Anno 2005

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Santa Sede e Israele, anatomia di una crisi

Umberto Mazzone, 2 agosto 2005

La crisi diplomatica che è sorta tra Santa Sede e Stato di Israele, dopo le parole pronunciate da papa Benedetto XVI sul terrorismo all'Angelus di domenica 24 luglio, è rivelatrice - nella sua serietà - di profonde tensioni e non può essere liquidata come frutto di dimenticanze, di ruvidezze di carattere o di ingenuità di personale di secondo rango di ambasciata o di curia.

La reazione a catena, innescata dalla mancata inclusione di Israele - che pure aveva subito l'attacco suicida di Netanya - tra i paesi colpiti dal terrorismo, ha portato a un rapidissimo innalzarsi dei toni. Avviatasi con la convocazione del Nunzio, monsignor Pietro Sambi, al ministero degli Esteri israeliano per una nota verbale di protesta, la crisi è via via cresciuta su se stessa, passando attraverso la diffusione di un comunicato stampa del ministero israeliano degli Esteri e proseguendo con una nota della sala stampa vaticana, diretta da Joaquin Navarro Valls, del 25 luglio.

Si è poi sviluppata con una intervista, che coinvolgeva anche l'operato di Giovanni Paolo II, dell'alto funzionario del ministero degli Esteri israeliano, Nimrod Barkan, al giornale Jerusalem Post del 26 luglio ed è culminata con la durissima e inusitata dichiarazione della sala stampa vaticana del 28 luglio con la quale si ricordavano a Israele le ricorrenti violazioni delle norme del diritto internazionale nelle reazioni agli attacchi palestinesi e si ribadiva il diritto della Santa Sede a respingere ogni ingerenza esterna nel proprio operato.

Apparentemente una crisi sorprendente, se si rammenta il favore con cui da Gerusalemme era stata salutata l'elezione di Joseph Ratzinger e l'invito che, proprio pochi giorni prima, il premier Sharon aveva rivolto al papa a visitare Israele e al quale Benedetto XVI aveva dato, sia pure in modo informale, una risposta positiva.

La realtà si è invece manifestata assai meno serena e l'incidente nella sua gravità l'ha impietosamente portata alla luce, facendola riconoscere come composta da due immagini, specularmene disposte e reciprocamente in opposizione.

Sul versante israeliano Sharon sta preparando per i prossimi giorni il rientro (disengagement) dei coloni da Gaza. Un'impegnativa operazione alla quale ha affidato un ruolo strategico nella sua Road Map verso un accordo con l'Autorità palestinese. Sharon ha lanciato così una sfida a sentimenti profondi della società israeliana, nella quale si gioca non solo il suo futuro politico, ma forse anche la stessa stabilità civile e democratica dello Stato d'Israele. Le manifestazioni del movimento dei coloni nell'area del Neghev e verso Gaza stessa potrebbero divenire spine assai dolorose se mancasse la capacità politica di controllarle con la necessaria fermezza, ma senza mettere a repentaglio lo spirito fondante di una comune convivenza nazionale.

In un simile frangente storico, il giudizio sugli attacchi terroristici rappresenta un nervo particolarmente scoperto e Sharon non può certo permettersi di lasciare zone grigie e accettare silenzi, esponendosi così a critiche che potrebbero fatalmente indebolire la sua posizione. Non si dimentichi l'intensa attività diplomatica israeliana in vista dell'uscita da Gaza e culminata il 28 luglio con il positivo incontro a Parigi tra Sharon e il presidente Chirac, interlocutore sempre assai ostico e per lungo tempo fautore di una politica mediorientale certamente non favorevole a Gerusalemme. Un'attività di creazione di un quadro di consenso che il mantenersi di una relazione non precisata e venata da reticenze con il Vaticano poteva rendere meno efficace di quanto auspicato.

La presenza di un nuovo papa ha reso per il ministero degli Esteri israeliano non più utilmente percorribile la via scelta in altre occasioni, di una protesta non pubblica che si muoveva secondo tradizionali e riservati canali diplomatici. Si dava ora, semmai, l'opportunità - per altri versi confermata dall'intervista del diplomatico Barkan - di ridefinire alcuni aspetti delle relazioni tra Roma e Gerusalemme. Secondo il commento di Herb Keinon, apparso sul Jerusalem Post del 1° agosto, la crisi con il Vaticano è stata ben soppesata, approvata e infine generata con una tempistica pienamente calcolata. Il fine primo potrebbe essere quello di evitare in futuro - e soprattutto nel delicato periodo successivo alla evacuazione di Gaza - espressioni romane che potrebbero indebolire la posizione di Sharon.

Il fine ultimo: quello di indurre la Santa Sede a considerare i rapporti con Israele come centrali per qualunque sua presenza in Medioriente. Sullo sfondo di tutto vi è poi l' ambizione a verificare con precisione che cosa significa realmente un papa tedesco per i rapporti tra cristiani ed ebrei.

