Anno 2005

Cerca in PdD


Discorso del Capo di SMD al Casd

Giampaolo Di Paola, 20 giugno 2005

Discorso tenuto dal Capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola,
alla cerimonia di chiusura dell'anno accademico del Centro Alti Studi Difesa
Cortesia www.difesa.it

Signor Ministro, Autorità, gentili ospiti, è con vivo piacere che porgo a tutti Loro il caloroso saluto delle Forze Armate e mio personale, ed un sentito ringraziamento per essere qui a celebrare la chiusura dell'Anno Accademico del Centro Alti Studi per la Difesa. Sono grato, in particolare, ai rappresentati dei due rami del Parlamento e del Governo che con la loro presenza dimostrano l'attenzione delle Istituzioni verso le problematiche della sicurezza e della difesa, a conferma della crescente rilevanza nell'ambito del "sistema paese" delle Forze Armate. Forze Armate oggi più che mai strumento essenziale a sostegno delle iniziative dell'Italia nell'ambito della comunità internazionale per la sicurezza, la stabilità e la pace.

Le cerimonie di chiusura costituiscono, spesso, il momento più propizio per una riflessione conclusiva o per un bilancio consuntivo. In relazione al particolare momento che le Forze Armate italiane stanno vivendo, credo che sia più appropriato e opportuno - da parte mia - fare di questa occasione un momento importante per illustrare i lineamenti futuri di quella trasformazione dello strumento militare, di cui avevo indicato l'imprescindibilità e i principi generali nel mio ultimo intervento in occasione dell'apertura dell'anno accademico, in questa stessa sede.Ciò per sottolineare che il processo di trasformazione, che pur ha già conseguito importanti risultati, è una strada ancora lunga che le Forze Armate sono chiamate a percorrere in un continuum con l'assolvimento degli impegni operativi, secondo il principio del "transforming while operating".

Proprio in tema di operazioni vorrei sinteticamente riassumere brevemente lo sforzo che stiamo sostenendo. Oggi sono oltre 9000 nostri militari operano al di fuori del territorio nazionale, in teatri che vanno dall'Africa sahariana fino all'Iraq e all'Afghanistan, attraversando il Mediterraneo, i Balcani, il Medio-oriente, il Golfo Persico e l'Oceano Indiano settentrionale. In aggiunta, proprio in questi giorni, lo avete anche letto ieri sui giornali, un ulteriore contingente di circa 220 militari si sta dispiegando in Sudan sotto l'egida dell'ONU. Nella seconda metà del 2005 arriveremo ad oltre 11.000 militari, dispiegati nelle missioni internazionali.

Oltre al comando di KFOR, in Kossovo, di ISAF in Afghanistan, ed Altea in Bosnia, nel secondo semestre del 2005 renderemo disponibile per un anno il Comandante e lo staff di Comitmarfor a bordo della portaerei Garibaldi, quale comando della componente marittima della NRF, che costituisce il braccio operativo più evoluto dell'Alleanza per rispondere in tempi ristrettissimi ad un ampio spettro di situazioni di crisi, e destinato a costituire un vero e proprio motore della trasformazione delle capacità militari della NATO, oltre che banco di prova per l'interoperabilità interforze e multinazionale.

Nello stesso periodo, per le esigenze dell'Unione Europea, sarà tenuto in approntamento per sei mesi il Comando della Brigata Pozzuolo del Friuli e il Reggimento Lagunari, uno dei tre Battle Group resi disponibili dall'Italia: il secondo è quello incentrato sulla MLF - con Ungheria e Slovenia - il terzo si basa sulla Forza Anfibia Italo-Spagnola con il contributo di Portogallo e Grecia. Inoltre, vengono mantenuti ad elevata prontezza in Patria le cosiddette "riserve strategiche e operative" per la NATO e l'UE - già impiegate in particolari situazioni in Kossovo e in occasione delle elezioni in Afghanistan - e i dispositivi per fronteggiare possibili emergenze, quali le NEO (Operazioni di evacuazione di connazionali).

