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| Anno 2005 | |
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Alcune personali considerazioni sull'intervista al capo di stato maggiore dell'Esercito, generale Fraticelli, pubblicata di recente sul Corriere della Sera.
La prima di queste è che, alla luce di quanto dichiarato dal generale circa una richiesta fatta all'Esercito stesso di ridurre le spese e il personale, appare chiaro come il modello di difesa basato su livello di forza di 190.000 uomini per le tre forze armate non solo è definitivamente morto e sepolto, ma addirittura non vedrà mai luce. Un evento ampiamente previsto alla luce dei furibondi tagli ai fondi della Difesa, operati soprattutto negli ultimi due anni, che si sono andati a innestare su una lunga, lunghissima sequenza di bilanci asfittici. L'unica strada percorribile è a questo punto una riduzione in termini quantitativi dello strumento militare per cercare di recuperare un minimo di qualità. La seconda considerazione è che, a fronte dei tagli prossimi venturi, è già scattata la lotta fratricida tra le forze armate per racimolare qualche briciola in più in termini di uomini e di euro: una drammatica e pericolosa lotta tra poveri. La terza considerazione è che, nel breve volgere delle righe di un articolo, si riescano a buttare via anni di sforzi per ottenere una maggiore integrazione interforze e far rinascere una visione parrocchiale - verrebbe da dire "Army Centric" - dei problemi della Difesa; una visione in cui ciò che conta non sono le esigenze dell'intero strumento militare nel suo complesso, ma sciocche e presuntuose posizioni di primato sulle altre forze armate. In un sol colpo vengono frustrate tutte le speranze di ciò che si riteneva ormai radicato: un sano spirito interforze. E cosa dire sulla presunta inutilità delle dieci fregate Fremm? La cancellazione di tale programma, unito alla radiazione delle unità delle classe Lupo e alla conclusione molto prossima della vita operativa di quelle della classe Maestrale avrebbe comportato per la Marina la pressocché totale scomparsa delle unità di squadra. Evidentemente, secondo il generale Fraticelli, per una nazione che dipende così tanto dalle vie di comunicazioni marittime il modello da seguire è quello di una semplice "Brown water navy" dedita al massimo al pattugliamento delle acque nazionali, alle missioni Vi.Pe. (Vigilanza Pesca) e al contrasto dell'immigrazione clandestina e di traffici illeciti (del resto come possono bastare tutti quei Corpi dello Stato, come Guardia Costiera, Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia di Stato, già impegnati con fior di flotte aeronavali e in spregio alle più elementari regole di utilizzo razionale delle risorse?). Se le critiche alla portaerei possono essere comprensibili - sia in termini di costi della piattaforma e della linea di volo sia da un punto di vista operativo, data la riluttanza a impiegarla concretamente (vedi la missione della Garibaldi nel 2002 in supporto a Enduring Freedom, caratterizzata dal divieto per i nostri Harrier di sganciare munizionamento sull'Afghanistan) - ciò che risulta del tutto incomprensibile è l'idea di rinunciare anche alle Fremm che rappresenteranno da sole gran parte delle capacità della nostra Marina militare prossima ventura. Anche per quanto riguarda le critiche ai programmi dell'Aeronautica la reprimenda del generale Fraticelli è del tutto fuori luogo. I Tornado Ids non sono eterni, specie se i programmi di Mid Life Update procedono a rilento, così come i limiti dell'Amx sono oramai noti a tutti. Ecco perché l'F35-Jsf, tecnologicamente all'avanguardia con spiccate caratteristiche di stealthness e dai costi (teoricamente) non elevati, rappresenterebbe un ideale complemento al Eurofighter Typhoon. Proprio la paradossale vicenda di quest'ultimo velivolo dovrebbe servire da insegnamento. Le incertezze e i ritardi di questo programma hanno portato la nostra Aeronautica ad avere in servizio nello stesso momento - sia pure per pochi mesi - ben quattro tipi di velivolo con lo stesso ruolo (gli F-104 in fase di radiazione, i Tornado Adv in quella di restituzione alla Gran Bretagna, gli F-16 in leasing dagli Usa e i primi esemplari di Eurofighter). Una esperienza che sarebbe bene non ripetere. Un'Aeronautica basata su queste due linee di velivoli, in grado di coprire efficacemente i ruoli di difesa aerea e di attacco, tornerebbe ad avere una validità e una efficacia operativa da molto tempo sconosciuta. Forse il generale Fraticelli si augura che i mezzi in dotazione a essa siano limitati possibilmente alla sola componente da trasporto, giusto per "scarrozzare" uomini e mezzi dell'Esercito? Ancora più contestabili sono le motivazioni addotte dal generale Fraticelli per giustificare la necessità di una cancellazione di tali programmi: i costi elevati di mezzi troppo tecnologici che non servono perché non dobbiamo attaccare nessuno. Vengono ricordati i 300 milioni di euro di costo di una Fremm (se è per questo, in realtà, sono almeno 350) e si sostiene che con tali soldi si può mantenere una brigata per tre anni. Tutto vero. Peccato però che si dimentichi di analizzare anche i costi dell'Esercito stesso. Perché, ad esempio non parliamo di quanto il contribuente italiano ha dovuto pagare per i 200 carri Ariete in dotazione all'Esercito, soprattutto in relazione ai loro ben noti difetti (in termini di protezione e di mobilità)? E se navi e aerei non ci servono perché non dobbiamo fare la guerra a nessuno, allora è altrettanto inutile una tale quantità di carri armati, soprattutto se consideriamo che nelle missioni all'estero il numero totale di Ariete impiegati si conta sulle dita di una sola mano. E la stessa cosa vale per i Vcc Dardo, del cui mancato acquisto si lamenta Fraticelli, così come per i 60 Mangusta. Servono davvero tutti questi mezzi, insieme alle blindo Centauro e ai Vbc da esse derivati, se si sostiene che: "…quello che ci viene chiesto dalla Nato e dalle Nazioni Unite è di portare la pace"? Senza considerare che proprio Ariete, Dardo e Mangusta sono stati inviati sul teatro iracheno (l'unico nel quale sono presenti nonostante i numerosi altri in cui siamo impegnati) con grave e colpevole ritardo e cioè solo dopo che c'era scappato il morto e con pesanti limitazioni al loro impiego. Ed ancora, dato che si parla di costi, siamo proprio sicuri che l'Esercito non abbia nulla da rimproverarsi su molti altri aspetti? Perché non affrontare il tema dei reggimenti mono-battaglione e domandarsi se tale ordinamento rappresenti la migliore soluzione costo-efficacia? E poi, non c'è proprio più grasso superfluo da tagliare in termini di comandi, reparti, caserme, strutture e altro ancora? E ancora, per tornare al fondamentale argomento dell'integrazione interforze, non si può proprio fare nulla nel campo delle flotte di elicotteri, della difesa antiaerea di punto, della difesa delle installazioni, di alcune fasi dell'addestramento o addirittura di certi reparti per ottenere dei risparmi? Un esempio semplice semplice: l'annosa, e penosa, vicenda della brigata anfibia interforze, da ottenere attraverso l'unione del reggimento lagunari Serenissima e del reggimento San Marco, riuscirà mai ad avere uno sbocco concreto? E ancora come non ricordare al capo di Sme che si chiede: " …il modello che prevede maggiori capacità offensive a quale scenario dovrebbe adattarsi? A chi dobbiamo andare a fare la guerra? Quale minaccia dobbiamo fronteggiare?" il suo stesso intervento al Centro alti studi della Difesa di appena un anno fa quando disse: "E' chiaro a tutti ormai che è necessario approntare le forze per far fronte a minacce o rischi non chiaramente prevedibili, in possesso di capacità quantitative e qualitative estremamente variabili, che potrebbero concretarsi in tempi e luoghi indeterminati, con modalità operative differenti e generalmente asimmetriche". E ancora: "Questa evoluzione del quadro geo-strategico ha imposto alle forze armate italiane e soprattutto all'Esercito, al pari di quanto avvenuto presso altri paesi alleati, di dare avvio a una radicale trasformazione, tesa ad adattare organizzazione e capacità alle nuove sfide via via prospettatesi, che vanno dalle azioni di combattimento a più alta intensità agli interventi di stabilizzazione e ricostruzione." Se poi il generale Fraticelli voleva lamentarsi del fatto che l'Esercito - a differenza di Marina e Aeronautica - non riesce a ottenere un flusso supplementare di risorse attraverso provvedimenti finanziari ad hoc, occorre dire che ha tutte le ragioni per farlo. Sembra tuttavia assurdo che nel perorare la causa della propria forza armata si auguri un ridimensionamento delle altre due. Si adoperi piuttosto per ottenere lo stesso trattamento di riguardo. Un'ultima considerazione su uno dei programmi oggetto delle attenzioni del capo di Sme: la portaeromobili Cavour. Quest'ultima, insieme con Eurofighter Typhoon, è già stata il bersaglio delle critiche del presidente del Consiglio e del ministro delle Difesa. Il primo, come riferisce il quotidiano "Il Tempo" in un articolo del 5 dicembre scorso, avrebbe rivolto a deputati e dirigenti del suo partito le seguenti parole: "Pensate che ho scoperto i costi di un regalo lasciatoci in eredità dall'Ulivo: per dotare l'Italia di una vera portaerei, la Cavour, hanno impegnato 13 miliardi di euro del bilancio pubblico (26 mila miliardi di vecchie lire). Il costo di una parte rilevante della nostra riforma fiscale. Senza dire che l'Italia di quella portaerei se ne fa poco o nulla. Perché il paese stesso è fisicamente una portaerei nel mare Mediterraneo". A parte il fatto che tale unità costerà oltre 10 volte meno, come commentare l'affermazione - tristemente sentita già una sessantina di anni fa - circa la presunta peculiarità geografica del nostro paese? E cosa dire del ministro della Difesa che non perde occasione per criticare, ma sempre e soltanto a mezzo stampa, la Cavour stessa o il Typhoon? Da un ministro della Repubblica ci si aspetterebbe ben altro comportamento. Se proprio si ritiene che questo o quel mezzo-sistema d'arma non vadano bene, si vada a riferire presso le sedi istituzionali opportune e soprattutto si agisca di conseguenza. Quanto sono lontani gli Stati Uniti dove il segretario alla Difesa non si preoccupa più di tanto di cancellare fior di programmi come il Crusader o il Comanche! Troppo facile criticare senza avere allo stesso tempo la forza e la capacità di proporre alternative e di agire. Dispiace poi osservare come anche un alto ufficiale dell'Esercito sia stato colpito da quella particolare malattia tutta italiana che fa vedere sempre, soltanto e ovunque "missioni di pace". Una patologia che porta fin troppe persone a parlare a sproposito di "soldati di pace" e finanche di "ministero della Pace" in sostituzione di quello della Difesa. Quanto è desolante osservare che un paese intero riesca a mentire a se stesso su temi così importanti come quelli della sicurezza e della Difesa. Ma soprattutto è ancora più grave rilevare come questo possa diventare la causa della morte di militari, nostri connazionali. Infatti, come descrivere e commentare altrimenti le vicende della missione Antica Babilonia: la lesina sul dispiegamento di mezzi pesanti quali Ariete e Dardo perché è una missione di pace, il ritardo dello spiegamento dei Mangusta perché è una missione di pace e, soprattutto, il vergognoso capitolo delle regole di ingaggio, a dir poco morbide, perché è una missione di pace. A tale proposito non può non lasciare meravigliati il fatto che nessun mezzo di informazione del nostro paese si sia preso il disturbo di approfondire quanto sostenuto nell'articolo del Corriere della Sera del 17 maggio 2004, nei giorni degli scontri che portarono alla morte del caporalmaggiore Matteo Vanzan a Nassirya. E cioè perché nessuno si è chiesto per quale ragione siano state necessarie oltre quattro ore per ricevere l'autorizzazione a sparare contro le postazioni dei ribelli che colpivano base Libeccio, solo quattro colpi da 105 mm. delle blindo Centauro? Chi doveva decidere in merito perché ha aspettato così tanto per autorizzare un'azione così debole? Ma, più di ogni altra cosa, per quale ragione qualcuno posto a migliaia di chilometri di distanza dal luogo della battaglia, e magari anche a digiuno delle conoscenze necessarie, dovrebbe essere investito del potere di decidere sulle singole azioni da compiere in luoghi in cui non è fisicamente presente? Occorre essere chiari: forze armate dedite solo ed esclusivamente alle missioni di pace servono a poco o nulla. Tanto vale trasformarle direttamente ed esplicitamente in quella sorta di ibrido tra forza di polizia e struttura per la protezione civile, con una spruzzata di organizzazione umanitaria che probabilmente molti in questo paese auspicano. L'epoca delle rendite di posizione geostrategiche è finita da un pezzo. Nel mondo d'oggi conta solo chi dimostra di avere la forza, la capacità e la volontà di agire, solo chi dimostra determinazione anche nell'assumersi dei rischi. Non saranno certo poche centinaia di uomini in Sudan a farci ottenere una posizione di vantaggio nel dibattito sulla riforma del Consiglio di Sicurezza dell'Onu; né saranno tutte le promesse, difficilmente mantenibili all'atto pratico, di pacchetti di forze da mettere a disposizione di Nato e Ue a permetterci di conservare un ruolo di primo piano all'interno di queste organizzazioni; né infine sarà la politica del cagnolino fedele al potente di turno (ma senza le immancabili ambiguità) a farci godere di maggiore rispetto e considerazione sulla scena internazionale. E così ci ritroviamo a fare i conti con il risultato di scelte politiche e strategiche scellerate che portano inevitabilmente alla attuale (e futura) drammatica situazione delle nostre forze armate. Le conseguenze non potranno che tradursi in una sensibile diminuzione del ruolo e del prestigio dell'Italia in ambito internazionale perché esse - piaccia o non piaccia - restano un indispensabile nonché insostituibile strumento di politica estera. Ma - aspetto ancora più grave - assisteremo a una significativa erosione della sovranità nazionale di un paese che oggi - ma ancor più in futuro - deve e dovrà fare affidamento su altri soggetti per vedere garantita in pieno la propria sicurezza. Erosione della sovranità nazionale non significa ovviamente un paese totalmente indifeso. Così come rinunciare a 10 fregate, a 100 aerei e in prospettiva a qualche decina di migliaia di militari non significa correre il rischio di trovarsi i Lanzichenecchi alla porta di casa o i cavalli dei Cosacchi che si abbeverano alle fontane delle nostre piazze o ancora i campi di addestramento di Al Qaeda sugli Appennini. Significa - molto più realisticamente - una pesante limitazione alla libertà d'azione di un paese che, pur essendo una delle più grandi potenze economiche mondiali, ha scelto di disinvestire dalle proprie forze armate e quindi dal proprio futuro.
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