Anno 2005

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La ristrutturazione del Us Army, una sfida cruciale

Giovanni Martinelli, 22 agosto 2005

Il 27 luglio scorso, il dipartimento dello Us Army ha comunicato le località scelte per ospitare le sue future 43 Brigade Combat Team (Bct). Si tratta di un annuncio importante perché precisa i termini del più profondo processo di trasformazione e riposizionamento (vedi Brigade Combat Team Stationing e, più in particolare, BCT Stationing Map) mai attuato dall'esercito americano fin dai tempi della seconda guerra mondiale. Lo scopo è di dar vita a una forza armata più potente, flessibile, dispiegabile e standardizzata. Un processo che risponde a tre principali requisiti.

Il primo fa riferimento alla necessità di disporre di un maggior numero di pedine operative. Con la precedente struttura il numero di brigate era limitato a 33 e, alla luce dell'esperienza maturata con operazioni in Afghanistan e Iraq, ci si è resi conto che si trattava di una quantità insufficiente. Così, senza aumentare gli organici ma avviando una profonda rivisitazione della propria struttura organizzativa, lo Us army sarà in grado di disporre del 30% di brigate in più. L'obiettivo è evidente: evitare che si ripeta quanto accaduto nel maggio del 2003. Allora, nelle fasi conclusive della operazione Iraqi Freedom e in concomitanza con Enduring Freedom, solo una brigata restava disponibile per fronteggiare eventuali emergenze; tutte le altre o erano impegnate in tali operazioni o erano appena rientrate dal loro turno o si apprestavano a svolgere il loro. Questo forte campanello d'allarme ha di fatto accelerato un processo di trasformazione già in atto.

Il secondo punta ad assecondare la strategia del segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, sul posizionamento delle forze armate americane nel mondo (la Integrated Global Presence and Basing Strategy). L'intento è quello di rispondere alle mutate condizioni strategiche originate, dapprima, dalla fine della guerra fredda e, successivamente, dall'avvio della Global War on Terrorism (Gwot).

Il terzo punta ad ottenere dei significativi risparmi economici, oltreché un generale miglioramento delle condizioni di vita dei militari e delle loro famiglie, riportando negli Stati Uniti molti reparti precedentemente schierati all'estero. Sarà sufficiente ricordare che grazie a questo provvedimento (il Base Realignment and Closure), torneranno in patria 50.000 militari americani fino a oggi schierati fuori degli Stati uniti. Più in particolare, la 1st Infantry Division e la 1st Armored Division lasceranno la Germania, la prima nel 2006 mentre per la seconda non ci sono ancora date precise, mentre la 2nd Brigade della 2nd Infantry Division alla fine del proprio turno di servizio in Iraq non farà più ritorno in Corea.

L'effetto combinato di questi tre fattori porta a una concentrazione di forze senza precedenti nei ConUs (Continental US). Nessuna grande unità sarà più schierata in maniera permanente in un paese estero; un evento epocale se si considera che dalla fine della seconda guerra mondiale un evento del genere non si era mai verificato, vuoi per la necessità di contribuire alla difesa dell'Europa, vuoi per contrastare l'avanzata comunista in ogni angolo del mondo o, ancora, per le numerose operazioni belliche che hanno visto protagoniste le forze armate americane.

L'intervento più rilevante riguarderà la Germania, che sarà interessata dalla partenza di due divisioni, di migliaia di militari con familiari e di numerosi dipendenti civili, dalla chiusura di almeno 13 basi e dalla conseguente perdita di lavoro per molti dipendenti locali e di entrate derivanti dalla presenza di un tale numero di persone e strutture. A parziale compensazione verrà rischierato il 2nd Cavalry Regiment, che diventerà uno Stryker Brigade Combat Team (Sbct), che si aggiungerà alla già esistente 173rd Airborne Brigade di stanza in nel nostro paese. Un processo di tale portata non poteva non generare dubbi e critiche. Il ridimensionamento delle forze in Europa (che riguarda, sia pure in misura minore, marina ed aeronautica a stelle e strisce) si presta a essere analizzato con maggiore attenzione.

Con la scomparsa delle minaccia rappresentata dalle potenti formazioni meccanizzate e corazzate del Patto di Varsavia (alias sovietiche), era del tutto naturale che si assistesse a una generale riduzione delle forze schierate in Germania. Riduzione, peraltro, che era già stata avviata all'indomani dell'operazione Desert Storm con la soppressione della 2nd Armored Division e della 24th Infantry Division e il ritorno in patria del 2nd Armored Cavalry Regiment. Resta il fatto che la scomparsa in poco più di dieci anni di un tale complesso di forze (quattro divisioni al completo e molte altre unità di supporto) e la sua sostituzione con due sole brigate (più una a rotazione in un paese dell'est europeo e alcuni reparti per il Combat Support) solleva non poche perplessità.

La comparsa della minaccia terroristica, localizzata fino a oggi e prevedibilmente nel futuro prossimo nell'aerea del vicino e medio oriente, avrebbe dovuto consigliare maggiore prudenza nel mettere in atto un ritiro così massiccio. Anche se tali forze dipendono dallo European Command e non dal Central Command pesantemente impegnato in Iraq, Afghanistan e nel Corno d'Africa, nondimeno tale comando ha partecipato - e partecipa con propri reparti - alle operazioni in questi teatri. L'abbandono di installazioni ed aree adddestrative in Paesi sicuri (nonostante alcune diversità di vedute, talvolta importanti) e prossime a molte delle zone calde del pianeta, appare, in definitiva, discutibile.

Non solo, in considerazione del fatto che ad eccezione del Corno d'Africa il resto di questo continente ricade sotto la responsabilità dello European Command e alla luce del fatto che è in atto da tempo una crescente penetrazione dei movimenti terroristici in molti dei suoi paesi, una maggiore prudenza circa le dimensioni del ritiro sarebbe stata opportuna. Il disinteresse e la sottovalutazione nei confronti di un problema oggi considerato poco importante in più di una occasione ha creato danni terribili in momenti successivi (come insegna l'Afghanistan dei Taliban). Senza dimenticare che prima o poi qualcuno dovrà pur mettere le mani a quella immane tragedia che è l'Africa e che per farlo potrebbe essere necessario impiegare contingenti militari.

Gli Stati Uniti, se vorranno continuare a recitare un ruolo di primo piano, dovranno apportare delle notevoli modifiche al proprio apparato militare e più in particolare allo Us Army. Diventerà un imperativo garantire una rapida e tempestiva capacità di intervento laddove necessario, con la conseguente necessità di intervenire su più aspetti: incrementare le capacità expeditionary dell'esercito e le capacità di trasporto strategico (sia aereo che navale) con vettori sempre più capaci e veloci; estendere il preposizionamento dei materiali (sia nelle basi a terra che su unità navali); sviluppare il concetto del "sea-basing" (grandi piattaforme navali in grado di fungere da vere e proprie basi galleggianti); aumentare la propria influenza su ogni paese utile per garantire l'accesso a qualsiasi zona di operazioni.

Si tratta di sfide importanti, cruciali. Dalla capacità di affrontarle con successo dipenderanno il peso e il potere degli Stati Uniti d'America sullo scenario internazionale, la loro sicurezza sia sul fronte interno che su quello esterno e di riflesso la pace e la stabilità del mondo intero.

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