Anno 2005

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Giappone, forze di difesa e riforma della Costituzione

Giacomo Crovetti, 16 settembre 2005

Con la caduta del muro di Berlino e il conseguente venir meno dell’ostilità dei blocchi est-ovest, si è assistito all’inizio e allo sviluppo di un processo di metamorfosi obbligatoria di strategie e organizzazione delle forze armate di tutto il mondo, con il quale queste ultime individuavano e applicavano nuove funzioni e nuovi ruoli: in sostanza, si è passati dalla concezione di esercito di massa, come strumento di contrapposizione militare e politica, alla concezione di esercito come strumento di tutela e ripristino della pace e della sicurezza internazionale, meno numeroso ma tecnologicamente più evoluto.

Dal 11 Settembre 2001 lo scenario mondiale viene stravolto. La quasi totalità delle nazioni vara importanti misure antiterrorismo e/o partecipa alla lotta contro al-Qaeda e affiliati capitanata dagli Usa prima in Afghanistan e poi in Iraq. L’obiettivo è smantellare la struttura organizzativa terroristica, la cattura dei capi di essa e la ridefinizione delle forme di governo nei paesi che supportavano (e supportano) in modi e misure diversi le organizzazioni terroristiche.

In tale scenario, nessuno stato può considerarsi estraneo: la minaccia e gli attentati colpiscono l’Occidente e chiunque o qualunque cosa lo rappresenti (il Grande Satana e i suoi amici) e ovunque vi siano interessi o presenze di esso, senza esclusione di colpi. Anche il Giappone è coinvolto in questo contesto e, con storica e discussa decisione, truppe giapponesi affiancano le truppe della coalizione in Iraq nelle operazioni di ricostruzione e peace-keeping, seppur con precise limitazioni. Ciò ha scatenato, come prevedibile, in patria una accesissima discussione in ordine alla violazione, da parte del governo Koizumi, dell’articolo 9 della carta fondamentale giapponese che preclude al Giappone la possibilità di avere un proprio esercito da impiegare al di fuori dei confini del proprio territorio.

La presenza dei militari nipponici in Iraq non costituisce una così grande sorpresa se non nei termini in cui la campagna in Iraq colpisce l’opinione pubblica: essa è, infatti, il frutto di una non eccessivamente lunga maturazione della politica estera del Giappone, sempre più desideroso di ricoprire un ruolo importante nello scenario della politica estera internazionale. Tale maturazione passa per una presenza in crescendo del Giappone nei contesti di crisi internazionali e anche attraverso momenti di difficoltà e imbarazzo.

Il primo impiego oltremare delle Japan Self-Defense Forces (Jsdf) avvenne in Cambogia nel 1992 in occasione delle prime elezioni libere del paese. Si trattò di una missione di “election monitoring” a guida Onu all’interno della quale erano presenti 600 unità delle Jsdf e 75 poliziotti.

Nel 1993 53 unità delle JSDF presero parte alla missione di peace-keeping delle Nazioni Unite in Mozambico. Successivamente, rappresentanze nipponiche vennero coinvolte nelle operazioni a guida Onu svoltesi in Rwanda, Zaire e anche più recentemente East Timor, ma sempre e comunque con funzioni di assistenza medica, tecnica e umanitaria.

Il 25 agosto 1999 venne rivisitato l’accordo con gli Usa, in base al quale questi ultimi dispiegavano il loro ombrello protettivo di difesa militare a tutela del Giappone, nel senso di consentire alle Jsdf di fornire supporto logistico a unità da combattimento americane impegnate in una non meglio definita “area circostante il Giappone” mediante la “Law concerning measures to censure the peace and security of Japan in situations in areas surrounding Japan”.

La prima guerra del Golfo, invece, si inserì come episodio a sé stante per due ordini di motivi. Il primo consiste nel ruolo di mero Stato finanziatore ricoperto dal Giappone: la campagna contro Saddam Hussein venne sostenuta dal Giappone con la considerevole somma di 13 miliardi di dollari senza che vi fosse presenza militare “in loco”. Il secondo motivo consiste nel mancato riconoscimento internazionale degli sforzi profusi dal Giappone in quella campagna, che creò il così definito “Gulf trauma” e il conseguente raffreddamento del Giappone nei confronti della comunità internazionale voluto dallo stesso Koizumi fino alla data del 11 settembre 2001.