Non va trascurato un altro elemento, che sta particolarmente a cuore al governo di Israele, e che riguarda la rappresentanza internazionale del mondo ebraico. Dal 18 al 21 agosto prossimi il pontefice si recherà in Germania per partecipare a Colonia alla 20a giornata mondiale della gioventù. Il 19 è prevista la visita alla Sinagoga di Colonia e forse nella scelta di una reazione così energica da parte israeliana vi si può anche ritrovare la volontà di ricordare al pontefice che, al di là delle relazioni con le singole comunità ebraiche, il Vaticano non può pensare di sviluppare un dialogo ebraico-cristiano senza tener conto, in ogni sia pur minimo passaggio, dello Stato d'Israele. Ulteriore irritazione deve avere suscitato a Gerusalemme il fatto che il giorno successivo all'incontro in Sinagoga, sempre a Colonia, il pontefice riceverà in udienza i rappresentanti di alcune Comunità musulmane.

Da parte vaticana dopo l'accordo fondamentale del 1993, cui ha fatto seguito l'avvio delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Israele, di contro non mancano forti insoddisfazioni per la lentezza con cui da Israele si stanno applicando quelle intese. Gli incontri sono saltuari e contrassegnati da lunghe interruzioni. Padre David M. Jaeger (il francescano che è il maggior esperto dei rapporti giuridici tra Santa Sede e Israele) ha addirittura manifestato la convinzione che gran parte delle origini del conflitto di questi giorni andasse ricercata nella volontà israeliana di creare un casus belli che permettesse di rinviare ulteriormente le discussioni sull'attuazione dell'accordo.

Inoltre è ancora vivo l'episodio della basilica della natività di Betlemme, quando nel 2002 oltre duecento guerriglieri di palestinesi vi trovarono rifugio e la chiesa venne circondata per settimane delle forze armate israeliane, un'operazione militare che è ancora avvertita in molti ambienti romani come un vulnus ai luoghi sacri del cristianesimo. Particolarmente delicata è anche la condizione della chiesa cattolica di Terra Santa che ha giurisdizione su tre paesi (Palestina, Giordania e Israele) e conta circa quattrocentomila fedeli in larga maggioranza arabi.

Il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah, palestinese nato a Nazareth, non ha mai taciuto la propria condanna per l'atteggiamento israeliano verso la popolazione araba, per la costruzione del muro, per lo stato d'assedio. Nell'agosto 2003, per volontà diretta di Giovanni Paolo II, gli venne affiancato un ausiliare, Jean-Baptiste Gourion, ebreo convertito al cristianesimo, con l'incarico della cura pastorale dei fedeli cattolici di espressione ebraica. Una scelta molto discussa, che fu percepita come la volontà di riequilibrare le relazioni con Israele soprattutto da un punto di vista politico, attenuando il carattere originario arabo della chiesa cattolica di Terra Santa visto il numero ridottissimo di ebreo-cattolici.

Dopo la morte del vescovo Gourion, avvenuta lo scorso 23 giugno, la reazione vaticana eccezionalmente decisa di questi giorni nei confronti di Israele può anche avere la conseguenza indiretta di tranquillizzare la maggioranza araba dei fedeli su eventuali innovazioni di giurisdizione, che pur sono state riproposte anche in questi ultimissimi giorni.

L'episodio, al di là della sua straordinarietà per toni e sostanza verbale, indica il permanere di diffidenze ancora profonde e assai sedimentate che l'occasione dell'aprirsi di un nuovo pontificato ha bruscamente rimesso sotto gli occhi di tutto il mondo. La crisi troverà una sua soluzione formale: sono già al lavoro numerosi uomini di buona volontà di entrambe le parti e l'esito avrà forse anche qualche ricaduta sugli equilibri della curia romana, ma i nodi di fondo resteranno ancora non sciolti, almeno sino a che non si ridefinirà una strategia complessiva della presenza della Chiesa in un mondo che vede oramai il Novecento definitivamente concluso e le sue categorie sempre più affidate alla storia.

Rispetto all'impianto generale dato da Giovanni Paolo II ai rapporti internazionali, appare oramai chiaro che il radicarsi di un terrorismo globale, ispirato al radicalismo islamico, ha introdotto elementi di mutazione tali che le relazioni con l'Islam da un lato e con le comunità colpite da attacchi terroristici dall' altro, sono destinate a divenire un elemento fondamentale nel prossimo futuro del pontificato di Benedetto XVI.

Il viaggio a Colonia, con i due incontri con ebrei e musulmani, sotto questo punto di vista assume un importanza straordinaria e permetterà di interpretare con maggiore chiarezza le linee di sviluppo che Benedetto XVI intende delineare per l'agire della Chiesa universale.

L'anno che vede il quarantesimo anniversario della costituzione Nostra Aetate, con la quale il Concilio Vaticano II innovava profondamente le basi delle relazioni tra Chiesa ed ebraismo, non poteva offrire prove più severe a chi è interessato a un confronto fecondo e sempre più necessario tra le tre religioni di Abramo.

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