Se ai militari impegnati in missioni di proiezione esterna aggiungiamo quelli delle componenti di supporto operativo - fra cui le strutture interforze di comando, controllo e comunicazione strategica e per l'intelligence, i reparti per il trasporto strategico e il sostegno a grande distanza - e quelli dei dispositivi che assicurano il controllo degli spazi aeromarittimi metropolitani e il concorso alla difesa degli obiettivi sensibili e al controllo dell'immigrazione clandestina, raggiungiamo la considerevole cifra di circa oltre 20.000 uomini e donne impegnati quotidianamente in operazioni reali.

Ho voluto sintetizzare il complesso delle attività operative in primo luogo, per un doveroso riconoscimento all'operato dei nostri militari, ma anche perché proprio questo livello di impegno mi dà lo spunto per affrontare il tema della pianificazione delle forze, che rappresenta il riferimento centrale della trasformazione.

Nel breve volgere di questo anno accademico sono stati conseguiti molti degli obiettivi a breve termine - fra cui - per citare quelli di maggior rilievo - l'attivazione del Comando C4 Difesa e il conseguimento della piena operatività dei Predator schierati in Iraq - nel settore C4ISTAR - il potenziamento delle Forze Speciali con l'attivazione del COFS e lo sviluppo della componente MSU - con l'attivazione dell'Eurogendarmeria. Sul piano della elaborazione progettuale per il perseguimento degli obiettivi di più lungo termine, il lavoro di maggior rilievo è costituito dal Documento di Pianificazione di lungo termine, recentemente presentato al Signor Ministro.

Si tratta della sintesi di un processo iniziato circa tre anni fa, ma che ha visto una forte accelerazione di finalizzazione in quest'ultimo anno con il contributo attivo degli Stati Maggiori, del Comando Generale dell'Arma e del Segretariato Generale. Il documento, in aderenza alle direttive e agli obiettivi fissati dal Ministro della Difesa, delinea lo sviluppo futuro dello strumento militare, per rispondere all'esigenza di trasformare e adeguare l'attuale impianto capacitivo alle future esigenze, lungo la linee concettuali espresse nel "Concetto Strategico".

Prima di illustrare i lieamenti generali della pianificazione, ritengo indispensabile richiamare alcuni aspetti di fondo.

Il primo riguarda l'imprescindibilità di una sinergica e coerente pianificazione di lungo termine. La Difesa è un'organizzazione complessa che si basa, in larga misura, sullo sviluppo e sull'acquisizione di capacità e di sistemi che richiedono tempi non brevi fra le scelte d'indirizzo e la loro realizzazione pratica. Capacità e sistemi che, una volta realizzati, hanno una vita operativa anche dell'ordine di un ventennio e più. Lo sviluppo di uno strumento militare si basa su scelte importanti - caratterizzate da elevata valenza operativa, economica e industriale. E' indispensabile, pertanto, disporre di una progettualità di lungo termine, ancor più nei periodi di limitate risorse finanziarie, al fine di ottimizzarne l'impiego.

Il secondo aspetto riguarda i criteri di fondo che devono essere posti alla base di questa progettualità, per garantirne concretezza, solidità e realizzabilità. In tale ottica si è scelto di procedere in una prospettiva di prudente realismo finanziario, con un approccio metodologico flessibile e modulare, assicurando nello sviluppo e nella disponibilità delle capacità coerenza e continuità, evitando cesure con le scelte in atto. Vorrei evidenziare che oggi le Forze Armate sono fra i primi contributori delle forze NATO e UE. Ma ciò che è più importante è che in alcuni settori forniamo capacità di particolare valenza. E' importante, dunque, dare continuità a quest'azione.

Il terzo aspetto, infine, riguarda il carattere assolutamente innovativo della pianificazione: di fatto si tratta di un'opera prima in ambito Difesa per la sua concezione unitaria e per l'approccio capacitivo adottato, in applicazione del concetto di piena integrazione interforze, che vede le varie componenti come elementi sinergici di un tutto coerente e non come somma di parti distinte.

Ciò detto, vorrei ora entrare nel vivo di quelli che sono i veri e propri orientamenti della pianificazione di lungo termine. A premessa va detto che, oltre a recepire integralmente gli intendimenti espressi dall'autorità politica - con stretto riferimento alle missioni e ai compiti previsti dal vigente quadro normativo - la pianificazione è armonizzata con l'attuale evoluzione dell'Alleanza Atlantica e con il processo di costruzione della dimensione della Politica Europea di Sicurezza e Difesa. Si tratta di processi ai quali le Forze Armate stanno fornendo un importante contributo concettuale ed operativo, in costante coordinamento con i partners.