L’operazione Enduring Freedom vide le truppe della coalizione impegnate in Afghanistan nel rovesciamento del regime dei Taliban e nella caccia a Osama bin Laden e ai suoi accoliti. In tale occasione il Giappone si ridestò dal “Gulf trauma” e tra grandi proteste in patria il governo Koizumi inviò nell’Oceano Indiano due navi cisterna che fecero 177 rifornimenti a navi della coalizione per un totale di 74 milioni di galloni di carburante e trasportarono 200 tonnellate di aiuti e materiali a Karachi (Pakistan) su richiesta della United Nations High Commission for Refugees (Unhcr).

Il Giappone schierò inoltre tre cacciatorpediniere lanciamissili di supporto classe Kongo dotati del modernissimo sistema di difesa anti Intercontinental Ballistic Missiles (Icbm) Aegis (sistema peraltro sviluppato con ricerca congiunta USA-Giappone in forza di un Memorandum of Agreement siglato dalla Japan Defense Agency e dal US Department of Defense) in funzione di appoggio alle operazioni della coalizione.

La particolarità dell’episodio sta anche nel fatto che fu la prima uscita ufficiale e autorizzata di unità navali nipponiche dopo la fine della seconda guerra mondiale. L’aeronautica svolse 143 missioni di rifornimento e, inoltre, vennero assegnati al Central Command (Centcom) negli Stati Uniti quattro ufficiali di collegamento delle Jsdf. Proprio da tale episodio si scatenò con grande forza in patria la discussione sull’attualità e il rispetto dell’articolo 9 della Costituzione giapponese nonché della coerenza con essa della coraggiosa decisione del primo ministro di schierarsi apertamente - non solo a parole - con gli alleati americani.

L’articolo 9 della Costituzione giapponese così recita: “Aspirando sinceramente a una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine, il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della nazione, e alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali. Per conseguire l’obiettivo proclamato nel comma precedente, non saranno mantenute forze di terra, di mare e dell’aria, e nemmeno altri mezzi bellici. Il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto”.

La Costituzione giapponese venne emanata il 3 novembre 1946 ed entrò in vigore il 3 maggio 1947: il testo venne elaborato e “cucito addosso” dagli Stati Uniti vincitori del secondo conflitto mondiale allo sconfitto Giappone in maniera tale da sopprimere sul nascere le velleità militari di quest’ultimo. L’inevitabile e ovvia conseguenza di ciò fu l’impossibilità per il Giappone di avere una propria forza armata impiegabile al di fuori dei confini della nazione. Per contro, venne ritenuta compatibile con il disposto dell’articolo 9 la costituzione di un esercito di difesa nazionale (Japan Self Defense Forces) la cui unica funzione era quella di difendere il territorio nazionale da eventuali attacchi o invasioni esterne.

Il testo dell’articolo 9, letto e applicato “sic et simpliciter” appare fortemente restrittivo. Ma una lettura più consona - sia dal punto di vista giuridico che anche da un punto di vista politico - passa attraverso il combinato disposto del secondo e terzo capoverso del preambolo alla Costituzione, laddove possono rinvenirsi i principi ispiratori e la “ratio” delle disposizioni seguenti. In particolare, il secondo capoverso così recita: “Desiderando la pace per tutti i tempi e pienamente consapevoli degli alti ideali che presiedono alle umane relazioni e che muovono l’umanità, noi popolo giapponese abbiamo deciso di fare assegnamento per la nostra sicurezza e per la nostra sopravvivenza sulla giustizia e sulla buona fede dei popoli del mondo amanti della pace. Noi desideriamo occupare un posto onorato in una società internazionale rivolta e decisamente orientata verso il mantenimento della pace e il bando per tutti i tempi dalla terra della tirannia e della schiavitù, dell’oppressione e dell’intolleranza. Noi riconosciamo e affermiamo che tutti i popoli hanno diritto di vivere in pace, liberi dal timore e dal bisogno”.

