Anno 2005

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Convegno Ds, intervento dell’onorevole Antonio Martino

Pagine di Difesa, 12 novembre 2005

Intervento dell’onorevole Antonio Martino, ministro della Difesa, al convegno Ds "Le nuove sfide della difesa italiana" del 7 novembre 2005

Onorevole Fassino, Onorevole Minniti, colleghi Deputati e Senatori, Autorità, Signore e Signori, a tutti rivolgo un cordiale saluto che indirizzo con particolare calore agli organizzatori di questo incontro, così attuale, così importante; e così delicato per le tematiche che tratta e per il momento in cui si tiene: in una fase ormai pre-elettorale e nel pieno di una crisi politica e diplomatica seguita alle dichiarazioni del Presidente iraniano su Israele. Di fronte a parole inaccetabili, il nostro Paese ha ritrovato una coesione interna che, sulla politica estera, sembrava smarrita. Certo, vi sono stati distinguo nella fattispecie della protesta, ma vi è stata una unità sostanziale. E questo è una fatto positivo. Lo dico a pochi mesi dalle elezioni, perché le grandi questioni riguardanti la difesa e la sicurezza del Paese vanno affrontate con serietà e responsabilità. Sono questioni che riguardano non una o l'altra parte politica, ma l'Italia intera. Per questo ho raccolto con piacere l'invito dell'amico Marco Minniti a partecipare a questa sollecitazione dei DS ad affrontare un tema di tale portata e vedo con soddisfazione tanta qualificata presenza a questo incontro.

Nella passata Legislatura, sulle grandi tematiche militari l'allora Governo di centrosinistra e l'opposizione di centrodestra trovarono accordi capaci di dare frutti fecondi: la riforma dei Vertici, il servizio militare femminile, la fine della leva con la professionalizzazione definitiva delle Forze Armate, l'elevazione a Forza Armata dei Carabinieri. Chi ne ha beneficiato è stata l'Italia. In questo medesimo spirito, credo, dobbiamo ora tornare. Per guardare con visione nuova agli argomenti su cui maggioranza e Governo da un lato, ed opposizione dall'altro, hanno avuto divergenze che sono andate oltre il fisiologico per una grande democrazia quale noi siamo e vogliamo restare. La convergenza di vedute registratasi dopo i fatti dell'11 settembre si spense rapidamente sulla questione afgana, come se la partecipazione ad ISAF avesse una valenza di pace, e pertanto fosse accettabile, mentre quella alle operazioni terrestri di Enduring Freedom violasse confini di qualche natura. A distanza di mesi, con serenità, mi domando - senza polemica alcuna - quale sia stato il senso di quel distinguo. Perché i terroristi si possono combattere nei chek-point delle città ma devono essere lasciati liberi sulle montagne?

La fermezza dimostrata nella contingenza afgana ha dato i suoi frutti, ovviamente nei limiti in cui è possibile in una realtà ove il fanatismo e la violenza sono abitudini consolidate nell'alveo di tradizioni millenarie. Eppure vi sono state libere elezioni, prima per il Presidente, poi per il Parlamento. Vi è un Governo legittimo, si è avviato un processo di rafforzamento dell'entità statuale. Come sapete, sul territorio è anche operante l'attività dei team di ricostruzione a guida NATO, per ora nella zona di Kabul, a nord, e nella parte occidentale del paese; si sta procedendo all'estensione anche a Sud di questa preziosa missione civile-militare. Molti dei presenti a questo convegno sono andati in Afghanistan, hanno visto di persona la situazione reale, la desolazione, la povertà. Hanno visto il lavoro dei nostri soldati. Domando: saremmo giunti ad invertire la rotta senza una sinergia fra ISAF ed Enduring Freedom? Che sicurezza avremmo garantito senza un controllo del territorio il più vasto e completo possibile? In Afghanistan, la sfida è vinta, per ora. Ma non possiamo cedere; tutto potrebbe precipitare, non illudiamoci. La presenza internazionale deve continuare, come richiesto dal Governo di quel Paese, contribuendo alla ricostruzione ed al contrasto ad ogni possibile rinascente minaccia terroristica. E la presenza nazionale, sulla cui opportunità anche la gran parte delle forze di opposizione oggi conviene, ha senso se inserita pienamente nella missione.