Con riferimento al primo di quei criteri valutativi entrati ormai nel lessico comune, quello quantitativo, vorrei evidenziare che la progettualità delineata nella pianificazione di lungo termine è finalizzata, in termini di risorse necessarie, a garantire la trasformazione e la coerenza operativa dell'attuale Modello Professionale a 190.000 uomini. Si tratta di una dimensione decisa dal Parlamento e che ritengo pienamente coerente e proporzionata alle oggettive esigenze di sicurezza nazionali e, più ancora, nell'ottica della multinazionalizzazione della sicurezza, al ruolo della Nazione nell'ambito delle Alleanze e della comunità internazionale. In sintesi il Modello Professionale risulta pienamente coerente con quello che, nel linguaggio tecnico militare, viene definito con il termine "livello di ambizione nazionale": gli impegni in operazioni "reali" che ho precedente illustrato, ne costituiscono diretto riscontro e sostegno concettuale.

Tra l'altro i livelli di forze impiegati non possono essere considerati come il picco di un fenomeno contingente, perché da oltre un decennio si mantengono più o meno costanti, anzi risultano in certi periodi temporali, quali quello a cavallo del 2005-2006, in aumento. Aggiungerei che, in considerazione del generale quadro d'instabilità che abbiamo davanti a noi e del ruolo dell'Italia nel contesto internazionale, non sembra prevedibile un'inversione di tendenza del nostro impegno internazionale.

Ciò detto, voglio tuttavia fare piena chiarezza in merito al parametro quantitativo. Nel 1990, quindici anni fa - giusto l'orizzonte di pianificazione - allo scoppio della crisi del Golfo - disponevamo di uno strumento militare di 340.000 uomini - di cui circa la metà di leva - e ci siamo limitati a contribuire alla missione per la liberazione del Kuwait, sotto l'egida dell'ONU, con un dispositivo navale ed aereo, piuttosto ridotto, di qualche migliaio di uomini.

Non c'è dubbio che in quell'occasione ci siamo fatti trovare inadeguati e non trasformati a sufficienza per fronteggiare le nuove esigenze operative che andavano profilandosi dopo la caduta del muro. Oggi, con una riduzione di oltre il 40 % degli organici, siamo capaci di esprimere continuativamente, anche a grande distanza, un complesso di forze sei volte superiore, grazie a quanto le Forze Armate hanno saputo trasformarsi in questo quindicennio trascorso dal lontano 1990.

Il merito va, in particolare, a chi ha compiuto lo sforzo maggiore per adeguarsi ai nuovi scenari, rendendo disponibile il contributo numerico più sostanzioso, cioè le forze terrestri. Ciò a dimostrare che ad una riduzione dei numeri, quando si fanno le giuste scelte qualitative e capacitive, può corrispondere un vero e proprio salto in termini di capacità di risposta alle nuove esigenze operative.

Il che non vuol dire che i numeri possono ridursi a piacimento e che i numeri non contino. Al contrario, ciò vuol dire che dimensione quantitativa ed efficacia operativa non sono legati da relazioni di proporzionalità, ma da una funzione capacitiva non lineare, i cui diversi fattori devono essere valorizzati in misura coerente, se non si vuole correre il rischio che il prodotto finale, cioè l'output operativo, possa tendere a valori minimali. Sono le capacità che generano un output operativo di significato.

Con riferimento al parametro "qualitativo" la pianificazione di lungo termine mira a conseguire quei livelli che considero indispensabili per operare efficacemente - oggi e ancor più domani - nell'ambito dei dispositivi multinazionali. Va da sé che lo strumento militare potrà esprimere capacità significative solo se potrà disporre di mezzi e sistemi di qualità paragonabili a quelli dei principali paesi alleati.

Oggi le Forze Armate, in virtù di giuste scelte del passato, sono in grado di fornire, in ambito internazionale, un contributo di buon livello, in alcuni settori anche ottimo, sia in termini di valenza operativa, che di interoperabilità, con talune nicchie di eccellenza - che tutti ci richiedono - e che ci qualificano.