Emerge in maniera palese quanto poi verrà ripreso dall’articolo 9 in ordine al ripudio della della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali, così peraltro come questo concetto sarà presente in tutte le Costituzioni emanate successivamente alla seconda guerra mondiale. La grande impressione suscitata dagli orrori del conflitto, il voler rendere militarmente impotenti le nazioni sconfitte e il voler porre queste ultime sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti, sono gli elementi portanti di tale disposizione, nella quale si evidenzia il Giappone sconfitto e sottomesso, dilaniato dalla guerra e unica nazione al mondo e nella storia ad avere subito un bombardamento nucleare.

Il terzo comma: “Noi sosteniamo che nessun popolo è responsabile soltanto verso sé stesso ma che, al contrario, le leggi della moralità politica sono universali e che l’obbedienza a tali leggi incombe su tutti i popoli che vogliono mantenere la loro sovranità e giustificare le loro relazioni sovrane con altri popoli. Per questi alti principi e scopi, noi popolo giapponese impegnamo il nostro onore nazionale, la nostra decisa volontà e tutte le nostre risorse”. Il tenore di tale disposto svolta decisamente nella direzione di un impegno del Giappone a profondere ogni sforzo volto alla solidarietà internazionale in difesa degli alti valori richiamati nel secondo comma, non ritenendo giustificabile, all’interno della comunità internazionale, la violazione di essi.

Non può, pertanto, non ammettersi che il preambolo e, soprattutto, tale capoverso, pur non avendo la stessa efficacia normativa delle disposizioni, svolga funzioni di sintesi e di chiave di lettura dei contenuti dispositivi successivi e, comunque, abbia lo status di parte integrante il contenuto normativo.

Tale lettura, mediante combinato disposto, non può non trovare consensi anche e soprattutto in quanto la realtà dei fatti, così precipitosa e grave, richiede strumenti normativi rapidi e in grado di adeguarsi a una realtà in continuo e incessante evolversi. La questione pare comunque avviata a una soluzione, vista la proposta di modifica dell’articolo 9 avanzata dal Liberal Democratic Party, a cui appartiene lo stesso Koizumi.

Gli accadimenti dell’11 Settembre 2001 hanno stravolto realtà, concezioni e stili di vita della comunità internazionale. La prepotenza con cui l’attentato al World Trade Center è uscito dai teleschermi e l’efferatezza di esso hanno profondamente e violentemente risvegliato l’Occidente - ma non solo - dal torpore conseguente alla fine della guerra fredda e lo pone di fronte a un avversario già noto, ma che agisce con metodologie e tecniche diverse rispetto al passato e per ciò assai più difficile da affrontare.

Il 27 Settembre 2001, la Dieta giapponese condanna gli attacchi terroristici inflitti agli Stati Uniti considerandoli “barbarous and inhuman acts that completely ignored respect for the dignity of human life”. Afferma ancora: “This House, assuming as a matter of course that those who are responsible for the terrorism should be judged under the law and justice, supports the Government and the people of United States who are bolding fast to their resolution to combat international terrorism, and declares that Japan has a serious obligation, as a member of international community, to eradicate all terrorism acts from the face of the earth”. Ancora: “Therefore, the Government should do all it can to ensure the security of our land and people in this time of crisis, extend all possible cooperation by joining forces with the US and all other countries concerned, and then play its own independent role for the security and development of democratic society by positively participating in the activities of international organizations, centering on the United Nations”.

E’ evidente nel testo della deliberazione della Dieta la necessità di ammettere a tutto campo la lotta al terrorismo (ivi compreso l’intervento armato in quanto non escluso), così come è evidente il richiamo ai due capoversi del preambolo alla Costituzione, che consentono di affermare la non violazione dell’articolo 9.

Il monolite del pacifismo giapponese (indotto e/o naturale) è fortemente incrinato. Il 29 Ottobre 2001 venne definitivamente approvata la legge antiterrorismo, ratificando così la storica svolta del Giappone. Con tale legge si autorizzava l’invio di unità delle Jsdf oltremare in supporto alle forze americane e della coalizione, supporto tuttavia limitato ancora alla logistica, consentendo la partecipazione delle Jsdf a operazioni quali trasporto di munizionamento, supporto medico, ricerca e salvataggio (Search and Rescue, Sar), trasporto e distribuzione di aiuti umanitari, opere di ricostruzione di infrastrutture.

