Anno 2005

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Apertura anno accademico Casd, intervento del Capo di SMD

Pagine di Difesa, 12 novembre 2005

Intervento del capo di stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giampaolo Di Paola, alla cerimonia di apertura dell’anno accademico 2005-2006 del Centro Alti Studi per la Difesa, Roma, del 9 novembre 2005

Signor Ministro della Difesa, Generale Camporini, Autorità, gentili ospiti, frequentatori è con vivo piacere che porgo a Voi tutti il caloroso saluto delle Forze Armate e mio personale, ed un sentito ringraziamento per essere convenuti qui al Centro Alti Studi della Difesa in occasione della cerimonia di apertura dell'Anno Accademico. Sono grato, in particolare, agli Onorevoli rappresentanti del Parlamento e del Governo che con la loro odierna presenza confermano l'attenzione delle Istituzioni verso le problematiche della sicurezza e della difesa.

Negli ultimi anni le Forze Armate italiane hanno prodotto uno sforzo senza precedenti sia per assicurare il contributo della componente militare alle iniziative per il perseguimento della sicurezza, della stabilità e della pace decise del Parlamento e dal Governo, sia per affrontare un processo di modernizzazione epocale, una vera e propria trasformazione per rispondere ai grandi cambiamenti di questi anni. Il cambiamento è un carattere permanente della storia; nel passato gli scenari di sicurezza e la natura stessa del concetto di sicurezza hanno subito una continua evoluzione. E' indubbio, tuttavia, che in alcuni momenti della storia i fattori di cambiamento esercitano una spinta di intensità e di ampiezza tale da trasformare l'evoluzione in vere e proprie rivoluzioni che sconvolgono, spesso imprevedibilmente e senza ritorno, situazioni ed assetti talvolta cristallizzati e consolidati da tempo. Questi punti o momenti di discontinuità dell'evoluzione vengono, per convenzione degli storici, definiti rivoluzione.

In epoca moderna, rappresentano ad esempio momenti di rivoluzione nella storia degli scenari di sicurezza e della natura dei conflitti: la maturazione del concetto di stato-nazione, dopo la pace di Westphalia a metà del '600; le guerre napoleoniche, alla fine del '700, quando la natura dei conflitti passò dal confronto fra eserciti al confronto fra nazioni; quella che possiamo definire come l'industrializzazione del conflitto avvenuta con la prima guerra mondiale e la nuclearizzazione del confronto, alla fine della seconda guerra mondiale, che culminò con la paradossale estremizzazione della confrontazione militare insita nel concetto di MAD (Distruzione Reciproca Assicurata). In altri termini la guerra estrema resa impossibile dalla estremizzazione della guerra.

Questi momenti di rivoluzione nello sviluppo degli scenari e del concetto di sicurezza hanno caratteristiche comuni. In primo luogo si sviluppano ancorché in maniera latente, in un periodo di incubazione a volte lungo, per manifestarsi in tutta evidenza in un certo accadimento, che identifichiamo anche temporalmente come l'evento scatenante. Un evento che visto con gli occhi di poi ci appare quasi ineludibile. Un secondo elemento è dato dall'evidenza che queste rivoluzioni non sono né determinate, né si limitano a riguardare solo aspetti di natura militare; al contrario i principali motori del cambiamento sono normalmente di natura politica, sociale, economica e tecnologica. In terzo luogo, ed è questo forse l'aspetto più complesso ed anche, se vogliamo, un po' contraddittorio, in concomitanza con questi periodi di rivoluzione non tutti gli elementi caratterizzanti sono oggetto di cambiamento.

Alcuni si trasformano drasticamente, e sono i motori della rivoluzione, altri restano quasi immutati. Il problema è che spesso chi si trova a vivere, chi deve confrontarsi o subire il processo di rivoluzione, corre quasi sempre il rischio di non riconoscere gli elementi di cambiamento rispetto a quelli di conservazione o di continuità. Spesso solo più tardi, con il senno di poi, si riesce a capire la distinzione fra fattori di cambiamento e di continuità. Ne consegue che mentre in un periodo di evoluzione il nostro "asso nella manica" vincente è l'esperienza, in un periodo di rivoluzione il ricorso all'esperienza non solo può rappresentare un freno, ma può finire con l'ingannarci perché ci spinge a puntare più sui fattori di conservazione rispetto a quelli dell'innovazione, che, come ho detto, non sempre sono di difficile individuazione.