Mi riferisco, per le nicchie di eccellenza, ai comandi proiettabili ad elevata prontezza terrestre, marittimo ed aereo, alle comunicazioni satellitari, alle capacità di sorveglianza "unmanned" e di intelligence, alle forze speciali, alle capacità di proiezione aerea ed anfibia interforze, al trasporto aero, alle capacità NRBC e del genio, alle Unità MSU dei carabinieri, per citarne alcune. Si tratta di capacità che solo poche nazioni sono in grado di fornire e che, in taluni casi, sono assenti dagli inventari di talune nazioni anche di prima grandezza. Esse sostanziano quel valore aggiunto capacitivo che concorre a qualificare il ruolo, la valenza e l'influenza internazionale dell'Italia.

Credo che non vi sia alcuna ragione, suffragata da valutazioni tecnico-operative, che possa portarci a rivedere al ribasso il nostro livello qualitativo e capacitivo, a meno di accettare un drastico ridimensionamento del ruolo del Paese nell'Alleanza, in Europa e nel mondo.

Venendo alla dimensione "capacitiva", la pianificazione di lungo termine mira a tradurre in obiettivi programmatici quegli orientamenti ormai consolidati che permettono di operare con efficacia a fronte della crescente complessità delle missioni future. Queste saranno caratterizzate da una spiccata multidisciplinarietà, con focus sull'effetto sinergico tra l'azione militare e quelle di altra natura (diplomatica, economica, sociale ecc.), e richiederanno capacità di intervento nell'ambito dell'intero spettro che va dalla prevenzione e gestione delle crisi - passando attraverso le missioni umanitarie, di ricostruzione post-conflittuale - a quelle di mantenimento o di imposizione della pace.

Queste ultime possono richiedere capacità di tipo "combat" anche di alta intensità che, come tecnico militare responsabile della pianificazione di lungo termine dello strumento militare, non posso e non debbo escludere dalla rosa dei possibili scenari di intervento. Se lo facessi verrei meno alla mia responsabilità tecnica di predisporre uno strumento militare in grado di rispondere alle possibili sfide non solo di oggi, ma anche di domani. Ritengo perciò indispensabile che le Forze Armate di un paese quale l'Italia debbano poter esprimere un insieme di capacità in grado di ampliare il ventaglio di opzioni di intervento a disposizione dell'autorità politica, non solo negli scenari di oggi, ma anche in quelli meno prevedibili di domani.

Dico, per inciso, che a metà degli anni novanta l'intervento in Bosnia per fronteggiare lo spill-over della disgregazione della Jugoslavia appariva già come un impegno significativo e credo che nessuno degli esperti del tempo avrebbe potuto prevedere che nell'arco del successivo decennio lo strumento militare nazionale sarebbe stato chiamato ad intervenire, con personale e mezzi di tutte le quattro componenti, in Kossovo, a Timor Est, in Afghanistan ed in Iraq con dispositivi importanti, anche combat.

Se guardiamo al quindicennio passato, un periodo pari a quello coperto dalla di pianificazione di lungo termine, possiamo osservare che per la gestione delle numerose situazioni di crisi è stato necessario far ricorso alla pressoché intera gamma delle capacità combat e non - terrestri, marittime, aeree e dell'arma dei Carabinieri - in funzione della tipologia delle missioni e dello scenario di intervento, facendo perno, il più delle volte, sulla proiettabilità e sulla capacità di intervento anche a grande distanza.

Se noi costruissimo lo strumento militare di domani solo su quello che facciamo oggi noi commetteremmo l'errore, di quel vecchio ma sempre pertinente adagio che critica i militari, di "preparasi alla prossima guerra sulla base degli insegnamenti dell'ultima combattuta". Noi non dobbiamo cascare in questo errore e la elevata volatilità e imprevedibilità degli scenari futuri confermano l'esigenza di sviluppare uno strumento militare capace di rispondere alle occorrenze più diversificate, e quindi sufficientemente bilanciato in termini capacitivi.