Le regole d’ingaggio (Rules of engagement, Roe) prevedono unicamente l’uso delle armi per legittima difesa personale e delle persone o cose sotto tutela delle Jsdf. Nelle comunicazioni che accompagnarono l’approvazione delle misure antiterrorismo il primo ministro Koizumi non lascia alcun dubbio sulle intenzioni sue e del suo governo: “The government of Japan has devoted its upmost efforts to cooperate with the rest of the international community in our endeavors to prevent and eradicate international terrorism in order to censure the peace and security of international community includine Japan itself”.

Le tre politiche fondamentali furono individuate in: “(1) Japan will actively engage itself in the combat against terrorism, wich it regards as Japan’s own security issue. (2) Japan strongly supports the United States, its ally, and will act in concert with the United States and other countrie around the world. (3) Japan will have concrete and effective measures wich will clearly demonstrate its firm determination. These measures will be implemented in a swift and comprehensive manner”.

Le voci e le opinioni in patria furono e sono tuttora contrastanti. Per coloro che sostengono il contrasto con il disposto dell’articolo 9, il “new deal” della politica estera di Koizumi viola non solo la carta costituzionale ma addirittura la natura e l’indole pacifica del popolo giapponese e la sua tradizionale ambizione alla pace. Per coloro che, invece, assumono posizioni filogovernative - o guardano al Giappone come una nazione che sempre di più deve inserirsi in un contesto internazionale di collaborazione politica con gli Stati occidentali - l’articolo 9 non viene violato in quanto la “call” delle Nazioni Unite alla comunità internazionale contro il terrorismo attraverso una risoluzione non contrasta tale disposizione, in quanto proveniente da un organismo internazionale e sovranazionale e inserita in un contesto storico particolare che non deroga in maniera permanente alla disposizione costituzionale.

Se questi temi vennero in evidenza in maniera vigorosa in occasione della operazione Enduring Freedom, con ancora maggiore vigore si manifestarono al momento della approvazione, il 9 dicembre 2003, della “Humanitarian Relief and Iraqi Reconstruction Special Measures Law”, del Basic Plan e del dispiegamento di reparti delle Jsdf in Iraq per la ricostruzione del paese e la fornitura alle popolazioni locali di generi e aiuti di prima necessità.

La Japan Defense Agency così descrive la missione delle unità delle Jsdf: “The humanitarian relief and Iraqi reconstruction special measures law allows the troops of the Self-Defense Forces to provide medical services end engage in distribution of daily necessities in the rehabilitation of public facilities and equipment in order to assist the Iraqi and other affected peoples in and outside Iraq. The Self-Defense Forces are also to repair damages that resulted form the conflict and to involve itself in the areas of medical services, transportation and replenishment of supplies in support of activities of UN member nations that are designed to restore safety and stability in Iraq. In consideration of various needs in Iraq and the capability of Self-Defense Forces to meet those needs and based on the basic plan as formuled by government as a whole, we plan, for the time begin, to institute following measures as they become ready for implementation. The Self-Defense Forces will be engaged in these activities in full respect of the culture and religion of Iraq”.

Per l’assistenza alla ricostruzione, venne costituita il 16 gennaio 2004 una speciale unità di stanza a Ichigaya al comando del colonnello Masahisa Sato. Il 22 gennaio 110 uomini di tale unità decollarono dall’aeroporto di Nagoya alla volta del Kuwait per iniziare il dispiegamento in loco, seguiti il 30 gennaio da tre C-130, decollati dalla base aerea di Komaki, sui quali venne trasportato il secondo gruppo della unità, completando così il dispiegamento delle forze delle Jsdf.

Il giorno 8 febbraio il reparto avanzato dell’unità prese posizione a Camp Smitty (base olandese) a Samawah (circa 150 chilometri a ovest di Baghdad) e da allora il lavoro dei militari delle Jsdf prosegue alacremente, senza incidenti e con ottimi risultati. Vanno menzionate le opere di ricostruzione delle scuole di al-Joulan, al-Misak e Haddba, della strada di al-Sadaka, degli ospedali Huwaishiri e Sadek, nonché dell’impianto di depurazione dell’acqua di Warkaa.

