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| Anno 2005 | |
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Riduzione delle risorse finanziarie assegnate alle Forze armate: i giornali sono pieni di analisi, considerazioni, previsioni allarmistiche sull’argomento.
Anche il forum di Pagine di Difesa, così come altri specializzati sull’argomento, ‘gronda di lacrime’ versate dai frequentatori militari e non. Insomma, praticamente non c’è post nel quale non esca fuori qualche amara considerazione sulla perdita in unità, in addestramento, in capacità operativa, eccetera, causata da questi tagli finanziari.
Non c’è alcun dubbio che, fatta la debita tara, i problemi generati sono notevoli e, oserei dire, per certi versi pericolosi per l’istituzione. E’ altrettanto indubbio che c’è un largo spazio per un cospicuo recupero di mezzi finanziari tramite l’ottimizzazione delle entità-strutture-procedure e tramite un attento controllo di gestione (vedi post “Un war game). Pur tuttavia, poiché in generale non mi piace sentirmi “rassegnato”, ho provato a considerare la questione Forze armate da un’altra angolazione. Cioè a dire se le Forze armate, oltre al loro ruolo primario, essenziale ed indiscutibile fissato dalla Costituzione, non possano essere considerate anche uno strumento di politica economica. Ecco qui appresso le mie considerazioni in proposito. Azione di politica del lavoro. Tutte le parti politiche, tutti i governi, da quando io possa ricordare, hanno cercato di risolvere, o quanto meno alleggerire, il problema della disoccupazione. I sindacati da sempre hanno urlato la necessità di finanziamenti a favore dell’incremento dell’occupazione, specialmente di quella di livello medio-basso. Ed allora, perché non utilizzare i fondi, annualmente spesi in improbabili corsi di formazione, nelle Forze armate arruolando stabilmente un maggior numero di unità, delle quali c’è un evidente bisogno (moltissimi Vfp1 del 5° blocco 2005 sono stati licenziati dai Rav dopo pochi giorni, anziché dopo sette settimane, per essere avviati ai reggimenti e unità che ne avevano un bisogno evidentemente disperato). Azione di politica sociale territoriale. Da sempre una caserma, nelle piccole-medie comunità e in certe aree del paese a più basso insediamento industriale, hanno rappresentato una fondamentale fonte di sostentamento per la collettività. Ancora oggi, quando si prova a chiudere una caserma per accorpare unità o per semplicemente chiudere un’installazione, le reazioni delle forze politiche locali e della popolazione sono fortissime. E allora, perché non utilizzare i fondi, annualmente destinati a improbabili tentativi di sviluppo social-cultural-turistico di aree depresse, al mantenimento di installazioni che, con i loro addetti e le loro famiglie, potrebbero mettere in circolazione una gran quantità di denaro, dunque lavoro, dunque miglioramento del tessuto sociale locale? Azione di politica industriale. A gran voce tutte le parti sociali hanno da sempre richiesto e richiedono a maggior ragione in periodo di stagnazione, se non di recessione, come quello attuale forti stanziamenti a favore dell’industria per incrementare Pil e dunque recuperare entrate fiscali. E allora perché non dirottare i fondi, che annualmente vengono distribuiti alle industrie, a pioggia, in mille rivoli di finanziamenti più o meno agevolati, come dotazione alle Forze armate per il rinnovamento dei loro mezzi? Il recente e penoso caso del finanziamento per la costruzione delle fregate Fremm per la Marina militare, la riduzione del numero di aeromobili dell’Aeronautica militare da acquisire per insufficienza di risorse finanziarie, l’ormai cronica carenza di mezzi per l’Esercito che garantiscano protezione sufficiente agli uomini e di sistemi d’arma tecnologicamente aggiornati. Questi alcuni esempi di come, qualora semplicemente si volesse porre rimedio con adeguate decisioni di finanziamento, si potrebbe provocare una rilevante ricaduta di commesse sull’industria italiana. Azione di politica estera. Tutti i paesi cercano, per quanto nelle loro possibilità, di aumentare il loro peso politico sullo scenario internazionale non fosse altro che per riscuoterne i benefici che ne discendono in termini economici. L’Italia ha oggi una visibilità internazionale come non ha mai avuto dal termine della seconda guerra mondiale. Questo è anche dovuto, ed è inutile negarlo ipocritamente, alla nostra massiccia partecipazione a missioni militari internazionali. Se poi al numero si accoppia la qualità, eccellente e unanimemente riconosciutaci, dell’azione dei nostri uomini in teatri operativi anche particolarmente ostili, ne discende un ritorno sicuramente significativo per il nostro Paese. Perché dunque non garantirne con certezza la copertura finanziaria anziché continuare a ridurli fino al punto – possibile - di dover interrompere questa nostra azione sullo scenario internazionale? E perché proprio nel momento in cui ci sono stati attribuiti i massimi comandi nelle principali missioni internazionali? Le Forze armate possono essere uno strumento di politica economica purché le si vogliano sfruttare, anche, per questa valenza. Quindi, con voce fuori dal coro, non chiedo che vengano assicurate alle Forze armate disponibilità finanziarie pari almeno a quelle degli anni scorsi in rapporto al Pil. Chiedo, invece, che vengano aumentati i fondi a disposizione, stornandoli da quei capitoli di spesa per la politica economica che, almeno fino a oggi, non sembrerebbero avere dato i risultati sperati. Non riesco a capire perché la classe politica non voglia cogliere queste opportunità che le Forze armate potrebbero offrire al paese. Resta il fatto che prima o poi il conto ci sarà presentato e saremo noi cittadini a pagarne il prezzo. Anzi, in tanti hanno già cominciato a pagarlo. Sia che indossino l’uniforme o che siano cittadini semplicemente interessati a questa istituzione.
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