In tale ottica la pianificazione tende a realizzare uno strumento intrinsecamente expeditionary, in grado di esprimere quelle capacità che vengono sempre più richieste dalla NATO e dall'UE ai Paesi membri ed in particolare a quei Paesi, tra cui l'Italia, che hanno un ruolo di rilievo in queste due organizzazioni e nella loro politica di Sicurezza e Difesa. Mi riferisco, ovviamente, ad una spiccata capacità di comando e controllo secondo concetti net-centrici per condurre operazioni basate sugli effetti, anche in situazioni complesse.

Venendo più nel dettaglio, e a conferma dell'approccio innovativo cui ho fatto cenno in precedenza, la pianificazione prevede il conseguimento di capacità sia a valenza strategica interforze e sia di componente, pienamente integrate in una visione joint. In particolare, per quanto ha tratto con i sistemi di maggiore rilevanza, lo strumento militare dovrà disporre di avanzate capacità di comando e controllo C4ISTAR, comprendenti una componente aeroportata e assetti satellitari di comunicazione e telerilevamento, capacità joint di Forze Speciali con il contributo di tutte le componenti, e dovrà essere in grado di generare un joint task group a prevalente connotazione anfibia, per operazioni di risposta rapida o di entry force. Sono previsti, inoltre, sviluppi nei settori EW, info-ops, NBCR - a livello di reggimento specializzato - e CIMIC. Particolare attenzione viene infine conferita alle capacità di trasporto strategico, da conseguire attraverso un mix ottimale di assetti organici e non.

Per quanto riguarda la componente terrestre, che vede nella dimensione quantitativa del personale, unitamente all'aspetto tecnologico, un importante fattore operativo e capacitivo, la soluzione dell'equazione qualità e capacità versus quantità è risultata complessa. Sono state previste strutture di comando a livello Corpo d'armata e divisionale, e un ampio complesso di brigate di manovra dal quale trarre un dispositivo di forze expeditionary di elevata prontezza operativa e con elevate capacità combat, un insieme di forze a livello brigata-reggimenti per operazioni di media o ridotta intensità, anche prolungate, e una brigata aeromobile. L'ammodernamento avverrà, come del resto per le altre componenti, in modo progressivo e differenziato, garantendo la disponibilità in ogni momento del periodo di pianificazione di un significativo pacchetto di forze in grado di operare nell'intero spettro delle operazioni possibili.

Particolare attenzione è stata posta all'adeguamento delle capacità di Comando e Controllo, delle unità RISTA-EW, di Combat Support e di Combat Service Support, che condizionano particolarmente la proiettabilità e la sostenibilità nei teatri lontani delle unità di manovra. Per quanto riguarda i mezzi terrestri è previsto un progressivo ammodernamento delle varie linee attraverso sistemi e programmi innovativi, in accordo con i nuovi concetti operativi che prevedono un aggiornamento della configurazione delle Brigate, per renderle più rispondenti alle future esigenze operative. Altrettanta attenzione è stata conferita all'ammodernamento dell'Aviazione dell'Esercito estesa alle funzioni "combat", trasporto e supporto, stante la valenza operativa dei mezzi ad ala rotante.

Passando ad esaminare le linee di sviluppo della componente marittima, l'esigenza di incrementare le capacità di proiezione dal mare, anche a grande distanza, ha comportato un adeguamento riduttivo dei livelli di forza delle unità di seconda linea e della componente sommergibili. Quest'ultima, peraltro, potrà contare sulla prossima entrata in servizio di battelli di prestazioni più avanzate in funzione delle nuove missioni.

In tale quadro, oltre alla unità maggiore in costruzione, sarà assicurata la disponibilità di avanzate capacità di comando e controllo, di proiezione e di supporto operativo dal mare del joint task group a prevalente connotazione anfibia, accettando, rispetto al passato, una ulteriore riduzione delle unità di prima linea. Anche in questo caso, tuttavia, il salto qualitativo correlato all'entrata in servizio della classe Orizzonte e delle fregate Rinascimento è destinato a contenere gli effetti della riduzione dei livelli di forza. In un quadro generale quantitativamente riduttivo è previsto, infine, un miglioramento capacitivo della componente aeromobile della Marina, in piena sintonia con l'elevata flessibilità che ne ha costantemente caratterizzato l'impiego, anche in teatri terrestri.

