Anno 2005

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Il confronto tra Cina e Usa comincia dall’Africa

Pier Francesco Galgani, 16 dicembre 2005

Lo scorso 2 dicembre l’ambasciatrice plenipotenziaria dell’Angola negli Stati Uniti, Josefina Pitra Diakitè ha avuto un lungo colloquio con Dan Mozena, il direttore dell’Ufficio affari sudafricani del dipartimento di Stato. L’incontro è servito ai rappresentanti dei due paesi per discutere vari aspetti della loro collaborazione bilaterale consolidata dalla visita alla Casa Bianca del maggio 2004 di Josè Eduardo Dos Santos, presidente dell’Angola.

Le relazioni con l’Angola rappresentano solo un aspetto di una lunga serie di accordi militari, politici ed economici conclusi negli ultimi anni dagli Stati Uniti con numerose nazioni africane e sono la testimonianza del rinnovato interesse americano verso l’Africa. Conclusa la Guerra Fredda durante la quale il continente africano era stato teatro di una serie di scontri tra Stati Uniti e Unione Sovietica condotti attraverso l’uno o l’altro alleato scelto in base alle convenienze del momento e dopo l’insuccesso dell’intervento americano in Somalia avviato da Bush senior, il presidente Clinton decise di rilanciare la politica africana di Washington.

Dopo gli attentati terroristici del 1998 alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam, nel marzo del 1999 si tenne un incontro tra otto organizzazioni regionali africane e 83 ministri del continente insieme alle loro controparti statunitensi con l’obiettivo di rafforzare il parternariato tra Stati Uniti e Africa attraverso lo sviluppo economico, gli scambi commerciali e le riforme politiche. Di pari passo con questa iniziativa gli Usa procedettero al graduale insediamento nel continente di un coeso sistema di assistenza militare. Nel 1996 venne creata l’Acri (African Crisis Response Iniziative) una forza di risposta alle frequenti crisi africane per garantire il mantenimento della pace e l’aiuto umanitario.

Le attività dell’Acri vennero sottoposte al coordinamento dell’Eucom, il comando europeo dell’esercito americano. Dal 1997 al maggio 2000 l’Acri ha organizzato la formazione di battaglioni (da 800 a mille uomini) in Senegal, Uganda, Malawi, Mali, Ghana, Benin e Costa d’Avorio. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti hanno ulteriormente aumentato i loro investimenti militari in Africa. Come sostenuto da Bush nel suo viaggio del luglio 2003 gli Usa non avrebbero permesso che i terroristi potessero minacciare i popoli africani o che potessero usare l’Africa come base per minacciare il resto del mondo.

Nel novembre 2003 Washington decise di varare il programma di assistenza militare Psi (Pan Sahel Iniziative) poi allargato nel Trans-Sahara Counter Terrorism Iniziative per l’addestramento tattico degli eserciti di dieci paesi africani tra cui Algeria, Chad, Mauritania, Niger, Nigeria con l’obiettivo di migliorare le capacità di controllo del territorio a fini antiterroristici. Iniziativa analoga è anche l’African Costal Security Programme rivolto alla zona del Golfo di Guinea per garantirne la sicurezza promuovendo il rafforzamento delle forze navali africane, l’addestramento e la cessione di materiale tecnicamente avanzato e l’insediamento di nuove basi americane (già nel 2003 si era parlato dell’apertura di una base militare statunitense a Sao Tomè). Le stesse considerazioni valgono per la zona del Corno d’Africa dove, di recente, in Gibuti, accanto alla guarnigione francese Washington ha stanziato una forza di 1.600 uomini, vista l’eccezionale importanza geopolitica della zona, crocevia di tutte le rotte commerciali da e per l’Oceano Indiano, e il Sud Africa con il quale è stata intensificata la collaborazione militare.

L’attuale interesse americano verso l’Africa non è da attribuirsi solo a valutazioni dovute alla lotta al terrorismo, ma anche da esigenze di natura energetica. Nel 1972 la produzione petrolifera interna statunitense raggiunse il suo massimo livello con 11,6 milioni di barili al giorno, e da allora è iniziato il lento declino dell’autosufficienza energetica di Washington. L’attuale livello di pompaggio si aggira intorno ai nove milioni di barili giornalieri e continuerà a diminuire man mano che i giacimenti più vecchi si esauriranno (anche estraendo petrolio dall’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska, come più volte ventilato dall’amministrazione Bush, il trend negativo non potrebbe arrestarsi). Di conseguenza, di fronte a un eccezionale aumento della sete petrolifera nazionale (si calcola che entro il 2025 l’approvvigionamento giornaliero americano crescerà fino a 29 milioni di barili), la dipendenza degli Stati Uniti dalle risorse energetiche importate è aumentata enormemente.

