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| Anno 2005 | |
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Intervento del ministro della Difesa, Antonio Martino, alla cerimonia di apertura dell’anno accademico 2005-2006 del Centro Alti Studi per la Difesa, Roma, del 9 novembre 2005
Ammiraglio Di Paola, Signori Capi di Stato Maggiore, Signor Comandante Generale dei Carabinieri, Generale Camporini, Signori Ufficiali, Autorità, Signore e Signori, in occasione dell'apertura del nuovo anno accademico dello IASD e dell'ISMI, desidero innanzitutto porgere ai presenti il saluto del Governo, delle Forze Armate e mio personale. Ringrazio gli intervenuti e rinnovo il più vivo apprezzamento all'Istituto, al Presidente, al corpo insegnante, al quadro permanente. Il CASD nella sua interezza - punto di riferimento per le Forze Armate e per la Nazione - è scuola di formazione e centro di pensiero, che coltiva ad alto livello gli studi geopolitici, geoeconomici, strategici, indispensabili tanto alla sicurezza quanto allo sviluppo del "Sistema-Italia". La politica militare nazionale non può essere né compresa né praticata, se avulsa dal contesto mondiale ed è su questo che voglio richiamare la vostra attenzione, ben consapevole delle tante altre questioni che caratterizzano questo tempo di bilanci e programmi, politici, economici, operativi. Dunque il contesto mondiale, che è complesso, perché abbraccia la politica e l'economia, la cultura e la religione, la scienza e le tecnologie; ed è globale, perché non esistono aree geografiche trascurabili, sebbene per l'Italia l'attenzione maggiore va posta ai teatri euroatlantico ed euromediterraneo, dei quali è parte integrante per motivi politico-istituzionali oltre che geografici. Sappiamo che la minaccia, specie terroristica, può manifestarsi dovunque, sfruttando le tensioni purtroppo presenti in tante aree del pianeta. Abbiamo dovuto imparare, in questi ultimi lustri, cosa significhi garantire la sicurezza internazionale dopo la guerra fredda. Siamo intervenuti in Mozambico e a Timor Est, luoghi lontanissimi dai nostri tradizionali interessi, per consolidare difficoltosi processi di pace e possiamo affermare, con legittimo orgoglio, che la nostra presenza è stata davvero utile. Siamo andati in Afghanistan, per sostenere la lotta al terrorismo e la rinascita di uno Stato effettivo. Gli scettici e i critici di ieri sono oggi meno scettici e meno critici. Il dissenso si è ridimensionato. Hanno parlato i fatti. E chi li osserva con onestà intellettuale deve riconoscere che l'azione internazionale in Afghanistan sta avendo successo. Comunque, ha sradicato un vero e proprio regime terroristico. Una nuova stagione di riconciliazione nazionale e di sviluppo sociale va aprendosi in quella devastata Nazione. In contesti del genere, i miracoli istantanei e definitivi sono impossibili. Ma è indiscutibile il circuito virtuoso avviato con le recenti elezioni parlamentari, un'ulteriore tappa di progresso, dopo le presidenziali dello scorso 2004. Con la Risoluzione 1623, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prolungato di un anno il mandato della missione ISAF, a decorrere dal 13 ottobre. La piena operatività della missione è stata ad oggi raggiunta nella zona ovest del Paese; mentre nell'incontro informale dei Ministri della Difesa Nato del 13-14 settembre è stata decisa, in linea di principio, l'espansione a sud. L'impegno continua, insieme ai nostri alleati europei ed americani. Saremo responsabili, perché siamo consapevoli che occorre tempo. Analogamente dicasi dell'Irak. Finalmente anche nell'opposizione italiana s'incomincia a riconoscere che la vera resistenza in Irak è formata dagli irakeni che vanno a votare, perfino a rischio della vita. La nostra presenza in Irak - un vero e proprio nation-building - richiederebbe la massima unità politica. Gli elevati livelli di partecipazione popolare alle elezioni e al referendum sulla Costituzione dimostrano da quale parte deve stare chi ha davvero a cuore il destino di quel tormentato Paese. Le difficoltà sono moltissime, ma esiste un legittimo Governo riconosciuto dalle