Sull'Irak è inutile nascondere le diversità che hanno diviso Governo ed opposizione. Difficoltà purtroppo aggravate dalle divisioni europee in merito alla guerra prima e alla partecipazione alla missione di stabilizzazione poi. L'Italia non ha partecipato alla guerra. L'ho ricordato io, lo ha ricordato il Presidente Berlusconi. Non è il caso, ritengo, di ricordarlo ancora. Siamo andati successivamente, quando Saddam Hussein non c'era più ma restava un Paese da ricostruire, fra rischi di una guerra civile e infiltrazioni di terroristi e criminali. Restiamo ai fatti. Le elezioni si sono svolte con una partecipazione che non lascia dubbi sulle aspettative degli irakeni e sulla loro condivisione in merito al processo politico in corso. Belle e nobili sono state le parole del Segretario Fassino, quando ha indicato negli elettori in fila davanti ai seggi, a rischio di divenire vittime di un attentato, i veri protagonisti della resistenza irakena, quella vera, quella con la "R" maiuscola. Chi vi sia dall'altra parte, lo sappiamo. Tagliagole, criminali, fanatici che non esitano a sacrificare bambini di 10 anni con la cintura dei kamikaze. Non si può essere indifferenti o neutrali davanti a questi fatti. Non si possono anteporre logiche di politica interna quando ci si trova di fronte a queste situazioni.

L'Italia, sull'Irak, sta dando prova di decisione e intelligenza. Governo e opposizione credo possano convergere su una ipotesi di ritiro graduale, subordinato alla effettiva situazione sul campo ove, via via, iniziano ad operare i reparti militari e di polizia formati e addestrati dalle forze internazionali. Tra ritiro e fuga c'è però una differenza. E quella differenza ha un nome: tradimento. Mi piace che di questo si inizi ad avere ampia percezione, perché a pagare le possibili conseguenze di eventuali, future scelte errate sarebbero le genti di Nassiriya in primo luogo e la credibilità globale del nostro Paese successivamente. Né una cosa né l'altra debbono accadere. La sfida, in Irak è più ampia dello stesso teatro nazionale. E' in gioco la pace di tutto il medioriente, che non trova certo sostenitori nei regimi autocratici o fondamentalistici per i quali l'odio anti-israeliano è una fonte di legittimazione interna.

Non voglio rubare il mestiere al collega Fini, che sta facendo un ottimo lavoro a sostegno del processo di pace fra israeliani e palestinesi. Di sicuro, vanno fronteggiate le azioni a sostegno dei gruppi terroristici che intendono operare partendo dal territorio oggi amministrato dalle autorità palestinesi; non è possibile accettare anche solo l'ipotesi che Stati sovrani alimentino il fuoco della violenza. Non è possibile. Al tempo stesso in cui stiamo vicini ad Israele stiamo anche vicini al popolo palestinese, di cui conosciamo le vicissitudini. Sosteniamo la crescita della democrazia anche lì, perché solo un libero governo - sottratto al ricatto dei terroristi - potrà essere attore della distensione regionale e garantire un futuro più sereno a chi ha tanto sofferto.

