Anno 2005

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Discorso del Ministro della Difesa al Casd

Antonio Martino, 20 giugno 2005

Discorso tenuto dal ministro della Difesa, on. Antonio Martino,
alla cerimonia di chiusura dell'anno accademico del Centro Alti Studi Difesa
Cortesia www.difesa.it

Ammiraglio Di Paola, Signori Capi di Stato Maggiore, Signor Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Signor Segretario Generale della Difesa, Presidente del CASD, Signori Ufficiali,

rivolgo a tutti voi il saluto del Governo in occasione di questa tradizionale cerimonia che segna la chiusura del corso annuale dell'Istituto Alti Studi della Difesa: una istituzione che ha assunto una specifica fisionomia, rispondendo in pieno alle aspettative ed ai compiti ad essa attribuiti. Il CASD conferma la sua grande efficacia nel lavoro formativo e nel conferire un altissimo profilo culturale e tecnico ai corsi che va sviluppando. Rinnovo, perciò, il mio più sincero apprezzamento al Presidente, al quadro permanente, al corpo insegnante ed al personale tutto dell'Istituto. Saluto gli Ufficiali frequentatori, rivolgendomi con particolare calore agli ospiti stranieri, nella certezza che hanno tratto da questo corso un sicuro beneficio per la loro carriera e per la loro crescita professionale ed umana.

Le ultime settimane hanno visto succedersi diversi avvenimenti nel quadro complessivo della sicurezza dell'Italia. La liberazione di Clementina Cantoni ha cancellato un lungo incubo. Dobbiamo elogiare l'impegno della nostra diplomazia e - come sempre - il silenzioso lavoro dei servizi, discreto e determinante. Il Governo italiano ed il Governo afgano hanno trovato una comune linea di azione, rafforzata dalle spontanee manifestazioni di solidarietà proprio delle donne afgane, prime beneficiarie dell'attività della nostra generosa connazionale. Mi auguro che la mobilitazione di civili e di religiosi afgani contro i rapitori di Clementina induca la generale rinascita delle coscienze in un Paese contrassegnato dal tribalismo e dalla violenza.

Il nostro impegno all'estero è multiforme: in Afghanistan, in Irak, nei Balcani, in Medioriente con aliquote ridotte di personale, e, ormai imminente, in Sudan. Con la fermezza e l'equilibrio dimostrati in queste difficili prove, nell'area delle operazioni di supporto alla pace l'Italia ha maturato una sua precisa identità, professionale ed umana, di rara eccellenza. Ogni teatro operativo presenta situazioni diversificate. La stessa presenza internazionale ha origini e motivazioni differenti. Diverso è il grado di consenso. Cambiano le modalità organizzative. Ma uno solo è lo scopo: dare un contributo positivo al futuro del mondo, specialmente del mondo islamico, in modo che la libertà e la democrazia, al riparo dal fanatismo e dal terrorismo, possano sprigionare tutta la loro energia emotiva.

In Afghanistan ed in Irak sono in corso missioni che hanno assunto la fisionomia di "state building": nel primo caso, costruendo dalle fondamenta un ordinamento statuale di fatto sbriciolato da decenni di guerre; nel secondo caso, sostenendo il decollo di una democrazia in un Paese con un'amministrazione asservita alla dittatura anziché al servizio dei cittadini. In entrambi i casi, l'impegno è enorme e la scommessa, vitale. In Afghanistan e in Irak il fallimento non è una possibilità. Una sconfitta significherebbe caos e violenza in intere nazioni, e la loro riappropriazione da parte di regimi terroristici.

La missione italiana in Irak, non mi stancherò mai di ripeterlo, è pacificatrice nelle intenzioni e nei risultati. Promuove i valori universali proclamati dalle Nazioni Unite e la cui diffusione costituisce la base imprescindibile di relazioni internazionali improntate alla pacifica convivenza fra i popoli. In Irak è avviata la ricostruzione istituzionale ed è in fase avanzata la riorganizzazione delle Forze Armate e della polizia. Ricordo che soltanto noi italiani abbiamo curato l'addestramento di quasi cinquemila poliziotti e di circa mille agenti della guardia nazionale.

