Anno 2005

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Le ambizioni nucleari di Teheran

Giuseppe Croce, 20 dicembre 2005

A Teheran, 10 dicembre Il capo dell'Organizzazione iraniana per l'energia atomica, Gholam-Reza Aqazadeh, ha dichiarato che l'Iran costruirà un reattore nucleare senza il supporto di altri paesi, precisando che il progetto è stato già approvato dal governo. Il reattore, per la cui costruzione saranno necessari sette anni, verrà costruito nella provincia di Khuzestan. La dichiarazione arriva proprio nello stesso giorno in cui il capo dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'egiziano Mohammed El Baradei, ha ricevuto al municipio di Oslo il premio Nobel per la pace ed è solo l’ultimo atto di una vicenda che si trascina ormai dall’ottobre 2003, mese in cui i negoziati tra Iran e UE3-UE (Francia, Inghilterra e Germania più il desk dell’alto rappresentante europeo Javier Solana) hanno avuto inizio.

Secondo il dettato del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), a cui l’Iran ha aderito, ogni paese firmatario è libero di sviluppare un completo programma nucleare civile purché rinunci definitivamente a ogni sperimentazione del nucleare militare e permetta alla Aiea di effettuare ispezioni sul suo territorio. Per questo motivo lo stesso El Baradei ha dichiarato in un’intervista al quotidiano norvegese Aftenposten che ''non puo' essere usata la violenza per impedire a un paese di sviluppare armi nucleari'', con evidente riferimento al paese centroasiatico.

Sono in molti a pensare che l’Iran abbia già molti siti nucleari, sebbene sembra che per ora il programma nucleare di Teheran sia ancora in una fase sperimentale. Tuttavia, come è noto, il nucleare è una tecnologia ‘dual use’: una volta padroneggiata l’ingegneria nucleare civile e messa in piedi una solida industria energetica basata sull’arricchimento dell’uranio, la costruzione di armi nucleari è semplice e realizzabile in breve tempo. Un possibile scenario internazionale con un Iran dotato di una matura tecnologia nucleare civile e militare rende obbligatorie alcune considerazioni sulla - reale o presunta - necessità di Teheran di ricorrere al nucleare per scopi energetici e sulla sua - reale o presunta - capacità di utilizzare ordigni nucleari.

È un’argomentazione ormai classica che l’Iran non abbia alcuna necessità di energia nucleare poiché è ricchissimo di idrocarburi. Con una produzione giornaliera pari a quattro milioni di barili di petrolio e riserve per 132 milioni di barili, a cui vanno sommati 27 trilioni di metri cubi di gas, molti non comprendono la necessità di reperire altre fonti energetiche. Considerando che oltre il 60 per cento della produzione annuale del petrolio iraniano viene esportata e che vi sono discreti margini per un considerevole aumento della produzione sia di gas che di greggio, il discorso sembrerebbe valido.

La realtà è, come sempre, assai più complessa: la popolazione iraniana cresce a ritmi vertiginosi e il consumo energetico cresce a ritmi del sette per cento annuo. Se l’Iran riconvertisse la propria economia dirottando i suoi idrocarburi verso il consumo interno, le riserve basterebbero per molti decenni ancora. Ma l’economia iraniana, ormai da parecchi anni e per una decisa scelta politica, è totalmente ‘export oriented’. Il petrolio e il gas naturale di cui il paese è ricco vengono estratti a costi bassissimi e venduti sul mercato internazionale a prezzi sempre più alti, garantendo una bilancia commerciale costantemente in attivo.

La ricchezza di idrocarburi del paese è tale da permettere operazioni che altrove sarebbero economicamente assurde: il governo iraniano ha intenzione di pompare nei giacimenti più anziani di petrolio (che, avendo superato il picco della produzione, a causa della bassa pressione producono sempre meno) ingenti quantità di prezioso gas naturale. In tal modo la produzione di greggio aumenta notevolmente e con essa i ricavi del settore Oil, attualmente più cospicui e sicuri di quelli derivanti dal settore Gas che ha un mercato assai meno maturo. Alcuni analisti parlano di un aumento della produzione di petrolio tale che, a un ipotetico prezzo di 50 dollari al barile, garantirebbe entrate per 30 miliardi di dollari nei prossimi vent’anni. E con 30 miliardi di dollari di centrali nucleari se ne costruiscono parecchie.

È giusto il caso di notare che se una tale strategia venisse messa in pratica resterebbe comunque parecchio gas naturale da produrre, tanto che l’Iran continua a nutrire il sogno di un gasdotto che attraverso il Pakistan porti il gas iraniano in India, un paese che solo nel 2004 ha consumato 32 miliardi di metri cubi di gas. D’altronde l’Iran deve sbrigarsi a consumare il suo gas, perché il maggiore giacimento gassifero del paese, Pars Sud, è in comproprietà col Qatar e il rischio questo paese estragga più gas di quanto gli spetti, rubandolo all’Iran, è reale. Quindi l’Iran non ha alcuna necessità di sopperire al proprio futuro fabbisogno energetico tramite il nucleare. Ma di sicuro ne ha l’interesse, per continuare a vendere il gas e il greggio che possiede a prezzi esorbitanti, ma anche per assicurarsi un ruolo geopolitico di primo piano stipulando alleanze a lungo termine con Cina e India, futuri protagonisti dell’economia mondiale.

Per quanto riguarda la presunta capacità militare iraniana di utilizzare in futuro armi nucleari, vale il discorso classico su questo tipo di armi: vanno considerati i vettori e la capacità di primo e secondo colpo. Sui vettori le notizie non sono affatto incoraggianti: l’esercito iraniano è dotato di missili Shahab-3 che vantano una portata di 2.000 km, sufficienti a colpire Israele e le principali istallazioni militari americane del Golfo Persico. Sono già allo studio gli Shahab-4, con una portata di 2.500 km. Per di più l’industria aerospaziale iraniana è in fermento e vanta numerosi progetti.