In una fase di rivoluzione ciò che era valido nel passato (e questo è l'esperienza che lo avvalora) può non esserlo più, e a maggior ragione, non lo sarà nel futuro. Quando ci si trova in una fase di rivoluzione è indispensabile intuire tempestivamente il senso e la direzione del cambiamento, mettere a fuoco nella maniera più chiara possibile i fattori di cambiamento e agire conseguentemente avendo il coraggio di rischiare. Non c'è dubbio che nel caso di rivoluzioni che riguardano gli scenari e il concetto di sicurezza tutto risulta particolarmente complesso e difficile. Compiere una rivoluzione mentale, in tempi coerenti con i fattori di cambiamento, del modo in cui si concepisce la sicurezza, si percepiscono i rischi e i pericoli ad essi associati e si attuano forme di risposta efficaci per fronteggiarli risulta spesso impresa di fronte alla quale anche organizzazioni e strutture complesse possono fallire o risultare inadeguate, e la storia anche recente ce lo insegna. Io credo che oggi ci troviamo di fronte ad uno di questi momenti di rivoluzione.

Se ciò che ho detto ha un senso l'11 settembre rappresenta la data alla quale associamo per convenzione l'evento scatenante. Ma è altrettanto vero che la caduta delle torri rappresenta solo la manifestazione più eclatante di questa rivoluzione, e non la causa. Le cause sono più profonde e, come per le altre rivoluzioni, vanno cercate nei motori che stanno accelerando il cambiamento dello scenario generale e che travalicano il livello militare e della sicurezza e investono la sfera politica, sociale ed economica.

La prima causa può essere identificata nel divario crescente tra paesi sviluppati e sottosviluppati, che provoca un frattura sempre più profonda fra popolazioni del pianeta che hanno la prospettiva di migliorare il proprio benessere e altre per le quali la mancanza di una prospettiva comporta spesso una relativizzazione o addirittura la perdita dei valori fondamentali. La seconda causa va ricercata nella proliferazione della tecnologia e in particolare della Information Technology che si espande realizzando però un vero e proprio digital devide tra chi ha accesso al mondo digitale e chi no. La terza causa va identificata nella globalizzazione e nella interconnessione dovuta a quella che alcuni esperti definiscono come la "Information Explosion" che, per dirla come Friedman, sta appiattendo il mondo. Un ulteriore quarta causa, infine, può essere identificata nel fenomeno della "desovranizzazione". Si tratta di un processo che si sviluppa in due direzioni.

Una, decisamente positiva, tende a modificare la natura sovrana degli stati, riducendone il potere e l'influenza verso forme più ampie e diversificate di aggregazioni sovranazionali. Questo è anche il concetto che porta a ricercare nel livello multinazionale il consenso e la legittimazione degli interventi di prevenzione e gestione delle crisi. La seconda direzione della desovranizzazione, quella negativa anche definibile come "bad governance", tende al degrado della capacità di gestione degli stati, fino a sfociare nel vero e proprio disfacimento di ogni tipo di struttura politico -sociale in grado di organizzare e regolare la vita dei cittadini e le relazioni inter-statuali. Nel caso peggiore può portare al consolidasi di organizzazioni transnazionali con potenzialità e obiettivi propri, capaci talvolta di condizionare le politiche delle stesse realtà statuali o talvolta di arrivare a vere e proprie intrusioni, anche violente.

Le conseguenze sono note: conflitti di natura etnico-sociale-religiosa, terrorismo, proliferazione. Tutto ciò tende a consolidare da un lato - all'interno cioè dello spartiacque della globalizzazione, dell'accesso alle tecnologie, in una parola dello sviluppo - un core integrato e dall'altro un vuoto disconnesso nel quale a una percezione delle opportunità corrisponde sempre meno la possibilità di accedere alle opportunità stesse. Queste credo siano le cause più importanti che stanno determinando l'attuale momento di rivoluzione dello scenario di sicurezza. Davanti a questa rivoluzione noi dobbiamo avere il coraggio di cambiare in maniera radicale, rivoluzionaria, il modo di guardare e di rispondere a fronte dei nuovi scenari e dei motori di cambiamento. Questa è la prima grande sfida della trasformazione che abbiamo davanti a noi.

Dobbiamo cambiare il nostro approccio mentale alla sicurezza. Se è vero che la sicurezza è un problema sempre più globale e se è vero che i fattori della rivoluzione sono quelli che ho indicato, e io lo credo fermamente, allora è necessario agire in maniera integrata e olistica. Partendo da un approfondimento dei rischi e delle vulnerabilità, dobbiamo sviluppare nuovi concetti e cambiare i nostri strumenti di risposta, cioè le nostre metodologie e le nostre capacità.

Sul piano concettuale, in primo luogo, dobbiamo prendere coscienza del ruolo decrescente dei governi nazionali nell'affrontare le problematiche di sicurezza a favore della crescente valenza delle organizzazioni internazionali (ONU, NATO, UE, OSCE, etc.). Sono tendenze che stanno caratterizzando perfino il continente Africano, come dimostrano le recenti iniziative dell'Unione Africa per il Sudan e il Darfour. Analogamente è destinato ad aumentare il ruolo di molti altri attori quali NGOs e società civili. In secondo luogo dobbiamo tener presente che, in relazione alla nuova tipologia della minaccia, il concetto di sicurezza è divenuto un continuum senza frontiere, in cui sicurezza interna e sicurezza esterna non possono essere più separate.

Multilaterismo e continuum interno-esterno sono gli elementi fondanti di quell'approccio olistico che ho posto a premessa e che impone di utilizzare sinergicamente tutti gli strumenti di cui disponiamo, opportunamente ottimizzati in termini di capacità, per rispondere alle sfide. Occorre, innanzitutto, la capacità di conoscere tempestivamente le situazioni e possibilmente ciò che sta per accadere; occorre cioè un'intelligence che sappia analizzare e comprendere i nuovi fattori di rivoluzione e fornire elementi in base ai quali indirizzare e orientare il nostro cambiamento. Occorre la capacità di monitorare le aree dove i rischi e le crisi si possono sviluppare, per prevenirli e osservarli sul nascere, prima che esplodano, in modo da poter adottare tutte le misure possibili per impedirlo. Se esplodono occorre contenerli e delimitarli alle aree di insorgenza piuttosto che aspettare che si propaghino e arrivino a deflagrare in casa nostra.

Strumenti, metodologie e capacità di intervento devono essere sviluppati con riferimento a concetti che fanno perno sul raggiungimento di effetti coerenti con gli obiettivi da conseguire, mediante la messa in sistema, o meglio realizzando architetture net-centriche che mettano in rete sensori, informazioni, decisori, operatori, mezzi e quant'altro può contribuire all'assolvimento della missione. In sostanza per far fronte al nuovo rivoluzionario quadro di sicurezza occorre mettere a punto una strategia pro-attiva, incentrata su un'azione di proiezione multinazionale e multidisciplinare stabilizzante del core integrato verso il vuoto disconnesso.

Questa strategia dovrà poter contare sul più ampio ventaglio di strumenti e sulla sinergia fra quelli di natura politica, diplomatica, socio-economica e di cooperazione, sostenuti come necessario, dalla componente militare. Dal punto di vista delle Forze Armate questo nuovo approccio alla sicurezza si chiama trasformazione, intesa come rivoluzione concettuale innovativa che riguarda tutti i settori fondamentali della componente militare, ovvero come organizzare, strutturare e impiegare lo strumento militare e di quali capacità dotarlo.

Se, come abbiamo visto, lo shift concettuale per rispondere alle nuove sfide si basa su multinazionalità, sinergia interdisciplinare, outreach, capacità di conseguire gli effetti desiderati, ciò significa, per lo strumento militare, incentrare la propria trasformazione per acquisire le capacità necessarie puntando su: interoperabilità multinazionale e interdisciplinare; integrazione interforze; connotazione fortemente expeditionary (da sviluppare conseguendo una struttura delle forze agile, flessibile, modulare, rapidamente proiettabile e sostenibile a grande distanza); capacità di sfruttare l'informazione (information superiority); capacità net-centriche; capacità di ingaggio efficace e di protezione delle forze; avanzate capacità di cooperazione civile-militare.

Per valorizzare queste capacità è indispensabile poter contare su personale altamente qualificato, non solo sul piano strettamente operativo e tecnico-militare, ma preparato anche sul piano della sensibilità e dell'attitudine a intervenire nei vari scenari di crisi. Su questo piano le capacità dimostrate dai nostri uomini e donne impegnati nelle varie missioni, quella che ormai viene definita "la via italiana al peace-keeping", è certamente un fattore di continuità e di garanzia anche per il futuro.

Quelle che ho illustrato sono le linee fondamentali della trasformazione indispensabile per far fronte alla rivoluzione del quadro e del concetto di sicurezza che abbiamo di fronte. Ma poiché il mondo non si ferma per aspettare la fine della rivoluzione, noi dobbiamo cavalcare la rivoluzione "trasformandoci mentre operiamo". Oggi oltre 11.000 nostri militari operano al di fuori del territorio nazionale - sotto l'egida dell'ONU, della NATO, dell'Unione Europea o nell'ambito di coalizioni multinazionali - in teatri che vanno dall'Africa sahariana, al Sudan, fino all'Iraq e all'Afghanistan, attraversando i Balcani e il Medio-Oriente.