Visto poi che la maggior parte dei paesi industrializzati ha consumato quasi tutti i propri giacimenti, una quantità sempre maggiore di petrolio dovrà essere importato da paesi in via di sviluppo, ostili e spesso dilaniati da lunghe guerre. La notevole turbolenza geopolitica del Golfo Persico ha convinto poi gli Stati Uniti a ridurre la propria dipendenza dal petrolio e dal gas naturale proveniente dal Golfo e poiché prospezioni effettuate alla metà degli anni 90 hanno evidenziato che al largo delle coste tra Mauritania e Angola ma anche tra Egitto e Gibuti sono disponibili grandi riserve di petrolio poco sfruttate, l’attenzione di Washington verso l’Africa ha assunto un nuovo interesse.

Ad oggi le riserve accertate ammontano a 24 miliardi di barili, ma il ritmo con cui vengono individuati nuovi giacimenti fa dire agli esperti che i paesi che si affacciano sul Golfo di Guinea siano in grado di possedere circa 100 miliardi di barili di petrolio. Potenzialità energetiche notevoli che secondo le indicazioni del National Energy Security Report redatto nel 2001 sotto la supervisione del vicepresidente Richard Cheney potrebbero portare entro il 2011 ad una crescita della quota di petrolio africano importato negli Stati Uniti dall’attuale 15% a una quota del 25%. Le ragioni di una simile crescita sono diverse. Prima di tutto i minori costi di trasporto grazie alla relativa vicinanza dell’Africa occidentale alle raffinerie del Golfo del Messico. In secondo luogo il petrolio proviene da zone in cui, ad eccezione dell’Angola, sono quasi completamente assenti politiche nazionali volte alla salvaguardia dell’ambiente costiero o marino, che potrebbe essere gravemente minacciato da una eccessiva estensione di attività estrattive off-shore. Queste, oltre a godere di un trattamento fiscale privilegiato rispetto a quelle terrestri, si trovano al riparo dalle conseguenze negative prodotte sulle attività estrattive dai conflitti locali e non dipendono dalla volatilità degli accordi con le fazioni in lotta.

Non bisogna poi trascurare la maggiore accondiscendenza alle richieste americane dei paesi produttori (solo la Nigeria fra i produttori subsahariani fa parte dell’Opec) retti da governi deboli o destabilizzati da vari conflitti interni. Tra gli oligopoli petroliferi statunitensi più attivi in Africa vi sono la Vanco Energy che si è accaparrata i diritti per la ricerca e lo sfruttamento di 121.410 kmq di fondali marini tra Marocco, Senegal, Costa D’Avorio, Gabon e Namibia e la Chevron Texaco che già nel 1999 avviò la produzione di petrolio da un giacimento off-shore al largo dell’Angola.

L’estrema importanza per gli Usa delle risorse energetiche africane ha trovato conferma nella visita (la prima di un segretario di Stato americano) compiuta da Colin Powell in Angola e Gabon nel settembre del 2002. Da allora Washington ha iniziato a sfruttare i precedenti legami militari stabiliti con i paesi dell’Africa orientale e la stessa retorica antiterrorismo per proteggere gli approvvigionamenti petroliferi provenienti da quelle zone. Sono stati potenziati i programmi di assistenza militare e al fine di rafforzare la presenza americana nelle acque confinanti con la Nigeria e altri paesi chiave le forze aeronavali statunitensi presenti in precedenza nel Mediterraneo sono state trasferite per metà del loro impiego lungo le coste africane.

Dopo la visita di Bush in Senegal, Nigeria, Uganda e Sud Africa del 2003, nel marzo del 2004 il governo americano ha invitato a Stoccarda, sede del comando militare statunitense in Europa, i rappresentanti di 48 nazioni africane tra le più ricche di risorse petrolifere in un arco che si estende dal Maghreb al Golfo di Guinea per implementare la reciproca collaborazione nell’ambito della sicurezza. Nell’agosto del 2004 Washington ha annunciato l’avvio di un programma di assistenza militare con la Nigeria e in quella occasione il generale Robert Fogleson, comandante Usaf in Europa ha dichiarato che tale regione, così come l’intera Africa Occidentale costituisce un elemento fondamentale per la stabilità degli Stati Uniti per varie ragioni tra cui non ultime le sue risorse petrolifere.

