Anno 2005

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Soft Power, la nuova linea della politica Usa

Pier Francesco Galgani, 22 aprile 2005

L'8 aprile scorso a Roma in Piazza San Pietro il mondo intero si era dato appuntamento: in occasione dei funerali di Papa Giovanni Paolo II tutti i potenti della terra si trovavano riuniti intorno a quella semplice bara di legno chiaro. Tra gli altri, quasi confuso in quella folla e non ben riconoscibile vi era il presidente americano George Bush insieme con sua moglie. Due notti prima, mercoledì 6 aprile, lo stesso capo di Stato in compagnia di suo padre e del suo predecessore William Jefferson Clinton si era inginocchiato in silenzio davanti alla salma del grande papa, posta al centro della basilica di San Pietro, unendosi alle migliaia di pellegrini che per giorni sono andati a rendere omaggio a Giovanni Paolo II.

Le immagini dell'uomo più potente della terra inginocchiato e in pensoso silenzio di fronte alle spoglie del defunto papa hanno fatto il giro del mondo, inondando con il loro muto ma potente significato gli spazi televisivi, le prime pagine dei giornali e dei siti internet di tutto il globo. Non c'è dubbio che la sua presenza a Roma in tale occasione sia stata dettata da un dolore sincero e da una autentica commozione, tuttavia, astraendosi dalla realtà contingente e analizzando l'evento da una prospettiva politico-internazionale, non si può fare a meno di pensare che l'omaggio di Bush al papa rappresenti un momento importante del nuovo corso diplomatico adottato dal presidente americano con l'inizio della sua seconda amministrazione. Alla luce di questo nuovo punto di vista, molte delle iniziative prese nei mesi più recenti dall'esecutivo repubblicano possono essere reinterpretate secondo una diversa angolazione.

Dopo la fine della guerra fredda e il crollo dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti sono rimasti l'unica superpotenza mondiale con una forza militare ed economica ineguagliata malgrado i notevoli progressi compiuti dall'Unione Europea e dai paesi asiatici. Se in passato una situazione del genere poteva garantire una posizione di assoluta supremazia sullo scenario globale, lo svilupparsi di processi originali e innovativi tra cui la rivoluzione dell'informazione e grazie a questa la formazione di una vera opinione pubblica mondiale hanno contribuito ad allargare le fonti di influenza sugli eventi e sulla storia da parte di un singolo stato.

Come ha acutamente osservato Joseph Nye nel suo ultimo libro "Soft Power: The Means to Success in World Politics" (recentemente tradotto da Einaudi), il potere di uno Stato consiste nella sua capacità di influenzare gli altri attori della comunità internazionale per ottenere gli esiti desiderati. Lo scopo può essere raggiunto in vari modi: con la forza, con compensi finanziari o con la attrazione dei propri valori, del proprio stile di vita e delle politiche estere praticate. Lo studioso americano fa rientrare le prime due tipologie nel "hard power" di uno Stato, di cui la potenza militare ed economica sono gli elementi più qualificanti, mentre la capacità di attrazione e di cooptazione di una nazione viene definita come "soft power".

Per usare termini più comuni, se uno Stato dispone di soft power significa che appare in grado di "vendersi" nel modo migliore. Per capire l'importanza di questo concetto basti pensare all'esempio della Città del Vaticano e alla sua enorme capacità di influenzare i popoli malgrado Stalin si domandasse ironicamente: "Ma di quante divisioni dispone il Vaticano?"

Nei primi decenni del secolo scorso, proprio quando gli Stati Uniti si avviavano a diventare una superpotenza e le loro risorse di hard power crebbero, essi registrarono un contemporaneo imponente incremento anche delle fonti di soft power: ai valori di democrazia e libertà che avevano distinto sin dall'inizio le originarie ex tredici colonie inglesi, se ne affiancarono altri come quelli espressi dai 14 punti di Wilson oppure i grandi ideali propugnati da Franklin Roosevelt (la libertà dalla paura, Usa come arsenale delle democrazie, la lotta contro i totalitarismi, la politica del buon vicinato verso i paesi dell'America Latina etc.). Nel corso del tempo, il New Deal, il Fair Deal e il Piano Marshall voluto da Truman, la Nuova Frontiera di John Kennedy, unita alle lotte per l'integrazione razziale furono tutti elementi che aumentarono le frecce nell'arco del soft power americano.

A questi valori di natura politica se ne aggiunsero altri di tipo culturale, esempi banali come il rock and roll, i blue jeans, James Dean e gli altri protagonisti dell'industria cinematografica, i progressi tecnologici, l'uomo sulla luna, la rivoluzione informatica eccetera. Una serie di valori, ideali e modi di vita che esercitarono un enorme potere di attrazione sui popoli del mondo e permisero agli Stati Uniti di incrementare la loro capacità di influenzare le altre nazioni per di raggiungere i propri obiettivi.