Oltre ai reparti sul terreno, in gran parte dell'Esercito, abbiamo unità navali dislocate dal Mediterraneo all'Oceano Indiano; aerei che operano fino a coprire i teatri più lontani sostenuti da reparti logistici proiettati, reparti dei Carabinieri sono inseriti nella pressoché totalità delle nostre task force. Questo impegno ci vede al primo posto in campo NATO, al secondo posto in campo europeo, molto vicini alla Germania, e al secondo posto complessivo, insieme al Regno Unito, a livello internazionale. A riprova della valenza quantitativa e qualitativa di questo impegno, Ufficiali italiani assolvono le funzioni di comando delle più importanti operazioni NATO, quelle in Kossovo e in Afghanistan, e fra pochi giorni, anche della missione dell'Unione Europea in Bosnia. In aggiunta, se consideriamo il supporto operativo diretto alle missioni internazionali e i dispositivi impegnati per il controllo degli spazi aeromarittimi metropolitani e il concorso alla difesa degli obiettivi sensibili e al controllo dell'immigrazione clandestina, oltre 20.000 uomini e donne sono impegnati quotidianamente in operazioni reali.

Vengono inoltre tenuti costantemente ad un elevato livello di prontezza: le forze per la NRF della NATO alla quale forniamo anche il Comando della Componente Marittima; le "riserve strategiche e operative" per la NATO e l'UE; il contingente per uno dei tre Battle Group resi disponibili dall'Italia per l'Unione Europea; i dispositivi incentrati sulle Forze Speciali. Si tratta di dispositivi dotati di effettive capacità di operare a grande distanza, come confermato dalla recente attivazione dei nostri assetti della NRF per il Pakistan, dal ripetuto intervento delle riserve in Kossovo - in occasione dei disordini etnici - e in Afghanistan - in occasione delle elezioni, e delle Forze Speciali per evacuare nostri concittadini a rischio dalla Costa d'Avorio.

Per fare un confronto è forse opportuno ricordare che, 15 anni fa allo scoppio della crisi del Golfo - giusto un anno dopo la caduta del muro di Berlino - disponevamo di uno strumento militare di 340.000 uomini - di cui circa la metà di leva - e ci siamo limitati a contribuire alla missione per la liberazione del Kuwait, sotto l'egida dell'ONU, con un dispositivo navale ed aereo, piuttosto ridotto, di circa 2.000 uomini e per un periodo limitato. Oggi, con una riduzione di oltre il 45% degli organici, siamo capaci di esprimere continuativamente, anche a grande distanza, un complesso di forze sei volte superiore, con capacità operative commisurate alla tipologia delle missioni. Il che vuol dire che abbiamo incrementato la nostra proiettabilità di circa 15 volte.

Questo è oggi possibile grazie a come e a quanto le Forze Armate sono state in grado di trasformarsi negli ultimi dieci anni e, in misura più accelerata, nell'ultimo quinquennio. Proprio le missioni operative, che rappresentano il nostro più pressante impegno quotidiano, costituiscono al tempo stesso il più efficace catalizzatore per stimolare e accelerare la trasformazione. "Operazioni e trasformazione" sono - insieme - causa ed effetto di un processo di crescita dialettico e iterativo, indispensabile per far sì che lo strumento militare continui ad essere in grado, in un periodo di rivoluzione, di rispondere alle esigenze di sicurezza. Credo di poter affermare, senza tema di smentita, che le Forze Armate costituiscono, oggi, una componente molto importante, talvolta determinante, del "sistema Paese", in grado di sostenerne e valorizzarne il ruolo internazionale. Una componente sulla quale il Paese può investire con sicure garanzie di elevati ritorni in termini operativi e di sicurezza, ma anche di sviluppo tecnologico e industriale.

Siamo passati da Forze Armate di leva troppo numerose, statiche e poco utilizzabili a Forze Armate più ridotte, professionali, moderne, proiettabili, efficaci e funzionali, effettivamente utilizzabili e impiegabili, pienamente interforze e interoperabili con i nostri alleati. La trasformazione delle Forze Armate italiane, è un processo continuo che non può e non deve arrestarsi, salvo retrocedere a un passato di irrilevanza e in buona sostanza di inutilità, un passato dal quale siamo usciti solo grazie allo sforzo di modernizzazione compiuto in questi ultimi anni. L'obiettivo è quello di realizzare uno strumento che deve avere quale asse portante il principio della coerenza, una duplice coerenza: una coerenza strutturale fra risorse e configurazione complessiva dello strumento, e oggi è bene dirlo con chiarezza questa coerenza non c'è; una coerenza interna fra dimensione quantitativa e dimensione qualitativa e capacitiva.