Nazioni Unite che sta potenziando le proprie forze militari e di polizia grazie anche all'addestramento professionalmente impartito dal nostro contingente. Il Consiglio di Sicurezza ha approvato ieri all'unanimità la Risoluzione 1637, che prolunga il mandato delle Forze Multinazionali fino al 31 dicembre 2006. Per fortuna non sono più solo questo governo e questa maggioranza ad affermare che sarebbe tradimento abbandonare ora l'Irak. Altre autorevoli voci politiche italiane si uniscono a noi. Dobbiamo essere orgogliosi della nostra presenza pacificatrice. Siamo a fianco del legittimo Governo irakeno. Il ritiro delle nostre forze sarà determinato dalle effettive condizioni di sicurezza che si verificheranno. Il Presidente dell'Irak, Jalal Talabani, ha di recente affermato: "Un ritiro anzitempo del contingente italiano sarebbe una catastrofe per il popolo dell'Irak e una vittoria del terrorismo". E' perciò incredibile che da noi un'opposizione che aspiri a governare possa favorire esiti così infausti e disonorevoli. Un capitolo a parte meritano i Balcani. L'avvio dei negoziati per l'ingresso della Croazia nella UE, unitamente alla stabilizzazione dell'Albania e al prossimo ingresso nella stessa UE di Romania e Bulgaria, costituiscono le tessere di un mosaico che comincia a prendere forma. Restano problemi difficili, quali la definizione del futuro della Bosnia Erzegovina e del Kosovo e l'inserimento della Serbia nelle strutture europee e atlantiche. Ma qui la politica e la diplomazia devono fare il loro lavoro. Sotto il profilo militare, nei Balcani abbiamo accumulato esperienze preziose, imparando, ad esempio, a modulare le forze, il loro profilo e il loro impiego, in funzione delle circostanze. La Gendarmeria europea è figlia soprattutto delle esperienze maturate nella ex-Jugoslavia e si pone come uno degli strumenti più efficaci che l'Europa oggi mette a disposizione della comunità internazionale per la difesa della giusta pace. In questi giorni, inoltre, si sta aprendo, a Vicenza, l'attività del Centro di Eccellenza per le "Stability Police Units" da impiegare in un ampio ventaglio di missioni. Si tratta di un'attività internazionale di grande prestigio che inizia in Italia non a caso: abbiamo maturato, soprattutto grazie ai Carabinieri, una grande esperienza in questo tipo di missioni che seguono l'intervento militare vero e proprio e garantiscono il consolidamento dell'amministrazione civile. Ammiraglio Di Paola, Signori Capi di Stato Maggiore, Signor Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Generale Camporini, Signori Ufficiali, Autorità, Signore e Signori, siamo a ragione soddisfatti per la rapidità con cui le Forze Armate hanno saputo corrispondere pienamente alle nuove esigenze della sicurezza. L'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica restano i cardini della nostra politica militare. Anche dal punto di vista industriale, scientifico e tecnologico, il rafforzamento della cooperazione con i nostri alleati e partner assicurerà la massima economicità alla spesa consentita dalle nostre capacità di bilancio. Resta vitale la costante innovazione dello strumento militare, in modo che l'efficacia operativa aumenti di pari passo con la protezione del soldato. Queste sono le finalità dell'Agenzia Europea della Difesa, istituzione comune ai Paesi della UE, varata per migliorare sinergicamente le Forze Armate senza rinunciare alle capacità di cui ciascun Paese europeo dispone. Infatti, l'Agenzia concentra la propria attenzione sulla definizione dei requisiti militari collettivi e promuove iniziative programmatiche comuni, consentendo lo sviluppo e l'innovazione tecnologica dei mezzi e dei materiali secondo le possibilità industriali di ciascun Paese. L'EFA, il nuovo sommergibile, le fregate FREMM, i sistemi missilistici, la rete net-centrica delle forze terrestri: sono tutte tappe di un processo di ammodernamento certamente faticoso per le difficoltà di natura finanziaria, ma continuo. In una dimensione di collaborazione atlantica si muove invece il programma JSF, sempre finalizzato alla condivisione di esperienze e risorse. La dimensione