Tralasciando le amministrazioni precedenti e concentrandoci solo su quella di George Bush, alla luce di quanto detto sinora, appare evidente che i primi quattro anni della sua presidenza sono stati caratterizzati da un enorme sviluppo delle tradizionali risorse di hard power unito a una altrettanto vertiginosa discesa delle fonti di soft power. Sono molti gli esempi che si potrebbero riportare per chiarire tale affermazione.

In questo contesto la data dell'11 settembre 2001 è importante ma non rappresenta l'inizio dell'indebolimento del soft power americano, ma solo il punto di inizio della sua rovinosa discesa; tale processo negativo aveva avuto inizio prima. Basti pensare alle risoluzioni assunte dal neo presidente in materia ambientale: la decisione di avviare ricerche petrolifere in ecosistemi incontaminati come alcune zone dell'Alaska oppure la mancata ratifica del protocollo di Kyoto sulla emissione dei gas serra. Queste prese di posizioni della nuova amministrazione furono sufficienti a destare nell'opinione pubblica mondiale una sensazione di fastidio e risentimento verso un presidente che appariva arrogante e in preda alle richieste degli interessi del grande capitale.

In quegli anni, secondo una ricerca del "Pew Global Attitudes Project", una percentuale di poco superiore al 30% dei cittadini dei paesi industrializzati giudicava in modo positivo gli ideali e gli usi americani. L'attacco alle Twin Towers di New York segnò un momento di tregua nel peggioramento dell'immagine americana agli occhi delle altre nazioni e anzi, la forza e la capacità di controllo della situazione dimostrata da Bush in quel drammatico frangente conseguirono un effetto positivo. Colpiti dall'enormità del disastro e dalla fermezza espressa dal comandante in capo i media e i principali esponenti politici mondiali fecero propria la frase "Ich bin ein Berliner" pronunciata da John Fitzgerald Kennedy di fronte al muro di Berlino nel 1963 per trasformarla nella significativa affermazione "Siamo tutti americani".

Ben presto però la rinnovata capacità di attrazione e di influenza della amministrazione repubblicana venne nuovamente indebolita nel 2003 dalla decisione di attaccare l'Iraq malgrado l'opposizione di Francia, Germania e Russia e senza aver ottenuto un mandato in tal senso da parte delle Nazioni Unite. L'espressione "unilateralismo americano" divenne di uso comune, nei giornali, sulle televisioni. Poiché il soft power di uno Stato si misura in termini di attrazione fondata su valori comuni, e sulla convinzione che sia giusto contribuire alla realizzazione di politiche coerenti con tali valori, le consultazioni multilaterali e in genere il dibattito all'interno di organismi internazionali hanno maggiori possibilità di generare risorse di soft power che non la mera affermazione di tali valori in via unilaterale.

Nel caso iracheno gli Stati Uniti si comportarono in modo del tutto diverso da quanto appena detto e ciò causò una notevole riduzione del loro potere di attrattiva. Le cose non migliorarono con lo scandalo delle torture inflitte dai soldati statunitensi ai prigionieri islamici nel carcere di Abu Graib, così come la sostanziale negazione di ogni elementare diritto di difesa ai presunti terroristi jiadisti detenuti nella prigione di Guantanamo rappresentarono altrettanti episodi di cinismo e crudeltà che danneggiarono ulteriormente l'immagine americana e evidenziarono una volta di più la reale incapacità delle autorità di Washington di migliorare le proprie risorse di soft power.

Nemmeno un numero infinito di episodi della serie televisiva "Perry Mason", considerata l'esempio più accessibile a tutti del sistema giudiziario americano con l'enorme importanza assegnata al contraddittorio tra accusa e difesa, poste sullo stesso piano e ad armi pari, poteva scalfire l'impressione negativa destata nell'opinione pubblica dall'immagine di un paese come gli Stati Uniti colto a trattare i suoi detenuti come un qualsiasi rappresentante del Terzo Mondo. Con lo stesso senso di fastidio e preoccupazione gli alleati di Washington accolsero l'approvazione da parte del Congresso del "Patriot Act", voluto dall'ex ministro della Giustizia John Ashcroft, che nel nome della lotta al terrorismo contribuiva a minare alla base il tradizionale sostegno americano agli ideali di libertà, sia di pensiero sia di espressione sia di stampa.

Ulteriore grave colpo alla credibilità di Washington venne dal mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa, la cui pericolosa presenza era stata usata come pretesto dall'amministrazione Bush per dare inizio alla guerra contro Baghdad e destituire Saddam Hussein. L'inconsistenza del casus belli iracheno ha tolto ogni residua attendibilità alle informazioni di intelligence Usa.