Per quanto riguarda la componente aerea, atteso il progressivo significativo ammodernamento dei mezzi per la difesa aerea, la pianificazione di lungo termine prevede un riorientamento delle capacità, attraverso una riduzione quantitativa dei livelli di forza della componente aerotattica, a fronte di una prospettiva di maggiore disponibilità all'impiego e di più efficaci performance dei futuri vettori aerei.

Contestualmente è previsto lo sviluppo di nuove e importanti capacità al momento non presenti, in particolare nel settore C4-ISTAR e nel trasporto aereo strategico, e il miglioramento di alcune abilità fra cui l'auto-protezione attiva, la capacità expeditionary dei reparti e il relativo sostegno logistico. Analogamente sono state delineate le specifiche esigenze della componente ad ala rotante - in particolare per le funzioni SAR e CSAR - e della componente addestrativa, per la quale andranno ricercate le massime sinergie in particolare in ambito internazionale.

Infine, per quanto riguarda la componente Carabinieri, inserita a pieno titolo nel processo di pianificazione, le linee di sviluppo future prevedono, oltre alla disponibilità di adeguate strutture di comando e controllo, un consistente complesso per operazioni MSU, un reggimento aero-portato, unità di Polizia Miliare ed una componente elicotteristica per la mobilità. A conclusione di questo sintetico excursus mi preme sottolineare l'evidenza di alcuni aspetti a fattor comune.

In primo luogo emerge chiaramente che il processo di pianificazione è stato sviluppato secondo un approccio mirato ad un vero e proprio riorientamento delle capacità in senso expeditionary e net-centrico, in sintonia con i potenziali scenari e con le future esigenze operative. Questo riorientamento ha comportato riduzioni, anche significative della struttura quantitativa delle forze, e scelte difficili in alcuni settori capacitivi.

A questo proposito vorrei preventivamente sgombrare il campo da considerazioni mirate a comparazioni non appropriate, sia con precedenti progetti di configurazione dello strumento militare - non è poi tanto una battuta affermare che risalgono al secolo scorso - sia con l'effettiva attuale configurazione dello strumento, che di tali progetti è in qualche caso la risultante pratica. Aggiungo che qualsiasi confronto o valutazione di tipo percentualistico-matematico sarebbe totalmente fuori luogo a fronte dei razionali capacitivi presi a riferimento.

L'esperienza di questi ultimi lustri - caratterizzati da una forte accelerazione dell'evoluzione dello scenario e dall'insorgenza di fattori di elevata instabilità che hanno richiesto un diretto coinvolgimento di tutte le componenti delle Forze Armate in funzione delle contingenze - e l'attuale fase di "transizione instabile", di cui non è facile prevedere gli sviluppi, ci impongono di perseguire prioritariamente obiettivi di impiegabilità e di usability dello strumento militare.

Pur in un quadro di elevata imprevedibilità e incertezza, ritengo che, almeno in una prospettiva non troppo futuribile, si possano individuare due orizzonti di possibile riferimento: il primo, certamente favorevole, porta a valutare scarsamente probabile un confronto militare su larga scala del tipo tradizionale; il secondo, decisamente più critico, porta per contro a prevedere un'elevata occorrenza di ricorrere al contributo della componente militare per il mantenimento - e talvolta per l'imposizione - della sicurezza, della stabilità e della pace in teatri esterni.

Queste considerazioni portano a conferire priorità alla effettiva e pronta capacità di garantire un qualificato contributo operativo nell'ambito di quelle coalizioni internazionali, che nella pressoché totalità delle situazioni saranno chiamate ad intervenire. Ricordo e ribadisco che talune capacità significative sono oggi in possesso di pochi paesi, fra cui l'Italia. Privarsene significherebbe impoverire la valenza del nostro contributo alle alleanze di cui siamo parte.

Il ridimensionamento quantitativo dei mezzi previsto dal Documento di Pianificazione, e questa è la seconda considerazione, laddove non direttamente dettato dall'esigenza di ridurre il correlato livello capacitivo, risulta più che compensato da un incremento delle prestazioni operative dei mezzi di nuova generazione.

E' meglio avere meno cose - ma più capaci - che più cose - ma meno capaci. In generale le scelte dimensionali tengono conto non solo delle realistiche capacità di acquisizione, ma anche e soprattutto della possibilità di garantire ai nuovi mezzi una piena impiegabilità nei futuri scenari in termini qualitativi-capacitivi, di efficienza operativa e di adeguamento continuativo.