Negli ultimi anni le vaste riserve energetiche del continente africano sono state considerate con crescente interesse anche da altri paesi. Ad esempio la Francia che, sfruttando i precedenti legami coloniali, ha avviato importanti contatti diplomatici ed economici con Algeria, Gabon e Angola, ma soprattutto la Cina. L’eccezionale crescita economica registrata a partire dal 1979 ha reso il grande paese asiatico un importante consumatore di risorse petrolifere e il continuo incremento di tale sviluppo lo ha costretto a divenire un importatore netto di petrolio sin dal 1993 fino al livello attuale di secondo maggiore consumatore di oro nero dopo gli Usa con una domanda di 5,56 milioni di barili al giorno. Si calcola che entro il 2010 il consumo cinese annuale di petrolio raggiungerà i 300 milioni di tonnellate oltre la metà delle quali dovrà essere importato. Attualmente il 50% delle importazioni di oro nero provengono dal Medio Oriente, tuttavia gli stessi motivi che hanno spinto gli Usa a cercare alternative alle risorse provenienti da tale area, cioè l’estrema turbolenza geopolitica, hanno convinto anche le autorità di Pechino a diversificare i loro approvvigionamenti petroliferi.

La leadership cinese ha identificato i primi 20 anni del nuovo secolo come un “periodo di importanti opportunità strategiche” (zhongyao zhanlue jiyu qi) da “cogliere fino in fondo” per realizzare i suoi fondamentali obiettivi di sviluppo, per cui, garantire la sicurezza dei propri rifornimenti energetici, evitando sia i capricci del mercato internazionale del petrolio sia la volatilità della situazione politica del Golfo Persico, ha assunto un rilievo prioritario. Pechino ha iniziato quindi a rivolgere la propria attenzione verso altre regioni come la zona del Caspio, la Russia, l’America Latina e le risorse petrolifere africane. Le relazioni cinesi con il “continente nero” sono sempre state di natura multidimensionale. Negli anni 60 le autorità di Pechino divennero le maggiori sostenitrici della lotta dei neonati stati africani verso le tradizionali potenze coloniali europee, favorendo la diffusione degli ideali comunisti presso le giovani élite di colore. Gli anni 70, con il processo di decolonizzazione avviato conclusione i rapporti tra Cina e Africa, vennero improntati sulla solidarietà tra due continenti appartenenti allo stesso mondo: quello dei paesi sottosviluppati. La presenza cinese in Africa si identificava nella figura del tecnico venuto ad assistere il paese fratello appena liberato dalla tutela coloniale per contribuire al suo sviluppo.

Anti-imperialista e valido contrappeso all’Occidente, la Cina si infiltrava nei territori risparmiati dalla contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica favorendo la cooperazione militare e commerciale con paesi ideologicamente affini come Etiopia, Uganda, Tanzania, Zambia etc. Terminata la Guerra Fredda le relazioni sino-africane hanno perso gran parte della loro connotazione ideologica per orientarsi verso più tradizionali rapporti di mercato e valutazioni energetiche. Delle precedenti valutazioni di natura politica sono rimaste solo la comune convinzione di doversi opporre all’egemonismo della potenza globale americana e il principio dell’esistenza di una sola Cina, anche se, come nel caso del Ciad che mantiene ancora relazioni diplomatiche con Taiwan, gli interessi energetici hanno convinto le autorità di Pechino a “turarsi il naso” come avrebbe detto Indro Montanelli e a concludere accordi commerciali e petroliferi anche con questo piccolo paese. La Cina ha rafforzato i propri vincoli con le nazioni africane attraverso la cancellazione del debito, l’offerta di supporto tecnologico e la concessione di prestiti sfruttando così le proprie risorse di soft power nell’ambito di una strategia più ampia, volta a rafforzare la propria influenza sul continente africano.