I problemi sollevatisi in merito alla partecipazione di reparti delle Jsdf alle missioni oltre i confini nazionali risentono dell’incidenza di alcuni inevitabili fattori. Innanzi tutto, di natura storica e culturale. Infatti, il Giappone con la sconfitta nel secondo conflitto mondiale e gli orrori di Hiroshima e Nagasaki, si è trovato addosso l’abito preconfezionato di nazione amante della pace (anzi, da più parti definito come l’unico Stato vero amante della pace). Tale circostanza ha fatto sì che le generazioni successive coltivassero e contribuissero a incrementare tale definizione fino a oggi. La data del 11 settembre 2001 è storica per il Giappone perché ha cagionato una grave crisi di identità nazionale. Sul piatto della bilancia vennero messi, da una parte, la cultura pacifista postbellica, dall’altra la necessità di reagire alla ferocia di un gesto che sconvolse la quotidianità della comunità internazionale.

La conseguenza non potè - e non poteva essere diversamente - provocare l’assunzione di responsabilità da parte del governo giapponese di rispondere alla chiamata delle Nazioni Unite, seppur nel rispetto del disposto costituzionale ancora immutato, questa volta in maniera netta, decisa ed evidente. Non vi fu una rinuncia a quanto recita l’articolo 9. Vi fu invece la necessaria presenza del Giappone in un contesto di crisi che la comunità internazionale doveva necessariamente risolvere con l’aiuto di tutti gli Stati membri.

Emblematico in tal senso il tratto iniziale del discorso tenuto dal ministro della Difesa Yoshinori Ohno alla 4^ Conferenza sulla sicurezza in Asia, tenutasi a Singapore il 4 giugno 2005: “It is sixty years since the end of the Second World War. According to oriental zodiac, sixty years is considered to be one complete life cyrcle. Sixty years ago Japan was reborn as a peaceloving and democratic country. Now at the beginning of a new life cyrcle, Japan should reborn this time as not only a peace loving but also a peace supporting nation”.

Un altro fattore è invece di natura prettamente politica. E’ fortissima la voglia del Giappone di un riconoscimento internazionale del proprio ruolo (leggasi l’assegnazione di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), così come altrettanto forte è il desiderio di una propria identità militare, anche mediante la ridefinizione degli accordi in base in base ai quali gli Stati Uniti garantivano la protezione. Questo è l’argomento più delicato e difficile da affrontare.

Se è vero che gli Stati Uniti disimpegnerebbero risorse, installazioni e uomini realizzando così importanti economie di bilancio, è altrettanto vero che la riduzione della loro presenza militare lascerebbe scoperta un’area delicata e di primaria importanza come quella dell’Estremo Oriente, in cui vi sono realtà come Cina, Corea del Nord e Taiwan che richiedono attenzione costante e deterrenza. E’ impensabile che allo stato attuale le Jsdf possano assumere la responsabilità militare dell’area da sole. Da qui discende la volontà del Giappone di accelerare uno sviluppo di politica estera e di politica militare che consenta di scrollarsi di dosso una volta per tutte la definizione di “gigante economico e nano politico”.

Sempre in merito alla situazione geopolitica dell’Estremo Oriente, vale la pena di evidenziare il pericolo costituito dalla Corea del Nord e dalla sua attiva politica militare (partendo dal lancio nel 1998 di un missile Taep-O-Dong 1 che sorvolò il territorio nipponico inabissandosi nell’Oceano Pacifico e che, peraltro, faceva seguito al lancio di altri quattro missili Ro-Dong 1, variante del sovietico Scud e arrivando al recente pericolo nucleare di ancora non ben definita entità).

Sulla base di tali esigenze strategiche e in virtù della necessità di avere capacità militari che consentano al Giappone di poter eventualmente colpire a lunga distanza, le forze armate giapponesi stanno procedendo a un processo di riammodernamento dei propri arsenali, dotandosi di mezzi come la portaelicotteri d’assalto anfibio Osumi, il probabile acquisto di missili da crociera Tomahawk e la commessa di quattro Boeing 767 Tanker per aumentare il raggio d’azione dei propri velivoli.

Si tratta, in ogni caso, di scelte obbligate. Non pensare di rivedere disposizioni vecchie di oltre mezzo secolo in una mutata realtà quale quella attuale, è assolutamente impensabile e la proposta di modifica dell’articolo 9 della Costituzione rappresenterà il vero punto di partenza di un nuovo Giappone, dotato di proprio “jieigun” in grado di operare ovunque senza ambiguità.

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