Un grato pensiero va rivolto ai tanti veri patrioti irakeni che coraggiosamente pagano un alto prezzo per la rinascita del loro Paese. Mi riferisco ai funzionari civili, ai militari, ai poliziotti, vittime di barbari attentati; ai tanti civili, spesso persone umili in cerca di un impiego qualsiasi, massacrati da folli kamikaze e da autobombe mentre vanno al lavoro o attendono alle faccende quotidiane della loro vita. Sono questi civili, questi funzionari i protagonisti della vera resistenza irakena, la resistenza al terrore, all'odio, alla sopraffazione, agli assassini politicizzati ed alla delinquenza comune. Sono questi i partigiani autentici del legittimo governo democratico.

L'Italia, a Nasiriyah, sta facendo la sua parte e riscuote il plauso della popolazione civile e delle autorità irakene. Si tratta di un intervento destinato essenzialmente a consentire lo sviluppo di programmi basati su alcuni elementi prioritari di rinascita sociale, come sanità e cultura. Qui l'Italia vanta punte di eccellenza. Realizza progetti finalizzati alla ripresa economica, di concerto con le autorità irakene.

Il futuro della nostra presenza è strettamente funzionale alla sua natura. La nostra permanenza è in rapporto al processo di riorganizzazione politica e militare dello Stato irakeno, così come espressamente previsto dalla Risoluzione 1546 e ribadito, ancora all'inizio di questo mese, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il 30 gennaio gli iracheni sono andati al voto in grande maggioranza, malgrado le minacce mortali. Per la prima volta, nella storia millenaria dell'Iraq, le donne hanno votato. Dopo le elezioni e la formazione del governo, è iniziata la fase conseguente che dovrà completarsi in agosto. In ottobre ci sarà il referendum popolare. Approvata la costituzione avranno luogo le elezioni parlamentari. A quel punto avremo un governo espressione di un libero Parlamento e di una Costituzione democratica che diverrà nostro interlocutore e soggetto internazionale pienamente legittimato.

Questo Governo dovrà garantire la sicurezza interna ed esterna dell'Irak. A quel punto saremo certi di aver fatto un buon lavoro e contribuito a rimettere in piedi un Paese schiacciato e prostrato da un dittatore sanguinario con i suoi concittadini ed aggressivo con gli stranieri. Per quanto riguarda l'Afghanistan, la situazione va invece considerata in una prospettiva più lunga, come io stesso ho potuto direttamente verificare nel corso della mia recente visita al presidente afgano Hamid Karzai e come ha ricordato anche il segretario generale della NATO, Jaap de Hoop Scheffer, al termine di un recente incontro dello stesso Karzai con il Consiglio Atlantico.

La Nato sta avviando nell'ovest dell'Afghanistan quell'allargamento della missione Isaf, che si articola sui team di ricostruzione provinciale; nel 2006, la missione interesserà anche il sud del Paese. Qui si tratta di realizzare dal nulla la stessa presenza fisica dell'autorità statuale: le strutture amministrative, gli ospedali, le scuole, le forze di sicurezza. Il tutto richiede la presenza "di garanzia" delle truppe straniere, sulla cui necessità il presidente Karzai ha più volte insistito.

Le prossime elezioni di settembre obbligano tutti i contingenti multinazionali alla massima vigilanza per stroncare sul nascere ogni velleità di violenza dei terroristi, dei criminali comuni, dei signori della droga. Ma, dobbiamo essere realistici: il nostro impegno in Afghanistan potrà durare a lungo, forse addirittura quel decennio menzionato dal Segretario dell'Alleanza Atlantica.

