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| Anno 2005 | |
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I cambiamenti avvenuti nel sistema internazionale e nella società italiana nell’ultimo decennio hanno profondamente influito sulle forze armate italiane, che hanno dovuto rivedere, trasformare e adattare alcuni moduli organizzativi della loro struttura. Si pensi, in termini di cambiamento organizzativo, a quale impatto hanno avuto fenomeni come l’abolizione della leva obbligatoria, la professionalizzazione delle forze armate e l’ingresso delle donne nei Corpi militari dello Stato.
Fra i settori nei quali la risposta del comparto Difesa è stata più adeguata ai nuovi input provenienti dall’ambiente, si può annoverare quello della comunicazione, nel quale sono stati fatti progressi notevoli sia dal punto di vista istituzionale e organizzativo sia rispetto alla formazione professionale del personale addetto ad attività di comunicazione e pubblica informazione. Del resto, anche l’amministrazione della Difesa sembra avere ormai compreso appieno che aprirsi al mondo esterno non è più soltanto un dovere istituzionale, come peraltro sancito dalla legge 150 del 2000, ma anche e soprattutto una priorità strategica, in quanto modalità attraverso la quale venire incontro alle aspettative delle persone per modificarne, se occorre, i giudizi o fare accantonare gli eventuali pregiudizi. Tuttavia, nonostante i progressi fatti nel comunicare verso l’esterno, buona parte della opinione pubblica italiana, anche di quella ben informata, sembra ancora ignorare ciò che le nostre forze armate sono e fanno tanto sul piano nazionale, dove i nostri militari svolgono attività molto importanti e assai eterogenee ma troppo spesso sconosciute, quanto durante le missioni multinazionali cui prendono parte, nel corso delle quali l’ampia risonanza data ad attività umanitarie e di cooperazione civile-militare ha creato simpatie e apprezzamenti da parte del pubblico senza però informare correttamente su quanto sia ampia e variegata la loro attività operativa in teatri ad alto rischio come quelli nei quali sono impegnati attualmente o lo sono stati in passato, dai Balcani al Medioriente, dal Corno d’Africa all’Asia centrale. Queste lacune informative, controproducenti nel lungo periodo per la formazione di un’immagine realmente consona alle forze armate, potrebbero essere colmate potenziando e diversificando la comunicazione verso la società civile, tanto più in una fase come quella attuale, in cui la pubblica opinione sembra più propensa a recepire messaggi relativi a tematiche di sicurezza e difesa, per quanto alcuni dei suoi settori siano ancora inclini a strumentalizzarne i contenuti o ad alterarne i significati. D’altra parte, se è vero che le funzioni di ben rappresentare le nostre forze armate e di legittimare gli scopi del loro impiego dovrebbero spettare in primo luogo alla classe politica, è anche vero che lo stesso settore militare, con sapienza e tatto, può fare molto per rappresentare al meglio se stesso e far comprendere l’estrema rilevanza della funzione sociale di difesa e protezione cui è destinato. Se per fare tutto questo può non essere (ancora) opportuno concepire e realizzare campagne informative rispetto all’elevato livello di preparazione dei nostri reparti (speciali e non) nell’assolvimento delle funzioni combat, si potrebbe iniziare con il portare a conoscenza dell’opinione pubblica il ruolo svolto dalle forze armate in settori rimasti finora meno valorizzati in termini d’informazione e comunicazione, ma non per questo meno rilevanti in termini strategici. Si pensi, in particolare, ad alcune fondamentali attività di rilevanza sociale e culturale che i nostri militari sanno svolgere non meno bene di quelle più tipicamente marziali: ad esempio quelle svolte dall’Esercito in concorso con altre autorità nell’ambito della cooperazione civile-militare o quelle di competenza della Marina nel settore della vigilanza pesca, del concorso al controllo immigrazione o all’inquinamento ambientale. Inoltre, potrebbe essere opportuno aumentare l’attività di informazione e comunicazione in settori che la Difesa non può non considerare come bacino indispensabile per mantenere costanti - se non per aumentare - i livelli di consenso da parte dell’opinione pubblica. Si pensi al mondo delle università dove, salvo rare eccezioni nel settore della formazione post-laurea o della ricerca in materie affini ai settori della sicurezza e difesa, le forze armate non sono sufficientemente conosciute e apprezzate come dovrebbero, anche a causa di taluni pregiudizi e retaggi culturali, che però proprio una specifica attività di comunicazione potrebbe notevolmente attenuare. Altra cosa che sembra utile, ai fini di una migliore comunicazione verso l’esterno e di una compenetrazione maggiore fra forze armate e società civile, è un ripensamento del linguaggio utilizzato dal mondo militare. Se è pressoché inevitabile che nella comunicazione interna la terminologia di riferimento sia tecnica e uniforme, è altrettanto importante che le forze armate comunichino verso l’esterno utilizzando un linguaggio comprensibile, accessibile e privo di termini troppo specialistici. Del resto, se è vero che in questo campo sono stati fatti progressi significativi in quanto a uso di strumenti lessicali e tecnologici dinamici e fruibili anche dai non addetti ai lavori, è anche vero che la comunicazione esterna, realizzata attraverso canali d’informazione più o meno tradizionali, non appare ancora del tutto adeguata a sollecitare i feed back che potrebbe - e dovrebbe - garantire. Un esempio lampante è rappresentato dalle riviste di forza armata, veicolo d’informazione e comunicazione diretto, com’è noto, non soltanto all’interno del settore militare, ma anche al di fuori di esso: il linguaggio utilizzato in queste riviste resta, sotto certi aspetti, ancora troppo complesso per un pubblico di non addetti ai lavori. Inoltre, si potrebbe prendere in considerazione un eventuale potenziamento del mezzo televisivo per realizzare processi di comunicazione riguardanti l’ambito militare. D’altra parte, la televisione può realizzare processi di comunicazione estesi e capaci di raggiungere l’immaginario collettivo e, cosa ancora più importante, senza il bisogno imperativo di dover realizzare costose fiction che potrebbero correre il rischio di alterare in modo eccessivo la realtà, banalizzandola o gonfiandola a seconda dei casi e dei punti di vista. In tal senso, modelli di riferimento potrebbero essere, semplicemente, alcuni brevi spot del ministero della Salute che hanno saputo sapientemente coniugare format e contenuti dei messaggi da diffondere. Infine, il comparto della Difesa può migliorare la sua capacità di informare e comunicare attraverso l’adozione di un vero e proprio Piano di comunicazione istituzionale delle forze armate. Il Piano dovrebbe dettare delle linee guida strategiche e prevedere una serie di strumenti operativi volti a conseguire obiettivi predefiniti, anche attraverso un potenziamento quantitativo e qualitativo della comunicazione interna e interforze e lo scambio di ‘best practices’, proponendo l’adozione di strumenti e moduli che possano favorire lo scambio di esperienze organizzative e di pratiche utili a migliorare le relazioni con i cittadini, con un’attenzione particolare ai canali di ritorno tramite cui veicolare e misurare le reazioni del pubblico. Analoghi piani di comunicazione sono stati adottati con successo sia da altri settori dell’amministrazione dello Stato (ad esempio il Maecom della Farnesina) sia da realtà aziendali particolarmente consapevoli dell’importanza strategica di una buona comunicazione. Sembra che nel settore della comunicazione le nostre forze armate abbiano fatto progressi senza dubbio notevoli, ma per diffondere all’interno della società civile del paese una più completa e corretta conoscenza delle loro attività è necessario proporre ulteriori ripensamenti e apportare modifiche rispetto all’attuale stato dell’arte, tanto dal punto di vista organizzativo e istituzionale quanto a livello di strategie, tecniche, strumenti e contenuti. Questo, nella convinzione che il traguardo ultimo della comunicazione esterna delle forze armate debba essere la conquista del consenso. Un consenso che non sia passiva accettazione di decisioni adottate ai livelli direttamente responsabili o semplice presa d’atto di eventi maturati in ambiti ristretti, ma si estrinsechi in una compartecipazione matura e consapevole, sia pure indiretta, della società tutta nelle sue diverse articolazioni.
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