Anno 2005

Cerca in PdD


Iraq, Bush ha due anni di tempo per chiudere il capitolo

Pier Francesco Galgani, 21 dicembre 2005

Lo scorso 14 dicembre di fronte al Woodrow Wilson Center e ad alcuni membri della sua amministrazione tra cui Condoleeza Rice, il presidente Bush ha pronunciato l’ultimo di quattro discorsi dedicati alla guerra in Iraq (il 18 dicembre Bush si è rivolto alla nazione in diretta televisiva sintetizzando il contenuto dei precedenti interventi). La serie, iniziata con le parole rivolte ai cadetti dell’accademia navale di Annapolis lo scorso 30 novembre, fa parte di una strategia volta a far riguadagnare terreno presso l’opinione pubblica interna e internazionale allo sforzo bellico condotto nel paese mediorientale.

L’iniziativa si è resa necessaria dopo le aspre critiche sull’andamento del conflitto sia da parte dell’opposizione democratica (importante l’intervento del deputato Jack Murtha che aveva chiesto un ritiro immediato delle truppe americane dall’Iraq) sia da parte di alcuni esponenti repubblicani. Durante i recenti viaggi di Bush in America Latina e Asia orientale l’aggravarsi del bilancio delle perdite militari aveva determinato un’ulteriore peggioramento della sua popolarità per cui la Casa Bianca, adottando una tattica che avrebbe dovuto essere attuata in estate e che poi le polemiche sull’impreparazione al passaggio dell’uragano Katrina avevano costretto a posticipare, aveva deciso di condurre una campagna per rilanciare le motivazioni dell’intervento in Iraq.

Nella scorsa primavera i critici dell’amministrazione (tra cui molti dello stesso partito del presidente) accusavano Bush e i suoi consiglieri di non essere abbastanza chiari riguardo lo scenario iracheno. Cheney sosteneva che gli insorti stessero lanciando i loro ultimi attacchi mentre il presidente evitava accuratamente di pronunciarsi sull’aumento di perdite statunitensi e sul livello di violenza sul terreno. Come aveva detto il senatore Graham in un’intervista a Newsweek della scorsa estate, sembrava che il presidente stesse guardando un film diverso da quello che scorreva tutti i giorni di fronte agli occhi del popolo americano.

Per mettere a tacere le critiche e ridurre la lenta erosione del sostegno alla propria politica irachena, il presidente ha deciso di contrattaccare riaffermando le ragioni della guerra, tralasciando l’ottimismo non suffragato dagli eventi e descrivendo con realismo l’effettiva situazione sul campo: “Non tutto si è svolto secondo i piani. E’ ancora possibile ottenere i risultati voluti ma ci vorrà del tempo”. Nel primo discorso Bush ha ammesso che l’addestramento delle forze di sicurezza irachene è stato più difficile di quanto previsto. Nel secondo, che la ricostruzione post bellica è andata spesso a rilento. Nel terzo, che l’iniziale piano previsto dagli Usa per un nuovo governo iracheno non aveva incontrato sufficienti sostegni da parte delle varie fazioni.

Nell’intervento tenuto al Woodrow Wilson Center, evitando di raffigurare uno scenario troppo positivo, Bush ha voluto fare l’ammissione forse più difficile per lui e per la sua presidenza e cioè che le informazioni di intelligence sulla cui base si era deciso di destituire Saddam Hussein erano in gran parte sbagliate. Le tanto temute armi di distruzione di massa, che rappresentavano un pericolo gravissimo per la sicurezza nazionale americana, non sono state rinvenute perché non esistono. Una versione dei fatti proclamata a gran voce da tutti coloro che avevano sempre criticato l’intervento in Iraq, ma che ascoltata dalle labbra di colui che su quella finzione aveva costruito un’intera politica bellica non poteva non suscitare un certo effetto.

Il presidente ha ammesso che nonostante ciò aveva deciso lo stesso di andare in guerra e che la responsabilità di tale scelta era soltanto sua. La mossa di Bush appare coraggiosa e può essere paragonata alla decisione di Kennedy di prendersi tutta la responsabilità del fallimento dello sbarco alla Baia dei Porci. Tuttavia la scelta del presidente appare improntata all’esempio di un altro predecessore a cui egli ha sempre detto di volersi ispirare: Ronald Reagan. Questi, di fronte allo scandalo Iran-Contras e per evitare un ulteriore peggioramento della sua popolarità, decise di rivelare di aver venduto armi sottobanco alle autorità iraniane per ottenere la liberazione degli americani presi in ostaggio nell’ambasciata statunitense a Teheran da alcuni studenti coranici, tra cui l’attuale presidente dell’Iran Amadinejad.

