Anno 2005

Cerca in PdD


Usa, glielo diciamo noi ai giornalisti iracheni cosa devono scrivere

Pier Francesco Galgani, 5 dicembre 2005

Secondo quanto riportato dal Los Angeles Times il 30 novembre, all’inizio di quest’anno il Pentagono avrebbe avviato una operazione segreta per indurre la neonata stampa libera irachena a pubblicare articoli favorevoli all’azione delle truppe americane e allo sforzo di ricostruzione post-bellico del paese mediorientale dietro il pagamento di forti somme di denaro.

Come ammesso da un portavoce del ministero, lo scorso 2 dicembre, una task force dell’esercito con compiti informativi e con sede a Baghdad avrebbe scritto una serie di articoli su temi come la positiva riuscita dell’attività delle forze armate americane e irachene contro i gruppi terroristi operanti in Iraq, l’azione di ricostruzione delle infrastrutture e la nascita di sentimenti contrari alle azioni terroristiche da parte della popolazione irachena facendoli tradurre in arabo dal Lincoln Group, un “contractor” della difesa con sede a Washington e specializzato in comunicazioni strategiche in zone di combattimento. I suoi rappresentanti a Baghdad avrebbero poi provveduto a pagare giornali iracheni per pubblicare tali storie.

Non solo, il Lincoln Group avrebbe pagato anche una dozzina di giornalisti iracheni scelti tra i meno critici dell’azione americana nell’ex regime di Saddam Hussein perché scrivessero articoli positivi verso la strategia di Washington. Il Pentagono non ha disconosciuto tale pratica e secondo quanto sostenuto dal portavoce delle forze americane a Baghdad, generale Rick Lynch, una simile forma di giornalismo sarebbe necessaria per contrastare un analogo distorto utilizzo dei media da parte dei terroristi islamici attivi nel Paese mediorientale. Parlando con i giornalisti occidentali, il generale Lynch ha ricordato una lettera scritta da Ayman al Zawahiri, il numero due di al-Qaeda, ad Abu Musab al Zarqawi in cui il primo sosteneva che altrettanto importante della battaglia sul campo con gli americani era lo scontro nei media.

Lynch ha continuato dicendo che per contrastare le bugie raccontate dai terroristi agli iracheni attraverso i media è necessario informare correttamente la popolazione e basarsi sui fatti. In effetti, secondo quanto riportato dal Los Angeles Times, i pezzi redatti dalla task force dell’esercito e diffusi sui giornali iracheni sarebbero fondati su elementi reali, ma si caratterizzerebbero per una immagine parziale della realtà, riportando solo un aspetto degli eventi e omettendo quelle informazioni che potrebbero gettare una luce negativa sull’attività americana.

La tecnica usata dai terroristi islamici con i media non è una novità. Ne fecero le spese gli stessi Stati Uniti durante la guerra in Vietnam quando il sostegno americano alla guerra venne gradualmente eroso dalle immagini dei soldati uccisi dai viet cong o dagli effetti ingigantiti dai media dell’offensiva del Tet del 1968, poi respinta dalle forze statunitensi. Il Lincoln Group, di cui fanno parte uomini d’affari ed ex esponenti delle forze armate statunitensi, ha stipulato un ricco contratto con il ministero della Difesa alla fine dell’anno scorso quando le autorità militari americane in Iraq si convinsero che non riuscivano a ottenere sufficiente sostegni presso l’opinione pubblica musulmana. Oltre agli articoli pubblicati sui giornali iracheni dietro pagamento di forti somme di denaro, il Lincoln Group ha svolto anche altre importanti attività per il Pentagono, come l’intensa campagna per influenzare il voto sunnita nella provincia di Anbar in occasione del referendum di ottobre per la nuova costituzione irachena.

Senza andare a scomodare il senatore Hiram Johnson, che nel 1918 parafrasando il poeta Samuel Johnson sostenne che quando scoppia una guerra la prima vittima dei combattimenti è sempre la verità, certamente dalla attuale vicenda degli articoli venduti ai media iracheni le autorità militari e politiche americane non ne escono con una immagine positiva. Non c’è dubbio che una strategia simile rientri in quelle tecniche di guerra psicologica (psychological operations) ampiamente utilizzate in passato dal Pentagono e che, come hanno scritto Antonio e Giovanni Cipriani nel loro ultimo libro “La nuova guerra mondiale”, hanno l’obiettivo di infondere fiducia e contrastare il terrore nel proprio campo, tenere alto il morale, individuare i tentativi di disinformazione dell’avversario e ottenere il consenso delle comunità locali e di quella internazionale. Tuttavia il loro uso potrebbero avere effetti molto negativi.

