Anno 2005

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La trasformazione dell'Alleanza Atlantica

Pier Francesco Galgani, 4 maggio 2005

Lo scorso 14 aprile, il ministro della Difesa Antonio Martino, parlando a Bruxelles nel corso della conferenza annuale della Nato, ha affermato che in un mondo ormai globalizzato e senza più la cortina di ferro l'Alleanza Atlantica non può più essere un'organizzazione votata alla "difesa" da un blocco avversario ma deve essere orientata a garantire la "sicurezza" dalla minaccia del terrorismo che ha ormai assunto dimensioni globali e deve quindi puntare a estendere la propria attività a quanti più paesi e organizzazioni possibili.

Le parole del ministro si inseriscono in un ampio dibattito che impegna ormai da molti anni le principali cancellerie europee e americane: quale ruolo assegnare alla Nato dopo la fine della guerra fredda e la scomparsa della minaccia sovietica al blocco occidentale. Creata nel 1949 per organizzare le forze armate del "mondo libero" in una alleanza difensiva con lo scopo di contenere gli eserciti dell'armata rossa, con il venir meno di tale minaccia molti ritennero che continuare a mantenere in vita la Nato fosse inutile e anacronistico.

Le stesse norme del diritto internazionale facevano ritenere corretta tale impostazione: la clausola "rebus sic stantibus" prevede infatti che, qualora nell'assetto internazionale si verifichino dei mutamenti tali da ritenere non più esistenti le ragioni che avevano determinato la nascita di una determinata organizzazione o di una particolare norma, queste realtà dovrebbero venire meno. Con la fine della contrapposizione est-ovest le motivazioni che avevano fatto nascere la Nato non esistevano più per cui l'Alleanza sarebbe dovuta scomparire.

Così non è stato, anzi, nel corso degli anni Novanta e poi con la nascita di nuovi pericoli alla stabilità internazionale legati all'erompere della minaccia del terrorismo islamico, la Nato ha subito tutta una serie di trasformazioni che non solo non hanno condotto alla sua disgregazione, ma hanno contribuito a un graduale adeguamento della sua missione alle nuove necessità della attuale realtà internazionale. Del resto nessun paese europeo ha mai pensato seriamente a uno scioglimento dell'Alleanza poiché le conseguenze di una tale scelta, da una necessaria abnorme crescita delle loro spese militari a una rinuncia a qualsiasi reale tentativo di partecipare attivamente al governo dei conflitti e della sicurezza, costituivano incognite troppo pesanti da sostenere.

Dal punto di vista americano l'aggiornamento delle finalità dell'Alleanza Atlantica è stato valutato come un modo per disporre di un importante ulteriore strumento utile a perseguire i propri interessi di unica superpotenza rimasta sulla scena mondiale. Per questi motivi, adattare la struttura della Nato e dei suoi obiettivi alla mutata realtà internazionale è diventato un obiettivo prioritario dei vecchi alleati della guerra fredda.

I pericoli del terrorismo islamico, la minaccia della diffusione delle armi di distruzione di massa, i conflitti regionali, la violenza etnica rappresentano tutta una serie di nuovi fattori di instabilità notevolmente differenti dalle originarie attività svolte dalla Nato, che Lord Ismay, primo segretario generale dell'Alleanza, sintetizzava così: "To keep the Americans in, the Germans down and the Russians out". Con l'utilizzo di espressioni proprie di molti patti di non aggressione firmati tra le due guerre mondiali, l'articolo 5 del trattato istitutivo dell'Alleanza recitava che le parti convenivano che qualsiasi attacco armato contro una o più di esse o verso l'America settentrionale doveva essere considerato come un attacco diretto contro tutti i contraenti, per cui ciascuna di esse, nell'esercizio del diritto di autodifesa collettiva riconosciuto dall'articolo 51 della Carta dell'Onu, doveva assistere le parti attaccate con ogni mezzo, compreso l'uso della forza armata.