La sfida - pertanto - è quella di aiutare l'Irak a restare unito, a consolidare la fragile democrazia, a costruire una nuova entità statuale con uomini che abbiano il senso dell'amministrazione e del servizio. Non è facile quando si ha alle spalle una storia così convulsa e travagliata come quella irakena. La sfida, però, va affrontata. Sapendo quale sarebbe il prezzo in caso di sconfitta: un medioriente in fiamme, un mercato del petrolio in totale incertezza con ripercussioni drammatiche sulle economie, una ripresa del terrorismo, un allontanamento fra il mondo occidentale e quello islamico. Non possiamo permettercelo. Al contrario, un consolidamento della democrazia in Irak potrebbe avere ripercussioni positive in tutto il mondo arabo e musulmano. Dimostrerebbe che la democrazia è possibile anche in quel contesto, che non hanno senso le autocrazie e le follie del fondamentalismo. A restare isolati sarebbero i fomentatori di violenza.

Dicevo prima delle ripercussioni delle vicende irakene sui rapporti fra Europa ed America. Non giro intorno ai problemi. Mi chiedo, però, se abbia avuto senso mettere in contrapposizione il legame con gli Stati Uniti con il conseguimento di una maggiore unità Europea. Se mi consentite una battuta, quando si parla di questi argomenti, io mi sento l'uomo del paradosso. Perché sono tacciato di essere la punta di iceberg dei "filoatlantici" ma si dimentica che, in parte, l'Europa è nata a casa mia: nel senso letterale del termine. Non posso tradire la memoria di mio padre, lo spirito della conferenza di Messina, l'eredità di De Gasperi, di Adenauer, di Shumann. Anche qui c'è una sfida, e pongo delle domande. Ad alcune di queste potranno rispondere gli illustri diplomatici che prenderanno poi la parola. Mi chiedo se, a distanza ormai di tempo dallo "strappo" atlantico, abbia ancora senso parlare di un vago multilateralismo nelle relazioni internazionali, quasi che su questa sponda dell'Atlantico si pensi di trovare maggiori sintonie con Paesi ove la democrazia è ancora fragile o del tutto assente rispetto a quanto si può fare con gli Stati Uniti d'America. Mi chiedo se si può pensare di fare unico riferimento alle Nazioni Unite con il velato proposito di trasformarle in un foro antiamericano. Non che l'antiamericanismo sia un reato di "lesa maestà", figuriamoci; ma lo lascio volentieri ai no-global e al grande Armando Maradona, ultimo dei convertiti al castrismo.

Il tanto criticato unilateralismo degli Stati Uniti, con le sue appendici della "vecchia" e "nuova" Europa e delle "coalizioni dei volenterosi" non è stato forse anche il frutto di una guerriglia condotta al Palazzo di Vetro? Quali sarebbero, poi, le capacità operative di una coalizione internazionale in una missione di pace, se privata degli assetti americani? Mi chiedo - per ultimo - cosa sarebbero le relazioni internazionali se le democrazie industrializzate cessassero di condividere il patrimonio di valori comuni, iniziando a operare - su scala planetaria - come le potenze europee del XVIII e XIX secolo, con scambi continui di alleanze in ricerca di equilibri più vantaggiosi o di nuove egemonie. Bastò uno sparo, a Sarajevo, per far esplodere un castello pieno di tensioni, di odii, di desideri di predominio. Non può, allora, essere l'antiamericanismo il collante delle prossime tappe del processo europeo. Un processo, fra l'altro, che anche perché debole e contraddittorio, ha subito una battuta di arresto con i referendum francese e olandese, e ora deve trovare nuove ragioni per progredire.

La stasi va superata non con spirito di ripicca o con la riproposizione di stantie visioni nazionalistiche, ma con idee nuove, con idee forti. Va considerata con attenzione - ad esempio - quella auspicata dal Premier Sharon nella recente visita del nostro Ministro degli Esteri: di conferire, cioè, "poteri reali" agli osservatori invitati a controllare il valico di Rafah, fra Egitto e Gaza, per scoraggiare infiltrazioni di armi e di terroristi. Se ne discuterà, sembra, al prossimo consiglio europeo.

L'Europa è in bilico fra decollo e declino e il tempo per rafforzare le capacità di pensare e agire in comune non è infinito. Una politica estera finalmente unitaria e organica, un pacchetto di forze militari comuni con forti capacità di proiezione, una condivisione del deterrente atomico, la ricerca di una posizione unica presso le Nazioni Unite. Queste potrebbero essere idee forti, da rilanciare, su cui discutere. Occorre coraggio e lungimiranza, come fu decenni addietro quando si trattava di risollevarsi dalle macerie della guerra e di difendere la democrazia dall'Unione Sovietica di Stalin. Sotto il semestre di presidenza italiana è stata definita la costituzione dell'Agenzia Europea per gli Armamenti. Successivamente, si sono definite le modalità di funzionamento e si sta ora giungendo ad attivare questo importante organismo. Credo che si tratti, in potenza, di una importante tappa per una maggiore integrazione del nostro Continente.

Integrazione politica e militare, innanzitutto. Perché l'Agenzia definirebbe programmi comuni di sviluppo di sistemi d'arma e di approvvigionamento, standardizzando le tante domande nazionali. L'Europa diverrebbe un grande mercato, con più forti capacità di programmazione, di ricerca e sviluppo, di efficacia della spesa per la Difesa. Di integrazione industriale e tecnologica, poi. E gli industriali partecipanti a questo convegno potranno illustrare l'argomento meglio di me. E' chiaro che di fronte a una grande domanda standardizzata, il comparto delle industrie per la Difesa non potrebbe che rispondere in maniera virtuosa, con altre aggregazioni, con altri progetti comuni, con maggiori investimenti in ricerca anche a contenuto duale.

I mezzi ed i sistemi d'arma più rilevanti sono ormai produzioni sovranazionali. Il Tornado e l'EFA, i nuovi sommergibili e le fregate Orizzonte, le future Fremm per le quali, faticosamente, viene trovata la soluzione per il loro finanziamento, la rete di sistemi e tecnologie per dare una potenzialità netcentrica alle forze terrestri, la missilistica, il munizionamento. Da questa strada non si torna indietro. La collaborazione europea non è alternativa a quella euroamericana. Il progetto JSF è un esempio vincente di prodotto comune, che consentirà una maggiore interoperabilità ed un forte risparmio di risorse. Nonostante le difficoltà finanziarie incontrate in questa fase di recessione internazionale, l'Italia ha onorato i propri impegni militari ed ha partecipato ai principali progetti di ammodernamento previsti per lo strumento militare nazionale.

Il giudizio positivo del Fondo Monetario Internazionale sulla Finanziaria del 2006 non può essere ignorato. L'equilibrio fra risanamento e sviluppo pone scelte drammatiche in fase di recessione e in scenari mondiali dominati da potenze commerciali emergenti. Frutti migliori potevano essere colti in fase di espansione internazionale. E lo potranno, nel futuro, se saremo capaci di riprendere la via della crescita economica con più decisione. Alla Difesa va il merito di aver saputo dare risposte alla sfida del mutamento di strategie, cultura militare, criteri operativi, infrastrutture, mezzi e materiali. Le Forze Armate sono cambiate, in meglio, rispetto agli anni passati. La prima, essenziale fase di risposta alla sfida apertasi negli anni 90, è stata superata, con il sostegno costante di Governo e Parlamento. Ma il tempo non si ferma; e il nodo della spesa militare resta come una spada di Damocle sul futuro, fortunatamente in scenari senza più tabù, senza pregiudizi ideologici, senza zone d'ombra. Grazie alle proprie Forze Armate, l'Italia ha mostrato al mondo intero compattezza, determinazione, coraggio. Stiamo difendendo la pace con i fatti, veri, reali, tangibili. Abbiamo dimostrato elevata capacità di integrazione multinazionale ed interforze anche in vere e proprie situazioni di combattimento. Abbiamo capacità e mezzi adeguati ai nostri fini. Tutto questo è un patrimonio per l'Italia intera. Ed è bello vedere che in tanti - pur da diversi punti di vista - la pensano così.

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