Tralasciando i contraccolpi indiretti pure importanti sulla credibilità della stampa americana, che tante volte negli ultimi anni è stata messa in forse da varie vicende come quella di Jayson Blair firma di punta del New York Times, accusato nel 2003 di aver inventato di sana pianta ben 34 articoli pubblicati sull’autorevole quotidiano della Grande Mela, il caso rivelato dal Los Angeles Times potrebbe avere conseguenze gravissime sulla intera strategia americana in Iraq. Proprio quando la Casa Bianca dopo le critiche alla conduzione della guerra in Iraq aveva iniziato a reimpostare il proprio modus operandi con una vasta campagna presso l’opinione pubblica interna e internazionale, la pubblicazione di un opuscolo intitolato “National Strategy for Victory in Iraq” e alcuni interventi del presidente Bush, il primo dei quali è stato pronunciato all’Accademia Navale di Annapolis lo scorso 30 novembre, le rivelazioni sulla stampa irachena potrebbero indebolire tali tentativi.

Prima di tutto sul fronte della stabilizzazione interna. L’Iraq è un paese in cui per decenni la stampa non ha mai potuto esprimersi liberamente, di conseguenza, avendo iniziato a sperimentare da poco la piena libertà di espressione, avrebbe dovuto essere sostenuta nei suoi sforzi per acquistare credibilità, svincolata da qualsiasi condizionamento esterno. A quanto pare ciò non è accaduto e a agli occhi degli iracheni una parte della nascente stampa libera potrebbe essere vista come uno strumento degli interessi americani. Secondo il senatore Richard Lugar presidente della commissione Esteri, dopo quello che è successo come potranno gli iracheni avere fiducia nella stampa e rispettarla?

Non solo, la vicenda rivelata dal Los Angeles Times potrebbe minare alle fondamenta la credibilità stessa degli Stati Uniti e della loro strategia nell’ex regime di Saddam Hussein. Nel suo discorso ad Annapolis Bush ha affermato che gli Stati Uniti intendono ottenere la vittoria in Iraq aiutando il paese mesopotamico a costruire una società libera dotata di istituzioni democratiche inclusive in grado di proteggere gli interessi di tutti i cittadini. Ma come è possibile ottenere ciò se con il denaro pagato ai giornali iracheni si rischia di mette a repentaglio uno dei pilastri fondamentali della democrazia e cioè la attendibilità della stampa e la sua funzione di controllo all’azione dei governanti, inteso come uno dei contrappesi essenziali dello Stato moderno?

Parlando con il reporter del LATimes un rappresentante del Pentagono ha sostenuto che gli Stati Uniti sono in Iraq “per impostare i principi della democrazia, ogni discorso pronunciato nel paese parla di democrazia”. Ma agendo come è accaduto con l’azione combinata del Lincoln Group e delle autorità militari verso la stampa si distruggono tutti i presupposti della democrazia.

Altri presidenti avevano compiuto in passato azioni di manipolazione della stampa, famose le pressioni di Kennedy sul New York Times per ritardare articoli sulla incipiente crisi dei missili a Cuba, ma mai si era arrivato a questo. Anche se il coinvolgimento delle alte sfere dell’amministrazione Bush nella vicenda è ancora tutto da provare, l’esecutivo del presidente texano non sarebbe estraneo a simili pratiche. Secondo prove incontrovertibili l’anno scorso il governo statunitense avrebbe pagato quasi un quarto di milione di dollari al commentatore conservatore Armstrong Williams per promuovere con suoi pezzi l’iniziativa educativa “No Child Left Behind” fortemente sostenuta dal presidente.

Di conseguenza, quello che è accaduto di recente in Iraq non sarebbe altro che uno specchio di ciò che è già avvenuto negli Stati Uniti e potrebbe mettere a repentaglio la strategia del soft power seguita dal segretario di Stato Condoleeza Rice per rinnovare l’immagine del suo Paese dopo i contrasti che hanno preceduto la guerra in Iraq. Secondo le accuse dell’opposizione e di alcuni commentatori, con una simile vicenda l’amministrazione Bush rischia di esportare in Iraq non tanto la democrazia e i suoi ideali quanto piuttosto deleterie pratiche di manipolazione della stampa.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM