![]() |
| Anno 2005 | |
|
|
Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si è presentato, nella sua visita alla Repubblica popolare cinese, come alfiere della democrazia e dei diritti umani, di quelli religiosi in primo luogo. Nato protestante e rinato a 40 anni nella pratica cristiana evangelica, Bush ha assistito domenica 20 novembre a Pechino alla messa nella chiesa riformata di Gangwashi. Ha poi esortato il presidente cinese Hu Jin-tao ad aprire un dialogo con il Dalai Lama e a invitare a Pechino esponenti del Vaticano per affrontare le questioni aperte con la chiesa cattolica.
Indicazioni ben precise che, se poste in relazione con i suoi precedenti interventi, evidenziano una strategia in materia di affari religiosi netta, certamente elaborata con il contributo determinante di Condoleezza Rice, che richiama quella di Ronald Reagan nei confronti dell’Urss e dell’Europa orientale ai tempi della Guerra Fredda. Le differenze però tra l’Unione Sovietica di vent’anni fa e la Cina di oggi sono immense e non è detto che i risultati, in un’ottica di concorrenza globale, possano essere simili. Senza considerare che il legame, anche emotivo, che si dava allora tra il papa che veniva dalla Polonia e il progetto di contenimento del comunismo ad est non appare certo riproponibile nella relazioni tra Benedetto XVI e Cina. Per il momento la dirigenza cinese ha mostrato di voler praticamente oscurare la visita e le affermazioni del presidente americano, offendo loro un rilievo quasi nullo sui mezzi di comunicazione di massa. Per comprendere in quale situazione vadano a collocarsi gli interventi di Bush può essere utile richiamare alcuni momenti attuali della vita religiosa in Cina, con particolare riferimento alla chiesa cattolica. Il rapporto tra chiesa romana e governo cinese può essere, infatti, un buon punto di paragone per capire alcuni elementi delle scelte di quel paese. L’invito, da parte di papa Benedetto XVI, a quattro vescovi cinesi a partecipare ai lavori del Sinodo mondiale dei vescovi tenuto a Roma lo scorso ottobre e il mancato consenso da parte del governo cinese al loro viaggio (giunto dopo un primo tacito assenso) hanno riportato all’attenzione del mondo lo stato dei rapporti tra Vaticano e Pechino e la situazione della chiesa cattolica nel grande paese asiatico. Quella cattolica è, all’interno di un paese di oltre un miliardo e trecento milioni di abitanti, una relativamente piccola minoranza di circa 12 milioni di fedeli, per lo più concentrati in aree rurali e in particolare nelle due province di Hebei (situata a nord del Fiume Giallo e che comprende anche Pechino) e di Shaanxi (nella regione nord occidentale, un tempo punto nevralgico per i traffici commerciali tra Oriente e Occidente, da cui partiva la via della Seta). Nelle due province esistono addirittura alcuni villaggi nei quali i cattolici rappresentano la maggioranza degli abitanti. Vi è stato, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, almeno un caso, forse due, di vescovi cinesi continentali elevati in pectore al cardinalato. Dopo la fondazione della Repubblica popolare cinese (1949) la chiesa cattolica ha subito violente campagne di persecuzione, aggravatesi negli anni della guerra di Corea, mentre il decennio della rivoluzione culturale (1965-1975) ha segnato la fase più tragica della sua esistenza. La nascita dell’Associazione patriottica cattolica e lo sviluppo di una chiesa nazionale di Cina (volta a volta detta anche patriottica o ufficiale) staccata dalla Santa Sede, sono stati i risultati delle politiche del governo degli anni 50, il cui fine era controllare direttamente la vita religiosa e la nomina dei vescovi. Alla chiesa ufficiale si affiancò da subito l’ esistenza di una chiesa clandestina, non ufficiale, la cui gerarchia si mantenne compiutamente fedele al riconoscimento del primato del Papa. Il quadro della chiesa cinese non è però semplicisticamente riducibile a due realtà contrapposte. Siamo piuttosto di fronte a una situazione molto complessa dal punto di vista storico, ecclesiastico e canonistico, assai difficilmente classificabile con categorie univoche. Rimangono aperti ampi spazi di ambiguità. Sono state possibili interrelazioni tra le due realtà ecclesiali, ufficiale e non ufficiale, tanto che si sono verificati casi di persone che hanno ricoperto allo stesso tempo un ruolo in un’organizzazione ecclesiale e un altro nella seconda. Si dovrebbe parlare inoltre, più propriamente, di chiese registrate o non registrate presso il governo e il suo Ufficio degli affari religiosi, che, nella interpretazione dei rapporti tra Stato e confessioni religiose, è erede fedele della millenaria tradizione imperiale. A condizionare la libertà di espressione religiosa, ancor prima della applicazione di teorie comuniste, interviene spesso la storica e ben radicata dottrina cinese della subordinazione della religione al potere politico. Inoltre, nella mentalità della potente burocrazia di Stato e di partito, vi è ancora un’associazione tra chiese cristiane e potenze straniere, con il timore che favorendo le istituzioni ecclesiali si possa apparire antinazionali e di conseguenza divenire oggetto di punizioni o emarginazioni. Da qualche anno si è avviato un cammino di riconciliazione tra la chiesa ufficiale e quella non ufficiale, con un riconoscimento dei propri ruoli. Si è usciti così da una situazione in cui tutto appariva in bianco o nero. Ora le sfumature sono assai più percepite, mentre risulta anche evidente che non esistono sostanziali differenze dogmatiche tra l’una e l’altra. Vi sono oggi 74 vescovi ufficiali o patriottici e 46 non ufficiali o clandestini. Dei 74 ufficiali solo una decina, però, non sono riconosciuti da Roma, a dimostrazione di una integrazione ormai assai avanzata. In Cina la vita religiosa è condizionata da regolamenti che garantiscono l’esercizio del culto solo a comunità registrate e controllate, che devono riconoscere la supremazia del partito comunista e seguire le indicazioni del governo. La costituzione ammette, in teoria, la libertà religiosa ma non esistono meccanismi di garanzia e poiché la Cina concepisce il diritto alla libertà religiosa come una concessione dello Stato e non come un diritto innato della persona, si può manifestare il proprio credo solo se è riconosciuto ufficialmente dalle autorità governative. Tra le comunità cristiane non è solo la chiesa cattolica a vivere una condizione difficile. Anche le chiese protestanti, tra l’altro numericamente più rilevanti (vi sono stime che ne valutano li aderenti tra i 70 e gli 80 milioni) e che hanno sviluppato una particolare organizzazione di “chiese domestiche” formate da gruppi di fedeli indipendenti e non registrati presso il governo, subiscono la medesima situazione, che continua a essere nella sostanza improntata alla violazione dei principi universali sulla libertà religiosa. La Cina, che fa parte dell’ Organizzazione mondiale del commercio (Wto) e che si prepara a ospitare le Olimpiadi del 2008, è un paese per molti aspetti schizofrenico, diviso tra realtà di sfacciata ricchezza e momenti di povertà assoluta, lanciato verso la rivoluzione digitale ma travolto da ricorrenti epidemie (dalla Sars all’influenza aviaria) dovute alle drammatiche condizioni igieniche e alla straordinaria debolezza del sistema sanitario, con stili di vita nelle città e nelle campagne lontanissimi tra loro. La lunga marcia verso la modernizzazione economica procede a ritmi forzati, ma aumentano disoccupazione, abbandono e sradicamento sociali, mentre non appare ancora valutato in tutta la sua importanza il vincolo energetico allo sviluppo futuro del paese. L’interesse del governo cinese ad avere regolari rapporti con il Vaticano appare conclamato, in quanto sarebbe una certificazione mondiale di accettazione morale. Il riconoscimento sosterrebbe indubbiamente le diverse offensive diplomatiche cinesi, volte a rafforzare le proprie posizioni politiche, economiche e commerciali nel contesto internazionale. Verso l’Europa vi è anche l’obiettivo di eliminare l’embargo alla vendita di armamenti alla Cina in atto dal 1989, dopo i fatti di Tienanmen. Relazioni più stabili e distese con Roma potrebbero anche in parte attenuare nella memoria del mondo la grave questione del Tibet e l’esilio del Dalai Lama così come il mantenersi di permanenti controlli sugli altri culti e la feroce persecuzione dei membri del movimento religioso (o quasi religioso) Falun Gong con il pretesto che è una “setta malvagia”. Roma, da parte sua, sa che uno stato positivo delle relazioni con il governo è un fattore decisivo per lo sviluppo della chiesa, soprattutto se otterrà che i vescovi divengano i veri interlocutori dello Stato, riducendo le pretese di controllo dell’ Associazione patriottica, e che la nomina dei vescovi sia di competenza della Santa Sede. Da alcuni anni si sono avviati “contatti” tra Roma e Pechino che hanno segnato fasi alterne. L’assenza dei vescovi cinesi al Sinodo di ottobre, unitamente alla ripresa di brusche iniziative repressive all’interno, ha fatto riemergere una immagine chiusa della leadership cinese e le affermazioni (riconducibili al genere letterario del “basta parole, ora fatti”) del portavoce del ministero degli Esteri, Kong Quan, a commento delle dichiarazioni del segretario di Stato cardinal Angelo Sodano sulla disponibilità vaticana a trasferire la nunziatura da Taipei a Pechino, hanno riproposto una situazione sostanzialmente bloccata. Ma, ad osservare con attenzione, altri segnali apparirebbero contraddire una visione troppo pessimistica. Una intervista all’arcivescovo di Xian, Antonio Li Duan (unanimemente stimato da tutti i cattolici cinesi, riconosciuto ufficialmente dal governo e uno dei quattro vescovi invitati dal papa al Sinodo), pubblicata in prima pagina dal “Sole 24 Ore” del 13 novembre 2005, lascia intendere che il dialogo continua e che potrebbe concludersi positivamente. Probabilmente vi è in atto un tentativo del governo di condizionare la trattativa con una politica di “stop and go”, senza però rischiare di compromettere, come è stato per l’umiliazione internazionale subita a causa dell’assenza ai funerali di Giovanni Paolo II, l’immagine dinamica e positiva che la Cina vuole dare di sé. Alle aperture della Santa Sede il governo cinese ha sempre risposto ponendo come pre-condizioni che il Vaticano rompesse le relazioni con Taiwan e accettasse di non intromettersi negli affari interni della Cina, il che, sciogliendo il linguaggio di Pechino, vorrebbe dire una rinuncia alla scelta diretta dei vescovi, in quanto la Cina considera le nomine dei vescovi da parte di Roma una interferenza politica. La questione dell’avvio di relazioni diplomatiche rappresenta solo uno degli elementi presenti sul tavolo delle discussioni. Due livelli sono, infatti, riconoscibili e intrecciati: uno ecclesiale, l’altro diplomatico. Un aspetto è la vita della chiesa di Cina, l’altro è quello delle relazioni tra Vaticano e Cina e uno non può fare a meno dell’altro. Negli anni ’80 vi fu in Cina una forte espansione delle vocazioni sacerdotali, frutto probabilmente anche di una ricerca di spiritualità in conseguenza della crisi del sistema comunista. Oggi questo flusso è molto rallentato, sia per gli effetti oramai evidenti della politica di controllo delle nascite, sia perché la nuova condizione della economia offre certamente scelte professionali più attraenti e gratificanti. Le nuove leve, però, hanno fatto sì che le innovazioni del Concilio Vaticano II si siano affacciate nella vita quotidiana dei fedeli, che per molti versi è ancora largamente influenzata da una spiritualità debitrice soprattutto al Concilio di Trento. Una dimostrazione di come siano intrecciati il piano diplomatico e quello religioso è offerta dalla questione aperta del riconoscimento reciproco dei confini diocesani. Al momento convivono due divisioni, successive e alternative, delle diocesi: quella del 1946, decisa a Roma, con 137 diocesi e quella stabilita nel 1998 dalla conferenza dei vescovi (ufficiali) cinesi, approvata dal governo, con 115 diocesi. Alcune diocesi possono quindi essere canonicamente non legali, o viceversa, altre possono non essere amministrativamente riconosciute dal governo. La mancanza di relazioni con Roma impedisce anche solo l’avvio di una discussione del problema. Vi sono ancora da chiarire molti punti prima che una intesa complessiva tra Roma e Pechino sia possibile. Ad esempio, cosa ne sarà della chiesa non ufficiale e dei rapporti con i cattolici di Taiwan che hanno nel cardinal Paul Shan un rappresentante intelligente e prestigioso? Si dovrà operare con attenzione per tutelare tutti gli aspetti della tradizione della chiesa e stabilire minimi principi di libertà religiosa e civile. Tra chiusura ideologica e apertura imposta dalle relazioni internazionali la Cina continua, infatti, ad arrestare vescovi e sacerdoti della chiesa non ufficiale. L’8 novembre è stato arrestato, per l’ottava volta dal 2004, il vescovo non ufficiale mons. Giulio Jia Zhiguo di 70 anni, dei quali 20 trascorsi in carcere. Né si può dimenticare la situazione di molti altri vescovi e sacerdoti tuttora sotto stretto controllo di polizia, quando non incarcerati. Nel settembre di quest’anno il governo della provincia di Hebei ha avviato una nuova campagna di persecuzione contro la chiesa cattolica non ufficiale, con l’obiettivo di far registrare tutti i cattolici, ma soprattutto i religiosi, all’Ufficio statale per gli affari religiosi e di farli iscrivere all’Associazione patriottica. Sebbene esistano differenze profonde tra il governo cinese e il Vaticano, gli interlocutori lasciano intendere però di essere nelle condizioni di affrontarle. Da qualche tempo, e da più parti, vi sono apprezzabili segnali di novità e si avverte che qualche cosa sta cambiando nel mondo cinese. Si sta consolidando una prassi di doppi riconoscimenti paralleli nelle nomine dei vescovi, con soluzioni di compromesso che solo tradizioni millenarie come quella della chiesa e della Cina possono rendere possibili. Si riesce così nello stesso tempo a soddisfare il diritto di nomina da parte della Santa Sede e la volontà dello Stato di ammettere solo vescovi che abbiano il suo riconoscimento. L’esito è che si sta formando, lentamente ma con sicurezza, una grande maggioranza di vescovi che hanno una doppia approvazione, distinta ma convergente. Si sta inoltre verificando un vasto e profondo rinnovamento che trasforma radicalmente la composizione dell’episcopato cinese. Gli anziani pastori, appartenenti alla generazione che ha vissuto decenni di sofferenze e persecuzioni, sono sostituiti da vescovi molto giovani. La cesura causata dalla rivoluzione culturale ha portato a saltare un’intera generazione. Troviamo in Cina i vescovi più giovani del mondo, consacrati magari poco più che trentenni. Una generazione che quando morì Mao, nel 1976, era ancora bambina. Questo dato anagrafico, al quale vanno affiancati una formazione affinatasi con soggiorni all’estero e una forte sensibilità ecumenica, ci indica quali enormi potenzialità racchiuda la chiesa cinese e come possa proiettarsi verso il futuro con energia e libera dagli impacci del passato. Secondo quanto si ricava dalle parole recenti del cardinale Angelo Sodano, non sono tanto i problemi diplomatici a ostacolare l’intesa, quanto quelli relativi alla libertà religiosa e alla concezione di chiesa che è “una, in tutto il mondo, in tutte le culture, in tutte le nazioni”, il che significa anche respingere, nuovamente, ogni tentativo di insinuare divisioni nella chiesa cinese. Secondo Sodano “i governi civili non hanno diritto di dire agli uomini e alle donne come devono vivere la loro fede” con un appello quindi alla definizione concordata delle questioni decisive della libertà religiosa. Da parte sua l’autorevole vescovo di Hong Kong mons. Joseph Zen, mentre sostiene che è irragionevole chiedere al Vaticano di rompere con Taiwan prima dell’inizio di seri negoziati, si dice però ottimista sul progresso dei contatti. Le discussioni tra le parti quindi continuano, anche se è impossibile definire i tempi di un loro sbocco positivo. Anche nel caso delle questioni religiose appare evidente la necessità che si sviluppi una strategia complessiva verso la Cina che vada oltre il mero riconoscimento reciproco e che sia consapevole del ruolo che quel paese avrà negli anni a venire. La Chiesa sta maturando quella riflessione e appare pronta per nuove relazioni con la Cina. Ma è pronta la Cina?
|