interforze è una realtà, non meno dall'acquisita e consolidata capacità di operare in ambienti multinazionali. La stessa dimensione culturale del personale militare è cambiata, attraverso la professionalizzazione e gli impegni all'estero. Ed è realtà la trasformazione delle componenti tecnico-operative, conformemente agli accordi NATO e UE in ambito formativo, organizzativo, tecnologico. Mi riferisco all'intelligence, alle forze speciali, alle forze anfibie, ai reparti NBC, alla MSU, alle unità CIMIC per la collaborazione civile-militare nei Teatri operativi. Il grande lavoro in questo campo consente - e ancor più consentirà in futuro - di rendere disponibili per la cooperazione internazionale assetti e capacità sicuramente compatibili con quelli di altri Paesi dell'Alleanza e dell'UE, secondo standard già sperimentati e potenzialmente integrabili, condividendo tecnologie e concetti di gestione appunto "net-centrica", ovvero in grado di esaltare la potenza dello strumento militare. Il contrasto al terrorismo e il supporto a missioni internazionali costituiscono i compiti più rilevanti ma non certo unici delle Forze Armate italiane. Attualmente, più di 10.000 uomini operano al di fuori del territorio nazionale in Iraq, in Afghanistan, nei Balcani, in Sudan, nel Mediterraneo e in altre parti del mondo. Altri 2.500 circa operano quotidianamente a fianco delle Forze dell'Ordine e forniscono un significativo contributo alla sicurezza nazionale; 3.500 sono impegnati in attività di prevenzione, sempre sul territorio nazionale. Ma resta la necessità di disporre di capacità rivolte a minacce di tipo più "tradizionale", anche con funzioni di deterrenza verso ogni minaccia potenziale; e un'aliquota di queste forze deve essere mantenuta in elevato grado di prontezza per fronteggiare possibili emergenze della NATO e dell'Unione Europea. Vivere in sicurezza in un mondo minacciato dal terrorismo esige un prezzo elevato. Ma vogliamo restare liberi. Quindi nessun prezzo è troppo alto. Chi invoca la brutalità, chi fomenta l'odio, chi attenta all'esistenza degli Stati, costoro devono sapere che siamo determinati nel difendere la libertà e la democrazia, ed audaci quanto basta per riuscirci. Nessuno può prevedere nei dettagli il mondo che ci riserva il futuro. I diritti umani non sono né scontati né acquisiti per sempre. Dobbiamo prosperare per conservarli e accrescerli e vigilare sempre per tenerli al riparo dalle mene di chi li insidia. La libertà e la democrazia sono i motori dello sviluppo e della pace. Le nazioni con un sistema politico liberal-democratico sono naturalmente amiche tra loro e tendono ad agire alleandosi. Esse sono inclini a cooperare sul piano internazionale perché basate all'interno sulla cooperazione volontaria dei loro cittadini. Poiché la popolazione mondiale cresce, cresce pure la probabilità che aumentino i rischi e le loro tipologie. Oggi una grande guerra tra Stati appare, se non impossibile, altamente improbabile. Ma la guerra asimmetrica è sotto i nostri occhi. Affinché resti tale, è indispensabile che il terrorismo non si faccia Stato. Detto altrimenti, nessuno Stato deve diventare uno Stato terroristico. Se no, i rischi di una guerra convenzionale generalizzata e di un terrorismo esteso e distruttivo diventeranno tragicamente più pericolosi e attuali. Gli uni e gli altri assieme. Già il nemico è nelle case delle nostre nazioni e ne sfrutta in modo spregiudicato i costumi liberali. Ma noi dobbiamo affinare i controlli e centrare la repressione, non rinunciare al nostro sistema di vita. Noi dobbiamo essere pronti: sempre, a persuadere; a combattere, quando non esiste alternativa. E' un conflitto in senso lato. Le armi sono la soluzione estrema. Il mezzo ordinario è la battaglia culturale e civile. Del resto, essendovi costretti, combattiamo per affermare la vita e l'umanità contro la morte, la ferocia, il nulla. I militari sono in prima fila. Dobbiamo essergliene grati. Concludo rivolgendo un caloroso augurio di buon lavoro a tutti i docenti e ai frequentatori del Centro Alti Studi della Difesa.
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