In tutti i casi di trasferimento di prestiti, i dirigenti cinesi non hanno posto alcuna condizione, a differenza di analoghe iniziative statunitensi o giapponesi che spesso hanno subordinato la concessione di fondi ai destinatari africani a condizioni come l’adozione di provvedimenti a favore della democrazia, la tutela dei diritti umani o il rispetto della trasparenza nell’utilizzo delle risorse finanziarie. In cambio di denaro i cinesi chiedono come unica contropartita petrolio o la possibilità di investire in infrastrutture. Non solo, secondo Gal Luft, specialista del settore energetico e direttore esecutivo dell’Istituto per l’analisi della sicurezza globale (Iags), un think tank neocon, i cinesi sono propensi a gestire i loro affari con gli Stati africani con modalità che gli americani, gli europei o i giapponesi non accetterebbero mai: pagando tangenti e facendo accordi sottobanco. Di qui l’interesse di alcune nazioni del continente nero a lavorare con imprese cinesi o a scambiare risorse petrolifere con società cinesi piuttosto che occidentali per l’assoluta assenza di costrizioni. Lo stesso vice ministro degli esteri cinese Zhou Wenzhong in alcune recenti interviste ha sostenuto che la Cina vuole perseguire i propri obiettivi petroliferi in Africa senza alcun tipo di condizionamento. A suo giudizio Pechino intende separare il business dalla politica.

Quasi a voler confermare la concretezza di tale strategia, il grande paese asiatico ha avviato una intensa collaborazione commerciale (ad esempio con massicce esportazioni di armi) e petrolifera con il Sudan. Dieci anni dopo essersi installata nei giacimenti petroliferi del Muglad (nella zona sud), attualmente la Cina importa il 50% del greggio sudanese. Il grande paese africano è retto da un governo di ispirazione islamica che viene considerato dagli Stati Uniti parte di un informale “asse“ antiamericano di cui insieme a Teheran e Karthoum fino al 2003 era soggetto integrante anche l’Iraq di Saddam Hussein. Secondo la leadership di Washington, il Sudan rappresenterebbe un rifugio per i terroristi e una base importante per la rete di al-Qaeda. La riprovazione internazionale verso Karthoum è ulteriormente cresciuta dopo la recente crisi del Darfour, la regione sud occidentale del paese, dove le autorità governative hanno condotto una spietata repressione dei ribelli di religione cristiana.

Approfittando dell’assenza delle nazioni occidentali, Pechino ha riempito il vuoto attingendo alle risorse petrolifere sudanesi. Dalla Compagnia nazionale petrolifera (Cnpc) alla Zonggyuan Petroleum Corporation, tredici delle prime quindici società straniere insediate in Sudan sono cinesi. Frustrando le analoghe aspirazioni statunitensi all’oro nero sudanese, il governo cinese non ha avuto alcuna esitazione a fare affari con un regime responsabile dei massacri in Darfour. Come sostiene He Wenping, direttrice del dipartimento relazioni internazionali presso l’Istituto di studi africani dell’università di Pechino, per la Cina la tutela dei diritti delle persone non può assolutamente interferire con l’esercizio della sovranità nazionale e la tutela dei propri interessi.

L’estremo cinismo dell’ex impero di mezzo è venuto alla luce nel settembre del 2004 quando, in occasione della votazione al Consiglio di Sicurezza della risoluzione n. 1564 che chiedeva l’introduzione di un embargo alle armi verso il Sudan, l’ambasciatore cinese all’Onu Wang Guangya ha minacciato l’esercizio del diritto di veto da parte del suo paese. Ulteriore motivo di contrasto con gli Stati Uniti nella politica africana della Cina è dato dalla posizione assunta da Pechino nei confronti dello Zimbabwe di Mugabe. Il paese africano è stato collocato da Washington fra “gli avamposti della tirannia” e la politica populista e aggressiva esercitata da Mugabe contro i possidenti bianchi non è vista di buon occhio dagli Usa a causa del possibile effetto emulativo che potrebbe causare in Sudafrica, altro paese con una importante classe di proprietari bianchi. In maniera analoga a quanto avvenuto con il Sudan le autorità cinesi hanno approfittato dei contrasti tra Mugabe e l’Occidente per avviare proficue relazioni commerciali con lo Zimbabwe.

I due esempi ora riportati, a cui se ne potrebbero aggiungere altri, evidenziano come la competizione sino-americana per le risorse energetiche africane rischia di aggravare i contrasti tra Pechino e Washington con il risultato di accrescere ulteriormente la tradizionale instabilità della regione, pregiudicandone le opportunità di sviluppo che l’eccezionale riserva di risorse energetiche dovrebbe invece garantire.

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