Anno 2005

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Intervista al generale Rolando Mosca Moschini

Isabella Liberatori*, 14 aprile 2005

Dal 9 aprile del 2004 il capo militare dell'Unione Europea è un italiano. Un anno fa, infatti, il generale Rolando Mosca Moschini, allora capo di stato maggiore della Difesa, veniva nominato a succedere al generale finlandese Gustav Hagglund, con il compito di guidare il Comitato militare dell'Unione Europea, la struttura che dirige tutte le attività militari svolte dall'Unione, offre consulenza militare e formula raccomandazioni al Comitato politico e di sicurezza.

Generale, lo scorso 9 aprile lei ha assunto l'incarico di presidente del Comitato militare della Unione Europea a Bruxelles. A un anno di distanza quale bilancio di questa esperienza si sente di poter fare?

E' stato un anno interessante e proficuo. Quando ho assunto l'incarico, dopo aver terminato il mio mandato triennale di capo di stato maggiore della Difesa in Italia, ho dovuto piacevolmente constatare che il livello della realtà professionale UE, qui a Bruxelles, si collocava oltre le mie pur ottimistiche aspettative. Mi sono, infatti, trovato di fronte a progetti concreti, con obiettivi ambiziosi sia di breve sia di medio termine, portati avanti da organismi collegiali attraverso un confronto concreto e realistico, volto alla sostanza più che ad aspetti formali od a sottigliezze linguistiche, che pure hanno la loro importanza in organismi multinazionali. L'Unione Europea nel settore difesa e sicurezza ha fatto e sta facendo progressi straordinari, malgrado le inevitabili difficoltà connesse con la ricerca del consenso di ben 25 paesi membri.

Sono stato poi decisamente colpito dalla qualità e dallo spirito di partecipazione del personale operante nella struttura del Comitato militare da me presieduto e dello stato maggiore internazionale, ma anche dall'impegno e dal coinvolgimento dei rappresentanti politici del Comitato politico e di sicurezza, di cui anch'io faccio parte in qualità di presidente del Comitato militare. Tutto ciò dimostra, a mio avviso, che i singoli paesi considerano la nuova funzione di sicurezza e difesa assolta dalla Unione Europea un'area prioritaria e dedicano a essa risorse altamente qualificate. Siamo tutti impegnati con determinazione e ottimismo in progetti assai interessanti che stanno facendo crescere le nostre capacità di intervento nelle aree di crisi.

L'Europa e la difesa comune. Nell'era della guerra globale al terrorismo, qual è la strada da percorrere nel breve e nel lungo termine? Quali le priorità?

Oggi ci troviamo di fronte a scenari caratterizzati da minacce e crisi sempre più diversificate, multiformi e in larga misura non prevedibili. Conseguentemente, il sistema di sicurezza e stabilità internazionale deve essere reso più coeso ed efficace. In particolare, deve essere decisamente incrementata la capacità di anticipare le crisi attraverso gli strumenti dell'informazione, della dissuasione, dell'intervento flessibile e tempestivo. L'Unione Europea sta sviluppando le sue capacità proprio sulla base di questi requisiti, per potersi porre, al più presto, in grado di svolgere un ruolo di primo piano, su scala globale, come indica la nuova strategia europea di sicurezza.

L'obiettivo è di poter far fronte efficacemente a qualsiasi tipo di emergenza e di crisi attraverso strumenti di intervento multidisciplinari in grado di produrre immediatamente la sicurezza e necessari a costruire nel tempo lo sviluppo. Sicurezza e sviluppo sono, infatti, strettamente interconnessi e la storia recente insegna che le crisi della nostra epoca vanno affrontate con un'ampia gamma di strumenti tra i quali quello militare assume spesso, soprattutto nelle fasi iniziali dell'intervento, un ruolo prevalente.

Occorre però coniugare la componente militare di un'operazione di stabilizzazione con altre, volte alla ricostruzione del tessuto economico, istituzionale e sociale nell'area investita dalla crisi. Con l'evolvere della situazione sul terreno, la gravitazione dell'intervento passerà dalla componente militare, deputata comunque a garantire la necessaria sicurezza, alle altre componenti destinate alla ricostruzione e allo sviluppo. Questo approccio multidisciplinare, flessibile e di configurazione variabile, in rapporto alle mutevoli possibili realtà operative, costituisce una preziosa peculiarità della Unione Europea. Questo è il percorso da seguire per produrre stabilità e pace.