Secondo Reagan, gli americani non si aspettano che i loro leader siano perfetti, ma vogliono che siano chiari con i loro cittadini. Lo sforzo di Bush di riconoscere gli errori riaffermando la sua leadership è teso a ottenere un miglioramento del livello di gradimento popolare. L’ammissione è importante ma, con l’affermazione che combattere i terroristi è essenziale per evitare che l’Iraq diventi un “paradiso” sicuro da cui lanciare attacchi contro gli Stati Uniti, il presidente ha contraddetto tutte le sue dichiarazioni precedenti: con la rimozione di Saddam l’amministrazione voleva evitare che il dittatore potesse dare ospitalità e risorse alla rete di Al Qaeda. A questo punto o le accuse al capo del partito Baath erano ingiustificate o la guerra all’Iraq ha dato ulteriore sfogo e spazio al terrorismo di matrice fondamentalista.

Il presidente ha continuato dicendo che il risultato finale dello sforzo americano sarà la costruzione di uno Stato democratico che potrà rappresentare un modello per l’intero Medio Oriente. La libertà irachena porterà il soffio del cambiamento da Damasco a Teheran. Bush ha paragonato l’Iraq al Giappone dopo la seconda guerra mondiale, ma probabilmente il caso storico assunto da Washington come fondamento per la propria politica mediorientale è la Germania Ovest. Fatte le debite proporzioni e tenuto conto delle profonde differenze tra le due realtà, Harry Truman prima e Dwight Eisenhower dopo, con la collaborazione del cancelliere Adenauer, fecero della ricostruzione militare ed economica della Germania federale il principale strumento di destabilizzazione del blocco sovietico. Una Germania Ovest ricostruita e tornata alla sua ricchezza e prosperità poteva rappresentare un formidabile “magnete” per le nazioni al di là della cortina di ferro, così come un Iraq democratico nei riguardi delle altre nazioni arabe circostanti.

Secondo Norman Ornstein, studioso dell’American Enterprise Institute, il discorso di Bush ha avuto un effetto positivo. Tuttavia, a determinare il successo della politica irachena del presidente non saranno le parole ma l’effettivo approccio sul terreno. L’attuale situazione irachena si presenta con alcune luci e molte ombre. Di fronte a progressi nell’addestramento delle truppe e una piccola ripresa della crescita economica, la diffusione della corrente elettrica e la produzione petrolifera appaiono molto al di sotto dei livelli raggiunti sotto il regime di Saddam. Inoltre, la forza distruttiva degli insorti non accenna a diminuire. L’alta affluenza alle urne per l’elezione del primo parlamento iracheno, soprattutto da parte delle componenti sunnite che non avevano preso parte alla consultazione di gennaio, appare sicuramente un buon risultato e un passo avanti sulla strada della pacificazione del paese. Lo stesso Bush ha definito l’evento una pietra miliare verso la democrazia e non è possibile dargli torto. Tuttavia, il quadro della situazione rimane molto incerto.

Nei briefing delle scorse settimane i comandanti militari americani hanno descritto i possibili scenari del dopo voto, oscillando tra la riduzione delle truppe statunitensi sotto le 100.000 unità prima delle elezioni di mid-term di novembre 2006 o il loro aumento a un livello ancora più alto dell’attuale se vi saranno difficoltà nella formazione del parlamento, se vi fossero pericoli di guerra civile o se si verificassero assassini di leader politici.

Come ha sostenuto Wesley Clark, l’ex comandante Nato, il nuovo governo che nascerà dalle elezioni del 15 dicembre dovrà adoperarsi per ridurre i contrasti tra le varie fazioni soprattutto tra sciiti e sunniti e l’unico modo potrebbe essere approvare alcune modifiche alla Costituzione: ad esempio stabilire la proprietà del governo centrale sulle risorse petrolifere, sottraendone il controllo alle province per evitare un eccessivo potere di alcuni gruppi etnici come i curdi, rivedere la struttura federale dello stato per scongiurare la nascita di una autonoma regione sciita del sud o permettere il rientro nella vita pubblica di ex esponenti di basso livello del partito Baath utilizzandone l’esperienza amministrativa.

Tuttavia, tali obiettivi richiedono tempo e sebbene Bush anche il 18 dicembre scorso abbia ribadito che è necessario avere pazienza, il tempo appare come il fattore meno favorevole all’effettiva realizzazione della politica irachena di Washington. Le rivelazioni del New York Times sulle intercettazioni effettuate dal governo nell’ambito della guerra al terrorismo senza la necessaria autorizzazione della magistratura e la recente sconfitta parlamentare sulla proroga del Patriot Act dimostrano come l’estrema coesione del popolo americano dopo l’11 settembre è definitivamente tramontata, così come l’indiscussa leadership del “war president” come Bush amava definirsi.

Secondo Joseph Nye, con la scadenza del 2006 alle porte e le elezioni presidenziali del 2008 l’attuale inquilino della Casa Bianca non può permettersi di lasciare a un futuro candidato presidenziale repubblicano il fardello di una eccessiva presenza militare americana in Iraq. Di conseguenza l’amministrazione Bush dispone dai diciotto mesi ai due anni per districarsi dalle difficoltà irachene e gettare le basi di un avvio concreto del paese verso la democrazia. Si tratta di un lasso di tempo ragionevole che tuttavia la graduale perdita di credibilità del presidente dovuta alle recenti rivelazioni e sconfitte parlamentari potrebbe accorciare a meno di un battito di ciglia.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM