Anno 2005

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Forze armate italiane, più missioni e meno soldi

Giovanni Martinelli, 14 luglio 2005

I tragici avvenimenti di Londra hanno riportato alla ribalta dell'attenzione generale i temi riguardanti la sicurezza dell'Europa e più in particolare del nostro Paese. All'interno di questo dibattito si inserisce l'intervista del Corriere della Sera del 9 luglio scorso al ministro della Difesa Antonio Martino. Un'intervista nella quale si possono leggere alcune dichiarazioni che, per quanto corrette, appaiono in netto contrasto con il suo operato. In particolare viene criticata aspramente, ma giustamente, l'Europa nel suo complesso perché nella lotta al terrorismo "l'assunzione di responsabilità è stata modesta".

Il ministro aggiunge: "Il nostro lassismo è dovuto anche alla eredità della Guerra Fredda. Siccome l'onere principale del contrasto all'Unione Sovietica se l'era assunto l'America, noi stavamo riparati sotto l'ombrello atomico statunitense. Abbiamo fatto i 'portoghesi'. E ci siamo mentalmente abituati al fatto che non fosse necessario impegnarsi. La riluttanza all'azione nasce da una pigrizia consolidata". E ancora: "L'Europa è diventata il tallone d'Achille dell'Occidente. Soffermiamoci sulle capacità militari. Noi spendiamo per la Difesa la metà degli Usa, il che è inaccettabile".

In effetti, si tratta di un'analisi tanto concisa quanto corretta - e condivisibile parola per parola - dell'attuale situazione, ma al tempo stesso anche molto parziale, perché in essa mancano completamente quei doverosi distinguo su una realtà complessa e variegata come l'Europa. Vale infatti la pena di ricordare come, a fronte di Gran Bretagna e Francia che dedicano molta attenzione e molte risorse finanziare alle proprie forze armate, in l'Italia le risorse a loro disposizione - già scarse da tempo - stanno attraversando una fase di ulteriore e preoccupante riduzione. Ciò che quindi lascia perplessi è che a pronunciare tali parole sia quello stesso ministro politicamente responsabile dei più bassi bilanci della Difesa nella storia dell'Italia repubblicana, che ha contribuito a rendere reale ciò che lui stesso ritiene inaccettabile: un livello intollerabilmente basso di spese per la Difesa.

Il nostro Paese si ritrova così a vivere in una situazione paradossale. E' tra i più impegnati in operazioni all'estero (nel 2005 assume il comando delle missioni Isaf in Afghanistan, Kfor in Kosovo, Althea in Bosnia, che si aggiungono all'impegno già in corso con l'operazione Antica Babilonia in Iraq e a quello nuovo dell'operazione Nilo in Sudan), è tra i più esposti alla minaccia terroristica (ora, dopo gli attentati di Londra, come non mai), eppure è quello che destina meno fondi al proprio strumento militare.

Per quanto riguarda la "riluttanza all'azione", si consideri che l'espressione proviene dal ministro della Difesa di quel Paese che per i nostri contingenti impegnati in missione adotta regole di ingaggio che appaiono quantomeno "morbide" a chi non è addetto ai lavori e che lesina sull'impiego dei già scarsi mezzi efficienti, il tutto in nome della rigida osservanza del dogma che prevede per i nostri "soldati di pace" solo lo svolgimento di "missioni di pace".

Indicative sono, sul tema della spesa militare e sul ruolo internazionale del nostro Paese, le parole pronunciate dal capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, in occasione della chiusura dell'anno accademico 2004-2005 del Centro alti studi per la Difesa: "Per inciso vorrei far notare che una recente analisi comparata della qualità delle spese per la Difesa estesa a varie nazioni europee - cito Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Polonia, Olanda, Svezia e Finlandia - ha evidenziato, quale aspetto più critico, che l'Italia si colloca in coda a quella che possiamo definire la 'classifica combinata' - usando un termine sportivo - che tiene conto della media complessiva di una serie di parametri particolarmente significativi che caratterizzano la qualità e l'efficacia della spesa militare".

L'ammiraglio aggiunge: "Questi parametri si riferiscono alla spesa militare rispetto al Pil, al rapporto tra spese per il personale e bilancio funzione difesa, tra investimento e bilancio funzione difesa, alla spesa pro-capite, indicativa delle risorse assegnate al bilancio della Difesa e all'investimento in rapporto agli organici che compongono le forze armate. Ebbene questa analisi comparata ci pone tra i fanalini di coda. Questa analisi non può non essere il severo campanello d'allarme di una grave sofferenza e incongruenza strutturale tra livello di ambizione e livello di risorse. In assenza di risorse coerenti, piuttosto che sotto-capitalizzare lo strumento, abbassandone la qualità e la usabilità, impedendone di fatto la trasformazione, si renderebbe necessaria una riflessione di fondo sul livello di ambizione nazionale. E' bene essere chiari: non si tratterebbe di un provvedimento indolore: significherebbe declassare il Paese passando, in Europa e nel mondo, comprese le Nazioni Unite, dalla prima fascia a un ridimensionamento di "secondo o terzo livello".

Eppure, nonostante la chiarezza di tale dichiarazioni, i decisori politici sembrano andare nella direzione esattamente opposta. Le voci di un ridimensionamento del livello quantitativo delle forze armate - attualmente fissato a 190mila uomini - fino a 170mila o forse 160mila si fanno sempre più insistenti. Anzi, per essere più precisi, se ne attende solo la ufficializzazione. Una scelta sbagliata, sia alla luce dei pressanti impegni internazionali sia alla luce del sempre più importante fronte della Homeland Security (già si parla di un nuovo aumento dei militari impegnati nell'operazione Domino) a cui va aggiunta la considerazione che in Italia manca ancora quell'importante bacino di forze costituito dalla riserva.

Tornano in mente le parole pronunciate pochi giorni fa dal ministro Martino, circa la necessità di riportare le spese per gli investimenti e per l'esercizio a un livello almeno pari a quelle del personale. Per i più ottimisti - verrebbe da dire ingenui - ciò aveva fatto pensare e sperare nell'assunzione dell'impegno - e non sarebbe stata la prima volta - ad aumentare i fondi per i primi due capitoli di spesa. La realtà ancora una volta si presenta in maniera diversa e assume la forma di una bella sforbiciata agli organici al disperato scopo di ridurre il personale per contenerne le spese e dare una boccata d'ossigeno a delle forze armate ormai allo stremo. Si tratta comunque di una mossa comunque inadeguata, tardiva e incapace di risolvere tutti i problemi in termini di capacità operative, efficacia ed efficienza delle forze armate.

Il timore, più che reale, è che poi, sulla base di uno strumento militare così ridotto, si inneschiino nuove rivendicazioni per ulteriori tagli di fondi. Il ragionamento potrebbe essere: se queste forze armate di 190mila uomini riescono a tirare avanti con questi soldi, quelle di 160-170mila ne avranno bisogno di molti meno. E così via verso una spirale senza fine che vede il settore della Difesa come quello più facilmente sacrificabile di fronte alle solite manovre di bilancio sempre ricche di tagli alla spesa. Non vale neanche più la pena di ricordare che i fondi destinati a questo settore non sono mai e in nessun caso una spesa, ma un investimento; un investimento per la sicurezza e la difesa del Paese e dei suoi interessi.

Poco tempo fa, il procuratore generale della Corte dei Conti, riferendosi peraltro ad altri problemi, ha sostenuto che l'Italia è un Paese che vive al di sopra delle proprie possibilità. Ragionamento che, se è vero da un punto di vista economico, lo è altrettanto, se non di più, da quello della sicurezza. Il problema è che in questo campo non è possibile né fingere né barare: prima o poi le scelte non fatte e gli errori commessi si pagano in maniera dolorosa e spesso con gli interessi. Ed è allora che varrà la pena di chiedere nuovamente al ministro Martino se anche questo lo ritiene inaccettabile.

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