che si va a votare per delle cose che resisiteranno. Però da parte dell'Europa manca il sostegno al cosiddetto "dissenso arabo", a forme di emancipazione della donna, alla cultura sociale e politica. C'è addirittura il contrario, il sostegno dell'Unione Europea a dittatori delle più varie risme. Io trovo sconvolgente che noi abbiamo una serie di accordi con i paesi in via di sviluppo, cosa peraltro ottima, che per lo più hanno all'articolo due la clausola che li sottopone al rispetto di basilari principi di diritti umani. Clausola che viene sistematicamente disattesa senza alcun effetto. Da questo punto di vista guardo con speranza all'avvento di Wolfowitz alla Banca Mondiale. Quella è una posizione strategica in cui si può passare da finanziamenti a pioggia alla linea a noi cara del "basta i soldi ai dittatori" e contemporaneamente alla linea del "tanti soldi alle democrazie". La possibilità di innescare un meccanismo premiale ritengo sia una carta da giocare. Io sono sempre più convinto che la strategia debba essere triplice: per un verso lo stop al finanziamento dei regimi, in secondo luogo la diffusione dell'informazione, e terzo l'aiuto istituzionale per eccellenza, cioè l'aiuto comunitario alle democrazie e la promozione del sistema democratico dentro l'Onu. Ma l'Onu è oggi strumento capace di risolvere contenziosi gravi fra le nazioni? Questa Onu certamente no. Mi basta fare un raffronto tra quello che era scritto nella Carta Costituziona delle Nazioni Unite e quello che è la vita reale. La riforma dell'Onu fa ormai parte dell'agenda politica internazionale. Il problema è il criterio che si sceglie. Io credo che troppo spesso si parli di criteri "apolitici", come le dimensioni di una nazione, oppure vari tipi di membri del consiglio di sicurezza, aree geografiche e altre sottigliezze. La vera rivoluzione è scegliere il criterio "democrazia", valorizzare questo parametro. Fino a incidere in qualche modo anche sulla membership. La mossa più efficace è già ora promuovere dentro e fuori l'Onu meccanismi di aggregazione delle democrazie: la "Community of Democracies". Le Nazioni Unite sono una assemblea politica in cui molto spesso hanno saputo lavorare insieme coloro "for the evil", almeno dal nostro punto di vista; non capisco perché non possano imparare a lavorare insieme coloro "for the good". Oggi i paesi democratici delle Nazioni Unite sono la maggioranza assoluta, si parla del 60%. Avere decine di paesi che dentro le Nazioni Unite fanno blocco, chiedono la messa all'ordine del giorno di alcuni temi, votano in modo compatto, in una parola usano la maggioranza, permetterebbe l'apertura di scenari oggi impensabili. E potrebbero anche giocarsi la riforma delle Nazioni Unite alla luce del parametro democrazia. Sembra però difficile realizzare questo tipo di coordinamento quando non riusciamo a farlo neanche in Europa. Il giorno più triste dell'Europa è stato il 27 marzo dell'anno della guerra in Iraq. In quel giorno in Parlamento Europeo arrivarono sette risoluzioni diverse sulla guerra. L'assemblea, chiamata peraltro a discutere una cosa che non contava niente, riuscì a bocciare tutte e sette le dichiarazioni. E' questa l'Europa che io chiamo dell'Euroghost, della Costituzione alta come un elenco del telefono, che sarà sconfitta in Francia prossimamente. E' l'Europa peggiore nemica delle speranze europeistiche, di Rossi, di Spinelli, ma anche di Adenauer, di Schumann, di De Gasperi. E su questo scenario desolante vedo aleggiare anche il rischio opposto, cioè il rischio Lepanto: gridare contro un "Europa senz'anima" e indossare una casacca che non promette nulla di buono o di utile. Sembra, da quanto dice, che al referendum francese sulla Costituzione europea si schiera con il fronte del No. Questa Costituzione europea non la voterei e non la difendo. Poi sono convinto che c'è modo e modo di fare campagna per il No: c'è la campagna dei comunisti e c'è la campagna di Le Pen. Ma c'è anche la campagna di quelli che si definiscono alter-europeisti, cioè quelli che vedono in questa Costituzione, nata e vissuta in modo tecnicamente ademocratico, il peggior nemico dell'Europa. Il problema è politico. Fuori i burocrati, gli ademocratici, coloro che non amano la democrazia, dalla grande storia europea e si riprenda il cammino di Rossi e di Spinelli. Qual è il suo giudizio sulla politica estera italiana? Io riconosco a Silvio Berlusconi un merito, poi non so se resterà l'unico della sua stagione politica: è un dato di fatto che, rispetto al percorso scontato per cui l'Italia doveva essere la ruota di scorta dell'asse franco tedesco, lui ha spostato l'asse della nostra politica estera sulla direttrice Londra Washington. Ottima scelta, a nostro modo di vedere. Però non basta solo scegliere il campo dove giocare, non si può fare solo il tifoso. In politica avere una capacità propositiva è un aspetto vitale: e allora lì la delusione è grande. Secondo me sarebbe cresciuta la stima del governo italiano da parte di Londra e Washington se noi avessimo preso, ad esempio, la bandiera della Community of Democracies e del basta soldi ai dittatori, cioè se oltre a stare nel campo ci stavamo con anche una proposta politica coerente. Quale idea si è fatto del caso Calipari? Rapporto italiano o americano, la sostanza dei fatti non muta. La politica si assuma le sue responsabilità, a questo punto. La verità è che abbiamo scelto di pagare organizzazioni terroristiche, e che per fare questo abbiamo scelto di agire semiclandestinamente. Così, le comunicazioni agli Usa sono state tardive e incomplete e di qui all'incidente il passo è stato brevissimo. Ora, da una parte il Governo deve assumersi le sue responsabilità, evitando di inasprire il confronto con gli Usa: anche perché, dopo averci umiliato con le immagini Cbs, potrebbero anche venire fuori le conversazioni tra Palazzo Chigi, Pollari e Calipari. Dall'altra parte, l'opposizione si ricordi di avere accettato (e ha fatto malissimo) una gestione non parlamentare di questa vicenda, tutta affidata alle telefonate "informative" del sottosegretario Letta. Temo fortemente, comunque, che dopo questa vicenda non si troverà né uno 007 né un premier alleato disponibile a credere fino in fondo ai loro omologhi italiani. Da moltissimo tempo i radicali avanzano la proposta di includere Israele nell'Unione Europea. Io credo al carattere progettuale dell'Europa. Se mi si concede una immagine, le nostre radici ritengo che siano sui rami piuttosto che sotto terra, cioè le nostre radici sono soprattutto quello che noi vogliamo essere. Qual è la priorità europea? Noi siamo quelli della promozione globale della libertà e della democrazia? Ergo, Israele sta dentro. Perché è l'unico stato democratico di quell'area. E nel contempo chiariamo bene un meccanismo premiale per gli altri. In tutti gli sport già le squadre israeliane - parlo di calcio, di basket eccetera - sono inserite a pieno titolo in Europa. Come la Turchia del resto. A testimonianza che non si tratta di una "fecondazione in vitro" che si fa nei laboratori, ma è una situazione che ha già una applicazione popolare presa con grande naturalezza da tutti. Con buona pace di chicchessia.
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