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| Anno 2005 | |
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Non c'è giorno che qualcuno non tiri fuori, a sproposito, la vicenda del Cermis e i suoi venti morti paragonandola all'incidente di Baghdad in cui perse la vita Nicola Calipari. Non esistono punti di contatto tra i due casi, ma la disinformazione dei disinformati continua a non smettere di stupire.
Partiamo dal contesto per cui gli Stati Uniti ottennero la giurisdizione, processando e assolvendo i piloti (degradandone due e condannandone uno, Ashby, a sei mesi per occultamento di prove- avevano fatto sparire un video girato durante il volo): i fatti accaddero nell'ambito di un'operazione Nato e pertanto gli americani si appellarono al Trattato Nato Sofa (Status of Forces Agreement) del '51 (ratificato dall'Italia nel '55). E' lo stesso trattato per cui l'Italia potè processare i piloti della tragedia di Ramstein. In questo caso non siamo in presenza di un'operazione Nato e quindi o valgono accordi presi tra i due Paesi - di cui non siamo a conoscenza - o più semplicemente il diritto internazionale. In questo caso la giurisdizione non dovrebbe essere statunitense. Il secondo punto riguarda le indagini congiunte: non è assolutamente vero che è la prima volta che i due Paesi collaborano. In occasione del Cermis si procedette più o meno allo stesso modo. Ci fu una prima inchiesta amministrativa a conduzione esclusivamente statunitense e quindi una seconda inchiesta congiunta italo-americana. Il giudizio su questo modo di operare è agli atti della Commissione parlamentare italiana per la tragedia del Cermis di cui riportiamo alcuni giudizi, che per inciso furono all'epoca condivisi da tutti i parlamentari membri. "Il 20 novembre 2000 la Commissione ha tenuto un incontro a Washington con il ministro della Marina, Richard Danzig e il sottosegretario dello stesso dicastero, Robert Pirie. La Commissione ha rilevato con un certo rammarico che sia gli atti della Commissione d'inchiesta amministrativa americana "De Long", sia gli atti del processo contro Ashby, hanno lasciato diverse zone d'ombra, soprattutto con riferimento alla questione dell'osservanza in via ordinaria da parte delle forze aeree statunitensi di adeguati parametri di sicurezza. La Commissione, quindi, ha richiesto alle autorità americane di poter aver copia delle citate inchieste amministrative e di poter incontrare il MGen. M.D.Ryan e il Bgen Bowden che le hanno svolte, per avere direttamente da loro una valutazione dei fatti accertati; ha ribadito la richiesta degli atti relativi ai processi per ostruzione alla giustizia nei confronti di Ashby e Schweitzer (ndr: pilota e copilota del Prowler); ha chiesto altresì che le autorità americane volessero valutare l'opportunità di effettuare un'inchiesta sulla sicurezza del volo a norma dell'accordo di standardizzazione Nato (Stanag 3531) con la rinuncia possibilmente alle riserve a vantaggio della parte americana contenute nell'accordo stesso". Il 21 novembre il vice capo di stato maggiore della Difesa, Richard Myers, s'impegnò a fornire in tempi rapidi le risposte e il 14 dicembre 2000 arrivò, dall'allora ambasciatore americano in Italia, Thomas Foglietta, la risposta. Si escludeva "l'eventualità di fornire altra documentazione, ostandovi la legislazione americana, in particolare quella in materia di protezione dei dati personali". Allo stesso modo escluse "la possibilità di svolgere un'inchiesta sulla sicurezza del volo a norma dell'accordo di standardizzazione Nato, visto che si era già valutata questa possibilità e si era poi deciso di condurre un'indagine che permettesse la partecipazione italiana ai lavori". Membro della seconda Commissione era stato il colonnello Orfeo Durigon, all'epoca dei fatti comandante della base di Aviano, che fu audito dalla Commissione in data 12 dicembre. In quell'occasione dichiarò di aver preso parte all'inchiesta 'con pari dignità e piena libertà', anche se non trovò nei piloti inquisiti particolare volontà di 'comunicare'. Durigon confermò anche l'esistenza di un'inchiesta privilegiata a cui era estraneo e dichiarò, spontaneamente, di essere venuto a conoscenza della tragedia del Cermis da Televideo. C'è ancora un punto che va assolutamente chiarito, proprio perché - a causa di alcune ipotesi campate in aria, gettate a suo tempo sul caso Cermis - nell'opinione pubblica italiana gira l'erronea idea che il pilota del Prowler fosse ubriaco. Ho sentito ventilare quest'ipotesi anche nel caso di Baghdad. Mettiamo in chiaro che nell'esercito statunitense l'uso di alcool - soprattutto in servizio, ma non solo - è praticamente considerato reato grave. Ashby non aveva una goccia di alcool nel sangue (come fu immediatamente verificato), tanto più non ne potevano avere i militari del 'check point' in Iraq (dove è doppiamente bandito). Ashby fece quel volo scellerato, violando più o meno in ogni tratta quasi tutte le regole di volo esistenti, al solo scopo di riportare a casa un video identico a quello che girava per gli States nello spot delle caramelle Ricola e far vedere alla famiglia che un aereo vero va più veloce di quelli della play station. Era inoltre l'ultima occasione che aveva per rinnovare il 'patentino' per i voli a bassa quota (l'ultimo risaliva a sei mesi prima). Il risultato finale fu il Trattato Tricarico- Pruher che, se oggi vieta il ripetersi di simili episodi, ha sicuramente penalizzato anche l'Aeronautica militare italiana, costretta lei pure a non volare a bassa quota in territorio nazionale. Cosa sia successo a Baghdad, è compito delle autorità inquirenti stabilirlo, senza dietrologie. E non senza tener presente cosa sia il tessuto sociale della bassa forza statunitense, fattore di cui si suppone siano proprio i vertici della Difesa degli Stati Uniti i primi a essere consapevoli.
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