Circostanze ed esempi simili si sono dimostrati del tutto controproducenti alla causa del soft power americano. Non solo, man mano che tali risorse diminuivano, si registrava una contemporanea esigenza di utilizzare maggiori e più costose fonti di tradizionale hard power per ottenere gli scopi che la repubblica stellata si prefiggeva. Un esempio su tutti: dopo la rapida presa di Baghdad, la situazione nell'ex regime baathista rimase instabile, gli Stati Uniti non riuscirono a formulare una politica forte e credibile per il futuro del paese mediorientale, di conseguenza alcuni paesi minori della coalizione cominciarono a ritirare i loro uomini (tra questi clamoroso è stato l'abbandono spagnolo). I vuoti militari lasciati da tali forze dovettero essere ricoperti da soldati americani, accrescendo così il loro impegno militare e finanziario.

La situazione era divenuta insostenibile, per cui gradualmente e faticosamente l'amministrazione Bush decise di invertire la rotta e recuperare le risorse di soft power perdute. La prima occasione dove sperimentare il nuovo approccio di politica estera furono gli aiuti americani alle vittime dello tsunami dello scorso 26 dicembre. Vedere soldati a stelle e strisce che portavano la loro opera per sgomberare le distruzioni causate dal maremoto e dare da mangiare ai superstiti si dimostrò più efficace di qualunque discorso pronunciato da membri del governo statunitense. Altro momento importante fu la visita compiuta da Bush in Europa nel mese di febbraio. Tale viaggio venne preparato dal neo-segretario di Stato Condoleeza Rice.

Questi, durante le audizioni al Congresso per la conferma della sua nomina, sostenne che scopo della diplomazia americana deve essere un'azione rivolta a favorire un accordo fra le democrazie per la costruzione di un sistema internazionale fondato su valori condivisi e sul ruolo della legge. Insieme tali nazioni avrebbero potuto agire per la diffusione della democrazia e della libertà in tutto il mondo. Qualche giorno dopo, parlando alla facoltà di Scienze politiche di Parigi, la Rice affermò che il concetto di potere proprio del suo paese non si riduceva solo alla forza militare ed economica, ma anche forza delle idee, della compassione e della speranza. Anche lo stile personale con cui questa donna si presentò nelle capitali del vecchio continente contribuì a ridare fascino e attrattiva alla diplomazia americana.

Nel corso del suo successivo viaggio in Europa Bush non solo volle riaffermare - dopo averlo fatto nel discorso d'insediamento - l'importanza degli ideali di libertà e democrazia che erano sempre stati propri del suo paese, ma aggiunse che tali obiettivi il suo paese voleva raggiungerli assieme all'Europa. Lo stesso bilancio presentato dall'esecutivo repubblicano, che con il programma Millennium Change mirato ad aumentare l'aiuto umanitario a quei paesi del terzo mondo che si fossero impegnati a fare progressi nella riduzione della povertà e della diffusione dell'Aids, contribuiva a ridare forza al soft power americano.

Stesso discorso va fatto per la recente decisione del Pentagono di preparare nuove disposizioni riguardanti i prigionieri di guerra che comprendano anche un divieto esplicito di tortura. "Tutte le persone detenute dalle forze armate statunitensi durante operazioni militari devono ricevere un trattamento umanitario dal momento in cui vengono prese al momento in cui vengono rilasciate", si legge nella bozza del documento, provvisoriamente intitolato 'Joint Doctrine for Detainee Operations' (documento congiunto per le operazioni di detenuti).

Uguali considerazioni vanno fatte per l'atteggiamento conciliante - e pronto a usate tutte le risorse della diplomazia - assunto da Bush nell'ambito della crisi causata dalle autorità della Corea del Nord. Anche il successo delle recenti elezioni irachene è apparso funzionale alla ripresa del soft power Usa: quelle dita degli iracheni macchiate dell'inchiostro usato nel seggio elettorale hanno contribuito a ridurre l'assenza di legittimità della politica praticata dal governo Bush in Iraq.

E' troppo presto per valutare quale reale impatto avrà sulla politica estera americana il nuovo accento posto dal presidente e dai suoi uomini sulla forza di attrazione alle proprie idee e ai propri valori. Certamente è importante che un'amministrazione i cui primi quattro anni sono stati tutti concentrati solo sugli aspetti militari ed economici del potere abbia compreso che questi non possono essere disgiunti dalle risorse di soft power. Solo un connubio tra queste ultime e quelle di hard power può garantire a uno Stato una efficace capacità di incidere sulle vicende della comunità internazionale.

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