Anche qui un punto resta fermo: il livello qualitativo e le capacità operative costituiscono il requisito primario irrinunciabile quale che sia il livello di ambizione dello strumento militare di cui il Paese intenda dotarsi. Il problema delle risorse da assegnare alla Difesa non è il problema di questo o di quel singolo anno, ma è un problema strutturale e di prospettiva di lungo termine, perché di lungo termine è la pianificazione dello strumento militare. In assenza di risorse coerenti, piuttosto che sotto-capitalizzare lo strumento, abbassandone la qualità e la usabilità, impedendone di fatto la trasformazione, si renderebbe necessaria una riflessione di fondo sul livello di ambizione nazionale.

Quella del futuro delle Forze Armate è una questione focale: la vera nuova "sfida". In un mondo in continua e rapida evoluzione, nel quale il Paese è chiamato a fornire un contributo attivo e determinante alla sicurezza, alla stabilità e alla pace, credo che nessuno possa accettare che le Forze Armate, che in questo quadro si stanno confermando uno strumento importante ed efficace, ritornino a un passato di "guarnigione a difesa della Fortezza Bastiani". Certamente non l'accetterebbero l'Europa e la NATO. E ancor peggio non è accettabile la prospettiva che le Forze Armate diventino una istituzione autoreferenziata, con capacità operative marginali, il cui "core business" non sarebbe altro che il trasferimento di risorse stipendiali a decine di migliaia di italiani. Forze Armate come istituto di protezione sociale non servono al Paese, non servono alla Comunità internazionale.

Oggi i temi della "sicurezza e della difesa" occupano le prime pagine dei giornali principalmente per quanto riguarda gli sviluppi nei principali teatri operativi, verso i quali si concentra l'attenzione dell'opinione pubblica. Se questo è giusto e bene, al contempo non si può negare che questo sforzo, questo impegno, sono possibili solo se sostenuti da un solido retroterra di sostegno. Le operazioni sono la punta dell'iceberg. Il resto non si vede ma sostiene la punta. Senza il corpo dell'iceberg la punta crolla. Ma è difficile far passare questo messaggio quando si affronta il tema delle risorse da destinare alla Difesa e dell'indispensabilità di una stabilità di lungo termine del quadro delle risorse per pianificare.

Proprio da questa difficoltà deriva, a mio parere, una più diretta assunzione di responsabilità, da parte delle istituzioni e della classe politica che a queste tematiche devono saper guardare con visione prospettica. E' indispensabile un'attenta e profonda riflessione da cui far scaturire decisioni coerenti, nella consapevolezza che queste decisioni saranno destinate a incidere in maniera determinante non solo sulla realtà nazionale di oggi e di domani, ma ancor più sul ruolo del Paese nell'ambito della comunità internazionale. Questa è la più grande e vera "sfida".

È una sfida a cui tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo, anche Voi frequentatori che trascorrerete un proficuo e intenso periodo di studio qui al CASD, immersi in un ambiente stimolante, che offre innumerevoli opportunità di approfondire e prepararvi a tematiche complesse in quell'ottica interforze, multinazionale e interdisciplinare che costituisce uno dei fondamenti della trasformazione. Sappiate cogliere e sfruttare appieno questa importante opportunità formativa, per sviluppare quell'apertura mentale che è indispensabile per capire la rivoluzione che stiamo vivendo, e guardare avanti, senza preconcetti, con una visione innovativa per spingere sulla trasformazione.

In momenti come questo è determinante non tanto aver coscienza di quanto siamo cambiati e di quanto siamo in grado di fare, ma più ancora capire quanto e cosa fino ad oggi non è cambiato a sufficienza. Se saremo consapevoli di questo avremo fatto un primo ma decisivo passo avanti nella direzione giusta, per far sì che lo strumento militare possa essere in grado domani di assolvere la missione di sicurezza che il Paese gli affida. Ho concluso, ringrazio per l'attenzione e, con il consenso del Signor Ministro della Difesa, dichiaro aperto l'Anno Accademico della 57^ Sessione dell'Istituto Alti Studi per la Difesa e del 8° Corso dell'Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze.

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