Il primo satellite iraniano, il Sina-1, è stato lanciato in orbita lo scorso mese di ottobre e funziona perfettamente. Si tratta di un satellite Leo (Low Earth Orbit) che compie 14 giri al giorno attorno al globo terrestre a circa 1.000 km di altitudine, trasmette in Vhf e Uhf e ufficialmente verrà utilizzato per le telecomunicazioni, la ricerca scientifica, la sorveglianza dei gasdotti e degli oleodotti, il meteo e per scattare fotografie al territorio iraniano al fine di prevenire i terremoti. Il problema è che è un satellite Leo, ovvero orbitante e non geostazionario (Geo). Questo tipo di satellite, girando attorno al globo, può fotografare qualunque cosa gli stia sotto durante il tragitto. Ad esempio Israele, l’Afghanistan, il Pakistan, l’India del Nord e la Cina del Sud. Ma anche l’intera sponda sud del mediterraneo, quindi l’Europa meridionale.

Non stupisce, allora, la dichiarazione irata dell’israeliano Efraim Sneh, deputato a capo della sub-commissione della Knesset per la difesa, che lamenta la scarsa attenzione dell’Europa e dei paesi dell’Asia Centrale e del Golfo Persico nei confronti del programma spaziale di Teheran. Come se non bastasse, c’è di più: il Sina-1 è stato prodotto in Russia dalla Polyot ed è stato lanciato in orbita dal territorio russo e con un razzo russo. E in futuro la Russia, in seguito a un accordo da 132 milioni di dollari stipulato nel gennaio 2005, produrrà per l’Iran una piccola flotta di Zohreh: un satellite, questa volta geostazionario, che permetterà di ampliare la rete di telefonia mobile iraniana dagli attuali 22 milioni di utenti serviti a 80 milioni. Considerando inoltre che la Federazione Russa è il principale fornitore di tecnologia nucleare civile dell’Iran, appare assai difficile che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu in futuro voti una risoluzione, implicante o meno l’uso della forza, contro un Iran dotato del nucleare.

Nel programma spaziale iraniano c’è posto anche per l’Italia: il prossimo satellite Leo che Teheran spedirà in orbita sarà Mesbah (Lanterna). Prodotto dalla italiana Carlo Gavazzi Space (Cgs), Mesbah è un satellite simile al Sina-1 che, se non fosse stato per un corto circuito avvenuto lo scorso mese di settembre, sarebbe stato già lanciato in orbita. Casualmente il sito ufficiale della Cgs fornisce dettagliate informazioni su tutti i propri satelliti, meno che su Mesbah. Riguardo alla capacità iraniana di costruire satelliti Ahmad Roshanfekr-Rad, membro del Comitato nazionale per l’energia, si è affrettato a precisare che attualmente il suo paese possiede esclusivamente la capacità di usare tecnologia satellitare ma non di produrla in proprio, poiché si tratta di tecnologia importata dall’estero. Ma il rendimento scolastico medio dei giovani ingegneri che Teheran da qualche anno sta spedendo nelle migliori università del mondo lascia pochi dubbi sulle future capacità di tali ‘giovani prodigio’ nel reverse engineering.

A questo punto non si tratta più di capire se e quando l’Iran avrà la capacità di realizzare ordigni nucleari: le tecnologie dual use di cui si sta progressivamente dotando gli permettono in brevissimo tempo il passaggio dal nucleare civile a quello militare. Il problema vero è, se realmente l’Iran deciderà di dotarsi di ordigni nucleari, capire cosa ne farà. Si sa che pochi ordigni nucleari servono per attaccare e molti ordigni servono per non essere attaccati: Israele o gli Stati Uniti potrebbero distruggere rapidamente le future installazioni militari iraniane fintanto che esse saranno poche. Se all’Iran fosse dato il tempo di costruire e spargere per il proprio territorio un numero sufficiente di armi nucleari da sopravvivere al primo attacco nemico, grazie ai vettori Shahab Teheran restituirebbe immediatamente il colpo. Ciò significa che un Iran imbottito di Shahab dotati di testate nucleari sarebbe un Iran inattaccabile.

Finora gli Stati Uniti non hanno espressamente dichiarato che intendono reagire militarmente a un’eventuale sviluppo di armamenti nucleari dell’Iran. Israele, secondo alcune fonti, avrebbe pronto un piano per distruggere le installazioni nucleari iraniane prima che diventino troppe (e, soprattutto, prima che vengano convertite in postazioni militari): una tale opzione è stata ribattezzata da Limes “Osirak Plus”, poiché ricorderebbe il bombardamento effettuato dai caccia israeliani nel 1981 sul reattore nucleare iracheno di Osirak. Tuttavia, come la stessa rivista di geopolitica fa notare, a differenza del raid del 1981 difficilmente Israele riuscirebbe da solo a spazzare via in un sol colpo tutte le attuali postazioni nucleari civili iraniane che già sarebbero molte e distribuite su tutto il territorio.

Questo conferma che i lunghi negoziati UE3-UE hanno concesso troppo tempo all’Iran e che l’Iran ha saputo sfruttare questo tempo concessogli per portare avanti il proprio programma nucleare. Se è impossibile fermare il disegno nucleare iraniano, forse è il caso di cominciare a discutere in sede internazionale su come impedire la conversione di tale disegno da civile a militare. Altrimenti all’Iran sarà data la possibilità di proporsi come attore egemone nello scenario dell’Asia Centrale, dove già operano India e Pakistan, entrambe dotate di armamenti nucleari.

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