L'Italia, già in prima linea in Afghanistan, ha fornito un contributo decisivo all'avvio della fase due dell'espansione di ISAF, che riveste particolare importanza per il rafforzamento della sicurezza in vista delle elezioni parlamentari. Il 31 maggio scorso è avvenuto il trasferimento del PRT (Provincial Reconstruction Team) italiano di Herat sotto comando NATO. Sempre da maggio, l'Italia assicura altresì il coordinamento regionale dell'intera fase di espansione di ISAF. Inoltre l'Italia appoggia il rafforzamento del ruolo dell'Alleanza, in vista dell'organizzazione di una conferenza internazionale per stabilire il cammino futuro dell'Afghanistan, dato che il ciclo previsto dagli accordi di Bonn si esaurirà con le elezioni di settembre.

D'altronde, i frutti delle missioni all'estero si raccolgono dopo molti anni, in termini di ritrovata sicurezza, di libero commercio, di sviluppo economico e civile. Basta guardare ai vicini Balcani ove - solo dopo un decennio dal primo intervento in Bosnia - si inizia a parlare di una ricomposizione politica di quell'inestricabile puzzle di nazionalità. Alcuni analisti politici hanno parlato di "vacuum" balcanico, per indicare quell'area bianca che, nelle cartine geografiche, contraddistingue i Balcani occidentali, soprattutto nella prospettiva dell'ingresso di Romania e Bulgaria nella UE.

Le diplomazie sono in moto ed è mio personale auspicio che si possano trovare soluzioni stabili, nel rispetto del diritto, senza penalizzazioni o umiliazioni di nessuno, senza innescare spostamenti di popolazioni o l'affievolimento di storiche presenze e tradizioni. Anche nei Balcani la cultura della democrazia deve diventare patrimonio di tutti per assicurare il futuro della regione.

Le operazioni condotte dalla NATO e dall'UE nei Balcani hanno dato risultati tangibili, anche se non sono ancora né definitivi né generalizzati. E' stato reso possibile l'avvio di un processo di razionalizzazione della presenza militare alleata nella regione, anche rendendo più efficaci e flessibili le modalità d'impiego delle truppe nell'area. Così, sulla base delle raccomandazioni delle Autorità militari alleate, si è provveduto a diminuire gli effettivi. Riduzione che non ha comportato, d'altra parte, il disimpegno della comunità internazionale, ma solo il passaggio ad una nuova fase del processo di stabilizzazione della regione, incentrata sul contrasto ai fenomeni del crimine organizzato e del terrorismo.

Acquistano perciò sempre maggior rilievo il rafforzamento delle strutture istituzionali ed il consolidamento dello stato di diritto, nel quadro di un progressivo avvicinamento dei paesi della regione alle istituzioni euro-atlantiche. Molti passi avanti sono stati fatti. Sta crescendo una generazione che guarda all'occidente ad ai valori affermatisi in Europa nel dopoguerra. A nostra volta, noi guardiamo con fondata speranza ai nuovi Balcani ed alle nuove élites che si stanno formando; siamo intenzionati a mantenere la nostra presenza, configurandola in modo adeguato ai mutati scenari.

Emerge evidente il carattere strategico della collaborazione fra la NATO ed l'Unione Europea per la stabilizzazione dell'area balcanica. La conclusione degli accordi "Berlin Plus" ha ampliato il raggio di questa collaborazione prevedendo la possibilità di realizzare operazioni a guida UE con utilizzo di mezzi e capacità della NATO. I Balcani sono divenuti, così, terreno di verifica delle potenzialità del partenariato strategico tra le due organizzazioni.

In questo panorama internazionale, la presenza dell'Europa tarda a manifestarsi nel modo che tutti auspichiamo. Il "no" al Trattato europeo di Francia ed Olanda non può essere ignorato, né può esserlo il mancato accordo sul Bilancio pluriennale dell'Unione. Ma non dobbiamo dimenticare che l'Europa colse il suo primo successo dopo uno smacco: lo smacco della Comunità Europea di Difesa nel 1954. Occorre continuare a progredire sulla via economica e sulla via istituzionale. La globalizzazione e l'allargamento pongono problemi nuovi che impongono nuove soluzioni. L'Unione Europea non progredirà ascoltando le sirene del nazionalismo, del protezionismo, del dirigismo, che per giunta la porrebbero in contrasto con l'idea originaria della sua fondazione.