Ritengo assolutamente prioritaria, pertanto, la disponibilità di mezzi e sistemi in grado di sviluppare adeguate capacità operative, effettivamente ed efficacemente impiegabili, ancorché in numero più contenuto: l'obiettivo, come ho detto, è quello di aumentare le capacità e la cosiddetta usabilty, parametro che, forse meglio di ogni altro, misura il buon uso delle risorse rese disponibili.

Non è certo un segreto che in alcuni settori le carenze capacitive, oggi, non sono tanto determinate dal numero dei mezzi e delle piattaforme in inventario, quanto dalla loro impiegabilità ed adeguatezza capacitiva ai nuovi scenari operativi. L'alternativa rappresentata da uno strumento futuro più consistente ma operativamente non efficace mi sembra non solo inaccettabile ma assolutamente improponibile, uno strumento che nemmeno la NATO e l'UE vorrebbero.

A questo punto mi sembra doveroso porci un obiettivo per il futuro. Guardando all'orizzonte della pianificazione di lungo termine, e avendo a mente le capacità di adeguamento dimostrate dalle Forze Armate nel passato quindicennio, credo che il perseguimento di una usability delle forze dell'ordine del 50% possa essere alla nostra portata e debba essere il nostro obiettivo.

Quelle che ho appena illustrato rappresentano le linee guida della pianificazione di lungo termine e della trasformazione, ma non vi è dubbio che la dimensione delle risorse e del relativo bilanciamento costituisca un driver determinante della realizzabilità di questo progetto. Il modello professionale a 190.000 richiede, come è giusto ed inevitabile, risorse importanti e coerenti. Negli ultimi anni, in esito alla trasformazione in forze armate professionali, le spese per il personale sono cresciute, in termini percentuali riferiti alla "funzione difesa", dal 46% del 2001 al 58% del 2005, pur in un quadro di progressivo allineamento al modello a "190.000", sia in termini di riduzione del personale che di ribilanciamento degli organici. Come conseguenza si è registrata una corrispondente flessione delle risorse destinate all'investimento ed all'esercizio.

Un eccessivo sbilanciamento tra risorse dedicate al personale e risorse dedicate complessivamente al settore esercizio e investimento, in senso sfavorevole a quest'ultimo, impedirebbe qualsiasi capitalizzazione dello strumento, minando alle basi ogni progetto di trasformazione. Va detto, inoltre, che il costante elevato tasso d'impiego nelle operazioni internazionali sta comportando un logoramento e una riduzione della vita tecnica dei mezzi e dei materiali, che impone accelerati ritmi di manutenzione e sostituzione che trovano solo parziale copertura nei provvedimenti ad hoc emanati dal Governo e dal Parlamento e impattano, quindi, sul bilancio ordinario.

Da un esame dei bilanci della Difesa della quasi totalità delle nazioni europee e NATO, si può individuare nel rapporto al 50% fra spese per il personale e spese per l'esercizio e l'investimento (capitalizzazione dello strumento), il bilanciamento minimo accettabile - ancorché non ottimale - della distribuzione delle risorse (l'ottimale è un rapporto 40/60 %). Il Documento di Pianificazione di lungo termine ipotizza un'evoluzione tendenziale di riequilibrio dei tre settori di spesa in tale direzione. Ne consegue l'esigenza di disporre nel quindicennio, per il complesso dell'esercizio e dell'investimento, di risorse almeno di pari ordine di grandezza di quelle devolute al settore del personale.

Per inciso vorrei far notare che una recente analisi comparata della qualità delle spese per la Difesa estesa a varie nazioni europee - cito Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Polonia, Olanda, Svezia e Finlandia - ha evidenziato, quale aspetto più critico, che l'Italia si colloca in coda a quella che possiamo definire la "classifica combinata" - usando un termine sportivo - che tiene conto della media complessiva di una serie di parametri particolarmente significativi che caratterizzano la qualità e l'efficacia della spesa militare.

