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| Anno 2005 | |
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Il Fondo monetario internazionale (Fmi) è uno degli esiti della Conferenza di Bretton Woods, che nel luglio del 1944, quando la seconda guerra mondiale stava ormai volgendo al termine, ridisegnò un nuovo ordine finanziario con l’intento di garantire la stabilità economica e monetaria internazionale e, insieme, riflettere i rapporti di forza e i ruoli che stavano scaturendo dal conflitto che s’avviava a conclusione. Quarantacinque paesi sottoscrissero il documento che delineava le linee guida delle attività di quest’organismo che oggi conta 184 paesi membri, ha uno staff di 2.700 persone, vanta crediti per un totale di 90 miliardi di dollari nei confronti di 82 paesi.
Nel corso dei suoi sessant’anni di vita, il Fmi ha visto ampliarsi i propri compiti e ambiti di intervento: accanto a un’attività di erogazione di credito ai governi sempre più massiccia (e interlacciata ad essa), l’assistenza tecnica al disegno delle politiche e la sorveglianza sulla solidità dei sistemi economico-finanziari dei paesi affidati sono oggi tra le funzioni più importanti del Fmi. Sempre più spesso, infatti, la concessione di ulteriore credito o la ristrutturazione del debito esistente sono sottoposte all’adozione di politiche economiche e riforme istituzionali che il Fmi giudica fondamentali per intraprendere un virtuoso percorso di sviluppo economico. Proprio a questa concezione, è improntata la Highly Indebted Poor Countries Iniziative (Hipc). Alla luce della crisi debitoria che ha investito in quegli anni un’economia importante come quella argentina, il Fmi e la Banca Mondiale hanno lanciato nel 1996 questa iniziativa, allo scopo di garantire che nessun paese povero si trovi ad affrontare un carico di debito che la sua economia non è in grado di onorare. L’Hipc prevede che tutta la comunità finanziaria internazionale (e dunque i singoli governi, ma anche gli organismi multilaterali, come il Club di Parigi, che riunisce i maggiori 19 paesi creditori e di cui è parte anche l’Italia) metta in atto provvedimenti che consentano che il debito estero del paese ammesso al programma sia ridotto a livelli giudicati sostenibili. Nel 1999, nel corso di una revisione profonda dell’iniziativa, i criteri per l’ammissione dei paesi debitori al programma sono stati resi più laschi. Ciò ha reso possibile che oggi 38 paesi potenzialmente abbiano i requisiti per vedersi accordato l’abbattimento di quote del loro debito, secondo quanto previsto dal Hipc. Tre sono le condizioni per poter accedere alla procedura di abbattimento del debito e occorrono quando: nonostante l’applicazione delle forme tradizionali di agevolazione e di ristrutturazione del debito (conosciute come “Naples terms”, in quanto l’accordo su queste procedure standard di sostegno intervenne nel corso di una riunione che fu tenuta a Napoli), esso venga dichiarato ancora non sostenibile; il paese debitore adotta un "adjustment program", sostenuto dal Fmi e dalla Banca Mondiale, onde cercare di raggiungere la stabilità economica e promuovere uno sviluppo auto-sostenibile; il paese debitore predispone ed adotta un Piano strategico di riduzione della povertà (Prsp), alla cui realizzazione partecipano anche rappresentanti del Fmi, che deve individuare concretamente le politiche nelle quali verranno impiegate le risorse derivanti dal taglio del debito. Il primo passo è dunque il riconoscimento da parte del Fmi della condizione di non sostenibilità del debito, anche per consentire la definizione dell’esatto ammontare dell’abbattimento necessario. Infatti, a essere defalcato tramite il programma Hipc non è l’intero debito del paese debitore, ma soltanto quella quota-parte di esso che lo rende non sostenibile. Il debito viene ritenuto non sostenibile sul medio-lungo termine quando esso eccede il 150% delle esportazioni. Questa soglia può essere minore nel caso di paesi con economie particolarmente aperte (con esportazioni che siano pari almeno al 30% del Pil). Una volta accertata questa evidenza contabile, il paese debitore, per esser dichiarato ammesso ai benefici del programma Hipc, deve dimostrare di avere intrapreso le azioni necessarie al rispetto delle altre due condizioni. Quando l’executive board del Fmi ritiene “sufficienti” (con valutazione dunque non oggettiva) gli sforzi compiuti per rispettare i criteri di ammissibilità, proclama l’ammissione al programma del paese debitore. Questo momento è chiamato “decision point”. Dalla revisione del Hipc del 1999, è stato introdotto il cosiddetto “interim relief”. Si prevede, cioè, che sin dal momento del decision point il paese debitore possa cominciare a non pagare interessi sulla quota parte di debito che sarà oggetto di abbattimento al termine della procedura (e che viene momentaneamente “congelata”), a patto di reinvestire obbligatoriamente le risorse risparmiate in politiche le cui finalità e modalità siano state concordate con il Fmi. La lunghezza di questo periodo transitorio, prima che venga effettivamente concesso il pieno e irrevocabile abbattimento del debito, è di lunghezza variabile e incerta. Si protrarrà fino a quando il paese debitore: non avrà ottenuto risultati giudicati soddisfacenti nell’implementazione di programmi concordati al momento del decision point; non avrà raggiunto una stabilità giudicata sufficiente nei principali indicatori macroeconomici; non avrà dato corso alla realizzazione per almeno un anno del Prsp, concordato anch’esso al momento del decision point. Una volta che questi tre criteri vengono dichiarati rispettati, si dice raggiunto il “completion point”. È soltanto a questo stadio che viene data piena e irrevocabile effettività all’abbattimento del debito. Per i 38 paesi che potenzialmente possono accedere al programma Hipc si parla di una remissione del debito che complessivamente potrebbe raggiungere i 58 miliardi di dollari. Al momento, soltanto 27 paesi hanno raggiunto il decision o il completion point. Per questi, comunque, si è registrata un’inversione di tendenza significativa rispetto al passato, quando la spesa per interessi sul debito gravava sul loro bilancio ben oltre quanto riuscissero a fare insieme la spesa per l’istruzione e la salute. Come nel caso di qualsiasi remissione del debito, è ovviamente (e giustamente) il creditore a porre le condizioni per accordarla. I paesi che aspirano alla riduzione del proprio debito debbono accettare una “assistenza tecnica” al disegno delle proprie politiche e una “sorveglianza” sui risultati delle stesse che è molto penetrante. Non è difficile imputare a questa sostanziale riduzione di sovranità dei governi una certa difficoltà di diffusione dell’iniziativa Hipc in talune regioni. In altri casi ancora, come quelli di Liberia e Sudan, è l’eccessiva entità dello stock di debito accumulato che impedisce ad alcuni governi di essere ammessi al programma Hipc. Infatti, i paesi creditori ritengono per loro troppo oneroso defalcare la quota-parte di debito necessaria a ripristinare una situazione di sostenibilità. L’iniziativa Hipc, dunque, è uno strumento che, pur con i suoi limiti, ha consentito e consentirà l’adozione di politiche sociali importanti per l’istruzione e la salute in molti paesi in via di sviluppo che sono fortemente indebitati con la comunità internazionale. Allo stesso tempo, per come è disegnata, rappresenta una tutela per la comunità finanziaria internazionale, che vi trova un importante strumento per minimizzare i costi per crediti ormai inesigibili e per imporre l’adozione di modelli di politiche che favoriscano in un futuro prossimo o remoto l’affermarsi di economie di tipo capitalistico-occidentale nei paesi oggi fortemente indebitati.
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