Tornando alle questioni della difesa, la mancata ratifica del Trattato da parte di Francia ed Olanda non dovrebbe creare danni ai possibili sviluppi della PESD. L'Agenzia Europea della Difesa è stata creata e le cooperazioni rafforzate sono uno strumento utile per dare concretezza alla volontà dei Paesi che più sentono l'impellenza di dare una tangibile dimensione alla difesa europea. Mi auguro che su questo punto si realizzi la più ampia convergenza possibile. Alcune cose possono esser fatte separatamente e per gradi. Ma le grandi scelte di politica estera e di politica militare, no.

Le nostre Forze Armate forniscono un contributo essenziale alla sicurezza internazionale. Lo provano i rilevanti Comandi assegnati all'Italia nel corso del corrente anno: nei Balcani, il "NATO Headquarters" di Tirana a febbraio e KFOR (Kosovo) nel prossimo mese di ottobre; in Afghanistan, la guida di ISAF dal prossimo agosto, preceduta, dallo scorso mese di maggio, dal coordinamento delle attività ISAF nell'area nord-occidentale del Paese, dove operano una FSB (Forward Support Base) e quattro PRT (Provincial Reconstruction Team), tra cui quello di Herat sotto Comando italiano.

Sono impegni straordinari che richiamano il problema delle risorse. La stessa nostra credibilità internazionale è determinata dalla capacità della Difesa di assicurare il rispetto degli impegni assunti nelle Alleanze e nelle Organizzazioni a cui partecipiamo. Il divario tendenziale fra questi e le risorse messe a disposizione - nell'attuale situazione della finanza pubblica - obbliga a scegliere l'essenziale.

La configurazione delle nostre Forze Armate resta quella di strumento militare "globale", chiamato a soddisfare le esigenze attuali della sicurezza, in Patria ed all'estero. La trasformazione qualitativa, anche con attività in corso d'opera, impone senz'altro scelte difficili, ma necessarie. La più recente attività di pianificazione dello Stato Maggiore della Difesa rappresenta un efficace contributo ad orizzontarsi in questo percorso.

Condivido, in proposito, quanto appena detto dall'Ammiraglio Di Paola sulla questione del bilanciamento interno delle risorse, ovvero del rapporto tra i fondi destinati al personale - allo stato attuale necessari per l'attuazione della professionalizzazione - con quelli da utilizzare per l'esercizio e gli investimenti. Rispetto al rapporto ottimale del 40% al personale e 60% al settore esercizio / investimento, quello attuale è quasi inverso. Dovremo fare il possibile affinché possa essere raggiunto il minimo accettabile del 50 e 50. Considerando che le risorse per il personale non sono comprimibili, per non incidere sulle capacità operative delle Forze Armate concordate in ambito Nato e UE diventa inevitabile una seria riflessione sulle dimensioni delle componenti dello Strumento militare, ipotizzando la riduzione di strutture e di enti non direttamente funzionali alla Difesa.

Il vertice politico e militare della Difesa compie uno sforzo continuo per ottimizzare le risorse, costruire ed aggiornare la programmazione di medio e lungo periodo, dare risposte alle emergenze. L'attenzione dell'Italia e degli Italiani verso le Forze Armate è encomiabile. Risulta consolidato, intenso, fecondo, il rapporto fra mondo militare e società civile che si è sviluppato dagli anni '90 ad oggi. Il Governo e il Parlamento ne sono confortati e sostenuti nella loro attenzione ai problemi militari del Paese.

Gli Ufficiali frequentatori, che hanno imparato a conoscere ed analizzare tali problemi nel corso dei passati mesi di studio e di applicazione, sapranno farne tesoro. Desidero perciò esprimere loro il mio vivo plauso per il lavoro svolto e formulare il più fervido augurio per il loro futuro professionale.

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