Paragonare il freddo formalismo di queste formule con i variegati pericoli alla sicurezza collettiva appena ricordati appare fuori luogo. Malgrado ciò, esse rappresentano oggi le reali minacce con cui deve confrontarsi l'Alleanza Atlantica sopravvissuta alla fine della contrapposizione est-ovest. Il processo di adeguamento del Patto ha avuto inizio nel corso degli anni Novanta e - prima con il vertice di Washington del 1999, poi con quello di Praga del 2002 - ha raggiunto l'attuale livello di evoluzione. Il vertice tenuto in coincidenza del cinquantesimo anniversario della firma del trattato ha rappresentato l'occasione per dare uno sguardo al passato e cominciare a ripensare gli obiettivi dell'alleanza. Con il successivo incontro di Praga furono gettate le basi dell'attuale identità della Nato.

Tra i due vertici vi era stato l'attacco alle Twin Towers e l'emergere della minaccia terroristica, contro cui l'assetto ormai consolidato della struttura atlantica fondata sul contrasto e sul contenimento delle divisioni del Patto di Varsavia apparve del tutto inadeguato. La peculiarità stessa del pericolo terrorista con la sua natura impalpabile e diffusa al di là dei tradizionali confini nazionali rendeva obsoleta ogni esistente misura difensiva.

Certamente un ruolo importante nell'influenzare la ridefinizione delle caratteristiche operative e dei limiti territoriali della Nato lo hanno giocato anche alcuni importanti documenti prodotti dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre come il nuovo documento sulla "National Security Strategy" del 2002 che appare fortemente debitore di un documento riservato "Rebuilding America's Defense" prodotto da un think tank conservatore, il "Project for the New American Century" da cui provengono molti importanti esponenti dell'attuale amministrazione repubblicana.

Da queste disposizioni traspare l'intenzione di effettuare un mutamento qualitativo del concetto di difesa. Per citare le espressioni del vice di Donald Rumsfeld alla Difesa, Douglas Feith, le forze armate americane, per essere efficaci, sono chiamate a operare il passaggio dalla "static defense", dal dispiegamento difensivo, stanziale laddove potrebbero verificarsi le minacce - eredità della seconda guerra mondiale e della guerra fredda - alla "dynamic defense", con lo svolgimento di attacchi rapidi e fulminanti anche di natura preventiva mediante contingenti dotati di grande flessibilità, dinamismo operativo e notevole forza di proiezione in tutti i punti del globo in cui a giudizio del Pentagono sia necessario intervenire.

Nel corso del vertice Nato di Praga del 2002 tali considerazioni vennero fatte proprie anche dagli alleati europei. Di fronte alla necessità di dover fronteggiare le nuove sfide non convenzionali, asimmetriche e globali di un mondo molto diverso da quello della vecchia contrapposizione est-ovest, i ministri dei paesi membri della Nato decisero di varare alcune importanti riforme del Patto.

Prima di tutto si stabilì di semplificare la struttura di comando dell'alleanza per dotarla di una catena decisionale più snella, più efficiente e in grado di dispiegare in modo maggiormente efficace ed esteso a nuovi ambiti le forze militari a disposizione: è stato così disattivato il comando supremo alleato dell'Atlantico con sede a Norfolk in Virginia per affidare tutte le responsabilità operative al comando alleato per le operazioni (Aco), il comando alleato per l'Europa con sede a Mons in Belgio al quale venne aggiunto un nuovo comando congiunto in Portogallo, a Lisbona. In Virginia venne attivato il nuovo comando alleato per la trasformazione militare dell'Alleanza (Act).

A Praga è stata istituita anche la Nato Response Force (Nrf), la forza di risposta rapida della Nato: una forza tecnologicamente avanzata, flessibile e con una capacità di spiegamento di cinque giorni e sostenibile almeno per trenta, pronta a essere impiegata ovunque e a mantenersi operativa ovunque, ben al di là dei limiti territoriali stabiliti dall'articolo 5. Tale forza militare è stata pensata per essere una forza permanente, a differenza delle altre unità Nato create solo per determinate missioni.

In parallelo con tali riforme strutturali e per evidenziare ancora più chiaramente i nuovi obiettivi planetari della Nato, il vertice di Praga ha visto l'ingresso nell'Alleanza anche di alcune nazioni facenti parte dell'ex blocco sovietico. Dopo il varo della "Partnership for Peace", nella città ceca venne deciso di favorire l'ingresso nell'alleanza di alcuni paesi già appartenenti al Patto di Varsavia come Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania, Slovacchia e Slovenia. Negli anni successivi i vertici militari e politici del Patto hanno continuato a estendere e consolidare i nuovi orientamenti scaturiti dall'incontro di Praga.

Le forze dell'alleanza sono state impiegate in Afghanistan e Iraq con lo scopo di condurre un programma di addestramento e formazione delle forze di sicurezza. E' stato approfondito il dialogo mediterraneo a cui partecipano da circa dieci anni paesi come Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Marocco, Mauritania e Tunisia. Nel giugno del 2004, con il vertice di Istanbul è stata lanciata anche la Istanbul Cooperation Iniziative (Ici), un'estensione verso il Golfo Persico del dialogo mediterraneo. Ad essa vi hanno aderito Kuwait, Bahrain e Qatar e le sue aree di lavoro, al pari dell'iniziativa riguardante i paesi che si affacciano sul Mare Nostrum sono state definite in: cooperazione nella lotta al terrorismo e alla proliferazione delle armi di distruzione di massa, assistenza nelle riforme della Difesa, svolgimento di esercitazioni militari congiunte e scambi addestrativi.

Il nuovo segretario generale dell'Alleanza, Jaap de Hoop Scheffer, ha ulteriormente sviluppato la strategia di estensione della Nato a realtà sempre più ampie. Tra la fine di marzo e gli inizi di aprile di questo anno egli ha compiuto un viaggio che lo ha portato a visitare le capitali di Australia, Nuova Zelanda e Giappone, nazioni che durante la guerra fredda erano state organizzate in una alleanza simile alla Nato: la Seato. Nei suoi interventi in questi paesi Scheffer ha ribadito che la minaccia del terrorismo comporta la necessità di uno sforzo comune dei paesi già facenti parte del Patto Atlantico assieme a nuovi partner posti al di fuori dei tradizionali limiti territoriali dell'alleanza al fine di produrre stabilità sia da un punto di vista politico sia militare sia economico.

Tali sviluppi vanno di pari passo con l'evoluzione della Nrf. Il 13 aprile di questo anno a Bruxelles è stato firmato un accordo tra la Nato e la Polonia per creare nella nazione slava un nuovo centro di addestramento delle truppe della Forza di reazione rapida della Nato e per altre operazioni fuori del continente. Dal 28 marzo al 14 aprile scorsi presso le Isole Canarie si è svolta l'operazione Noble Javelin 2005 (NJ-05) con lo schieramento di alcune componenti della Nrf. L'esercitazione ha permesso di schierare per la prima volta in territori distanti dai normali ambiti operativi dell'Alleanza le forze della Nrf per affrontare uno scenario fittizio di risposta a una crisi internazionale in applicazione del capitolo VII della Carta Onu.

In aggiunta a ciò, il segretario Scheffer ha recentemente dichiarato che, a partire dall'ottobre 2006 le unità della Forza di reazione rapida potranno essere impiegate anche per affrontare crisi umanitarie simili allo tsunami del 26 dicembre 2004. A fronte degli sviluppi ora ricordati le parole pronunciate dal ministro Martino a Bruxelles risultano essere un riconoscimento di una situazione di fatto che è ormai propria della attuale Alleanza Atlantica e della trasformazione della sua missione per adeguarla al nuovo attuale contesto globale.

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