Chi sono i potenziali nemici?

I potenziali nemici della UE sono le situazioni di conflittualità, di instabilità e di insicurezza. Dove c'è instabilità o ci sono forti contrasti di carattere etnico, politico o religioso, ovvero situazioni intollerabili dal punto di vista economico e dello sviluppo umano. Là emergono i conflitti intrastatuali o regionali, là trovano spazio vitale e di manovra le minacce transnazionali del terrorismo, della criminalità organizzata, della proliferazione delle armi di distruzione di massa, che, da quelle basi ospitali, lanciano poi le loro sfide su scala globale verso i territori e gli interessi delle grandi democrazie.

Oggi, dunque, almeno per quanto ci è dato di vedere nel futuro, non ha più molto significato parlare di guerra e di nemico nella comune accezione di questi termini e tanto meno sembra realistico considerare possibile un'invasione militare dei nostri territori. Gli eventi di questi ultimi quindici anni sembrano aver ormai relegato queste ipotesi nel passato, consegnandole, speriamo definitivamente, alla storia. La sicurezza si garantisce oggi promuovendo il rispetto della legge, la democrazia e lo sviluppo.

Nel passato le Forze armate erano strutture pesanti ancorate ai territori, con la missione di difendere i confini geografici dei nostri paesi. Oggi il discorso è totalmente diverso. Le Forze armate devono costituire un insieme di capacità facilmente proiettabili ovunque necessario e in grado di affrontare le più disparate situazioni di crisi, con la missione di produrre ed estendere la sicurezza, quale pre-condizione universale per la crescita democratica e lo sviluppo.

L'Europa unita avrà mai un unico esercito? Ovvero: arriveremo a un giorno in cui il soldato professionista si arruolerà non nell'esercito del suo paese ma in quello della Unione?

E' improprio parlare di Esercito o Forze armate europee. Si deve piuttosto fare riferimento a capacità militari a disposizione della Unione Europea al fine di poter essere impiegate nei modi, nei tempi e nella misura commisurati alle diverse esigenze. Le Forze armate dei paesi occidentali hanno subito o stanno subendo una profonda evoluzione volta a trasformarle da strumenti operativi di grandi dimensioni, fortemente ancorati al territorio per la difesa dei confini geografici dello Stato in strutture agili, snelle e flessibili.

Ogni paese moderno deve poter disporre di un paniere di capacità. Un cesto contenente assetti di vario tipo (operativi, logistici, di comando e controllo, terrestri, aerei, navali, ecc.) che siano di qualità, proiettabili a distanza, sostenibili, combinabili tra loro o con assetti contenuti nei panieri di altri paesi. In questo modo, al verificarsi di una crisi, la UE potrà essere in grado di costituire un insieme di forze, una task force commisurata alla situazione da affrontare. Abbiamo già raggiunto questo obiettivo e lo stiamo perfezionando, rafforzando e consolidando.

Quali sono, se ci sono, i modelli da adottare per giungere a un ottimale modello di difesa europeo?

Questo che ho appena descritto è sostanzialmente il modello di difesa europeo. Esso si è sviluppato progressivamente sulla base dei parametri di situazione di uno scenario che si è andato rapidamente e radicalmente trasformando in questi ultimi anni. Io sono stato capo di stato maggiore della Difesa in Italia per tre anni e anche la ristrutturazione delle Forze armate italiane è stata condotta seguendo questa filosofia. Questo modello consente a qualsiasi paese membro - grande o piccolo che sia - di contribuire in maniera significativa a operazioni internazionali della UE.

Sono stato in visita a molti paesi membri, anche paesi piccoli come per esempio quelli baltici. La domanda che mi è stata posta ripetutamente è stata: "Come può un piccolo paese, con un modesto bilancio militare e con modeste capacità militari, contribuire efficacemente a una operazione multinazionale della UE? Ho spiegato la filosofia del paniere. L'importante - ho detto - è che nel cesto, necessariamente piccolo a causa delle limitate risorse disponibili, siano contenuti pochi moduli ma di alta qualità, combinabili con quelli più numerosi contenuti nel cesto grande di un grande paese.

In questo modo la Lituania, la Lettonia, l'Estonia - per fare alcuni esempi - potranno contribuire a una operazione multinazionale prendendo dal loro cesto anche un solo modulo operativo, ma di qualità, che possa operare efficacemente al fianco dei molti moduli tratti dal grande cesto di un grande paese. Questa elasticità e questa filosofia di ristrutturazione delle Forze armate e dell'impiego delle forze è la chiave di volta che consente alla UE di poter affrontare qualsiasi crisi con il contributo di tutti i paesi membri.

Quale è il progetto più significativo nel quale l'Unione Europea è attualmente impegnata nello sviluppo delle capacità?

Il concetto di risposta rapida e le predisposizioni per attuarlo costituisce, al momento, l'epicentro dei nostri sforzi. Al verificarsi di una crisi è importante avere la capacità di intervenire prontamente al fine di evitare il deterioramento della situazione. Stiamo quindi sviluppando meccanismi decisionali rapidi e forze in grado di intervenire nell'area interessata entro 5-10 giorni.

A questo riguardo, siamo consapevoli che la risposta rapida è come una medaglia con due facce, una politica e l'altra militare. Stiamo quindi lavorando, da un lato per accelerare il processo decisionale politico sia a Bruxelles sia presso i singoli paesi membri, dall'altro siamo già in grado di impegnare contingenti militari di media entità (circa 1.500 uomini) nei tempi sopra indicati. Sarebbe infatti perfettamente inutile disporre di unità militari dispiegabili in pochissimi giorni ove il processo decisionale politico non fosse sufficientemente breve. I lavori procedono alacremente ricercando cooperazione ed armonizzazione con la Nato impegnata in un analogo progetto.

Anche l'industria militare è soggetta alle leggi del mercato e quindi alla concorrenza. L'Italia, secondo lei, ha un approccio equilibrato oppure - come sostengono alcuni - ha trascurato le alleanze europee a vantaggio di un più forte rapporto bilaterale con gli Stati Uniti?

L'industria della difesa italiana è in grado di svolgere un ruolo significativo nel contesto europeo e si sta muovendo sviluppando le necessarie sinergie con gli altri paesi occidentali. L'Unione Europea sarà sempre più in grado di favorire la cooperazione tra le industrie della difesa dei paesi membri grazie al ruolo che potrà essere svolto da un nuovo organismo che è stato appena costituito: l'Agenzia europea di difesa. Questa struttura ha l'obiettivo di facilitare lo sviluppo delle capacità necessarie coordinando gli sforzi, evitando duplicazioni e dispersione di risorse, armonizzando progetti di acquisizione di materiali e mezzi. Potranno essere cosi sfruttate al meglio le potenzialità esistenti nella Unione e in questo contesto la nostra industria sta facendo e continuerà a fare la sua parte.

Quale libro il soldato del terzo millennio deve assolutamente tenere nello zaino?

Io definirei il soldato del terzo millennio come "operatore per la pace e la sicurezza". Il soldato impiegato nelle odierne situazioni di crisi non deve essere soltanto in grado, come dettavano le vecchie concezioni militari, di neutralizzare il nemico, ammesso che questo sia identificabile. Egli deve operare per dissuadere, per persuadere, per assicurare condizioni di imparzialità nei confronti di tutte le diverse fazioni in campo, per stabilire con la popolazione interessata un approccio costruttivo e di garanzia. A questo riguardo devo dire che i soldati italiani hanno costituito e costituiscono un esempio da seguire.

Nelle loro missioni all'estero sono sempre molto apprezzati dai contingenti degli altri paesi e si guadagnano immancabilmente la stima e la riconoscenza delle popolazioni interessate. Hanno il giusto approccio alle realtà locali. Il soldato del terzo millennio deve quindi avere sempre in tasca un volumetto che spieghi la realtà che andrà ad affrontare. Dovrà conoscere usi, costumi, tradizioni, esigenze, difficoltà della popolazione che lui va a soccorrere, presso la quale va a garantire sicurezza e pace, un vademecum che gli consenta di avere piena conoscenza della situazione sotto ogni aspetto. Professionalità e umanità sono le caratteristiche salienti del soldato del XXI secolo, "operatore per la pace e la sicurezza".

* Agenzia giornalistica "9colonne"

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