Questi parametri si riferiscono alla spesa militare rispetto al PIL, al rapporto tra spese per il personale e bilancio "funzione difesa", tra investimento e bilancio "funzione difesa", alla spesa "pro-capite", indicativa delle risorse assegnate al bilancio della Difesa e all'investimento in rapporto agli organici che compongono le Forze Armate. Ebbene questa analisi comparata ci pone tra i fanalini di coda. Questa analisi non può non essere il severo campanello d'allarme di una grave sofferenza ed incongruenza strutturale tra livello di ambizione e livello di risorse.

Ma proprio perché strutturale, il problema delle risorse da assegnare alla Difesa non è il problema di questo o di quel singolo anno, di questa o quella scelta capacitiva, bensì di prospettiva complessiva di lungo termine, perché di lungo termine è la pianificazione dello strumento militare.

Il mantenimento nel tempo di standard e di livelli qualitativi correlabili a quelli dei principali partner europei è un fattore vitale per la stessa ragione d'essere delle Forze Armate. In assenza di risorse coerenti, piuttosto che sotto-capitalizzare lo strumento, abbassandone la qualità e la usabilità, impedendone di fatto la trasformazione, si renderebbe necessaria una riflessione di fondo sul livello di ambizione nazionale. E' bene essere chiari: non si tratterebbe di un provvedimento indolore: significherebbe declassare il Paese passando, in Europa e nel mondo, comprese le Nazioni Unite, dalla prima fascia ad un ridimensionamento di "secondo o terzo livello".

Signor Ministro, autorità, le Forze armate - impegnate come mai prima d'ora nella storia della Repubblica in tante aree di crisi nel mondo - si stanno confermando, giorno dopo giorno, una preziosa ed efficace risorsa al servizio del "sistema Paese". Un Paese, il nostro, che in un mondo in continua e rapida evoluzione è chiamato a fornire un contributo attivo e determinante alla sicurezza, alla stabilità e alla pace. Per essere in grado di continuare ad assolvere la missione che il Paese assegna loro, le Forze Armate con grande impegno, determinazione, visione prospettica e pragmatismo stanno oggi progettando il loro futuro. E la risposta che sapremo dare al futuro del nostro strumento militare non poggia tanto su quanto siamo cambiati fino ad oggi o siamo in grado di fare oggi ma piuttosto nel riconoscere cosa non è ancora cambiato a sufficienza.

Perché come ci ricorda Joseph Schumpeter, il famoso economista guru della globalizzazione: "l'innovazione rinnova e vivifica la tradizione. Il futuro si sostituisce al passato. Nulla importa di più di ciò che verrà dopo e ciò che verrà dopo potrà arrivare solo se ciò che è stato ed ora è, verrà trasformato".

Ebbene solo questa consapevolezza ci permetterà di non rimanere attardati sul presente, bensì di focalizzarci sulle sfide della sicurezza che ci attendono in un futuro sempre più globalizzato e che si chiamano: terrorismo internazionale, proliferazione delle armi di distruzione di massa, crisi regionali violente, realtà statuali fallite o dittatoriali ed esistenza nel mondo di un vuoto disconnesso da un core globalizzato, di cui siamo parte, un vuoto in cui albergano povertà, ignoranza, mancanza di democrazia e violenza. In questo mondo sempre più globalizzato della sicurezza i connotati globalizzanti della dimensione militare, anche di quella italiana, si chiamano trasformazione incentrata sull'interoperbilità interforze e multinazionale, sulla capacità expeditionary e net-centriche e su di un modus operandi basato sugli effetti.

E' in questa direzione che dobbiamo cambiare, è in questa direzione che sotto la guida politica del Signor Ministro dobbiamo trasformare lo strumento militare, così come ci chiedono le grandi Alleanze e le Organizzazioni Internazionali di cui facciamo parte. Ho fiducia nella sensibilità delle Istituzioni e sono certo che sapranno conferire la necessaria attenzione all'esigenza di prevedere risorse coerenti con le sfide della trasformazione del nostro strumento militare e con i compiti assegnati alle Forze Armate, commisurate al livello di ambizione ed al ruolo che l'Italia vuole ricoprire nel campo della sicurezza internazionale. Si tratta di un'esigenza - sottolineata dai più alti vertici istituzionali e in primis dal Capo dello Stato - che chiama a decisioni importanti e coerenti per il futuro del nostro Paese.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM