Anno 2005

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Balcani, l’era degli esperimenti deve finire

Giovanni Punzo, 2 dicembre 2005

Lo spostamento dell’interesse internazionale dai Balcani ad altre situazioni di crisi o di conflitto createsi dopo l’11 settembre 2001 aveva ridotto sensibilmente l’impegno di risorse in quell’area in vari campi. Si trattava di un aspetto importante perché, dopo l’effetto Cnn durante l’assedio di Sarajevo, che costituì probabilmente la spinta più potente all’intervento, era stato osservato il ruolo determinante svolto dai media presso l’opinone pubblica dei paesi occidentali. In altre parole la prolungata mancanza di drammatiche immagini aveva indotto a pensare ai problemi dei Balcani come in via di risoluzione, se non addirittura risolti. La realtà era invece ben diversa. Sul piano degli impegni finanziari il generoso sostegno alla ricostruzione, dopo la fase iniziale caratterizzata da inevitabili sprechi e mancanza di coordinamento, si stava indebolendo proprio nel momento in cui gli attori sul campo avevano maggiore necessità di risorse per superare le difficoltà. Lo stesso impegno militare, attraverso le rotazioni dei reparti e gli avvicendamenti, aveva mascherato una forte riduzione di fatto in termini di personale e materiali.

In questo particolare contesto avvenimenti significativi, come il passaggio della responsabilità militare in Bosnia dalla Nato alla UE o la piccola intifada in Kosovo del marzo 2004, erano visti in Occidente con sufficienza o addirittura di malavoglia. Questa stessa sensazione di appeasement era però percepita anche nell’area balcanica. Politici e media locali in Bosnia, dove la popolarità della UE in qualche maniera risentiva ancora dell’immagine indecisa e dubbiosa rivelata durante la guerra, sottolinearono in maniera poco benevola la diversa qualità del nuovo assetto e in Kosovo fu orchestrato un fallito tentativo indipendentista, ben sapendo che una riduzione di Kfor era già in atto.

L’Europa occidentale non era intervenuta tempestivamente con decisione e fermezza in Bosnia per vari motivi. Ma nemmemo gli Stati Uniti si erano impegnati militarmente fino alla svolta di Clinton, concretizzata nei primi bombardamenti ‘selettivi’ sulle postazioni serbo-bosniache. Più o meno tutti fino a quel momento si erano cullati nell’illusione iniziale del ‘contenimento della crisi’, ben sapendo di non poter arrestare i massacri. Alla fine la ‘paura del contagio’, ovvero la ricomparsa in Europa dei cavalieri dell’Apocalisse, ebbe il sopravvento: le iniziative furono sbloccate, seppure non tutti fossero perfettamente consapevoli della mancanza di un ampio progetto per il futuro riassetto politico di tutta la penisola e della necessità di stretto coordinamento tra le due sponde dell’Atlantico. L’unica struttura in grado di affrontare questa complessa situazione fu l’Alleanza Atlantica, molto più di un semplice strumento militare ma collaudata organizzazione di cooperazione internazionale. Al di là di ogni polemica, nel caso del Kosovo nel 1999 si trattò infatti dell’attore che agì in modo risolutivo.

Nel frattempo tutta la situazione balcanica – allontonatasi dai riflettori, sia pure molto lentamente a dispetto delle risorse profuse – è andata stabilizzandosi e migliorando, soprattutto grazie alle politiche di integrazione nei confronti delle istituzioni europee e dell’Alleanza Atlantica. Esaminando ora tutta la penisola nel suo complesso, e quindi non solo gli Stati eredi della ex-Jugoslavia, appaiono segnali abbastanza confortanti. Romania e Bulgaria sono state integrate nello strumento militare Nato e sono avviate verso un processo di integrazione europea mentre l’Albania da quasi un decennio appare stabilizzata, sebbene in una perenne crisi energetica. Degli stati ex-jugoslavi la Slovenia è già integrata con successo nella Nato e in Europa; la Croazia è avviata verso un obiettivo analogo; la Serbia-Montenegro, dopo Milosevic, ha finalmente imboccato il cammino della democrazia e anche la Macedonia sembra stabilizzata grazie all’impegno europeo. I due nodi intricati ancora da sciogliere restano dunque la Bosnia e il Kosovo; pur costituendo ancora problemi seri, distinti ma strettamente interconnessi, ciò non significa però che non si siano verificati progressi positivi anche in questi due Stati.

In Bosnia il pericolo di una ripresa delle ostilità è definitivamente lontano e controprova è la riduzione dei contingenti internazionali, ora sotto responsabilità UE, testimonianza più di una volontà comune di procedere lungo il cammino intrapreso che di effettiva necessità. Non ancora del tutto normalizzata resta la situazione economica, non tanto dal punto di vista della crescita esistente, ma piuttosto per la difficoltà di riconoscere quali effetti abbia prodotto realmente il sostegno degli aiuti internazionali o se tale sviluppo sia stato di tipo ‘parassitario’. Per niente positivo il fatto che la Bosnia sia ora solo un mercato di consumo per prodotti a basso prezzo importati dagli altri paesi dell’area, il che impedisce lo sviluppo di produzioni locali. Ad esempio, in agricoltura, che prima della guerra era praticamente autosufficiente, pur nella miriade di istituzioni etnicamente paritarie, manca un organo di coordinamento generale e i contadini bosniaci sono allo sbando.

Precaria rimane la situazione istituzionale, ovvero della organizzazione dello stato bosniaco, diviso in due entità (una serbo-bosniaca e una croato-musulmana) e un distretto autonomo, secondo gli accordi di Dayton, mentre ai vertici è rispettata la regola della triplice rotazione su base etnica. Il potere di fatto è però esercitato tuttora in maniera forse troppo autocratica dal rappresentante delle Nazioni Unite che può rimuovere i politici locali il cui comportamento sia considerato ostile al processo di ricostruzione o pacificazione.

Le dolenti note arrivano ancora dalla situazione del Kosovo. Di fatto, secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, confermata da altri accordi internazionali successivi, il Kosovo è parte della ex-Jugoslavia. Le recenti dichiarazioni ufficiali sia da parte serba che albanese – comprendendo cioè sia gli albanesi del Kosovo che quelli dello stato albanese – sono assolutamente inconciliabili nella sostanza: i primi non intendono concedere ai secondi l’indipendenza che essi reclamano e che del resto non è mai stata menzionata in nessun accordo. Le recenti dichiarazioni sono prese di posizione forti ma perfettamente prevedibili. I futuri negoziati cominceranno quindi con posizioni chiarissime.

A questo punto troverebbe però spazio il ruolo di mediazione della UE, proponendo una situazione di compromesso e garantendone uno sviluppo pacifico. Ciò che si teme maggiormente – e non dovrebbe essere attuato – è la cosiddetta ‘compensazione territoriale’ e cioè, nel quadro dell’indipendenza del Kosovo, la parte nord con la città contesa di Mitrovica passerebbe sotto sovranità serba: la soluzione sembra gradita ai kosovari ma non ai serbi, che perderebbero la sovranità sulle enclave di popolazione della stessa etnia ma soprattutto sui monasteri e sulle tante chiese ortodosse al di là del confine stabilito dal fiume Ibar che attualmente divide in due Mitrovica. La soluzione auspicabile dovrebbe essere quindi estesa e applicabile a tutta la provincia nel suo insieme.

Se le prospettive politiche di tutto il quadro generale dei Balcani appaiono abbastanza buone, non si devono però trascurare gli altri aspetti ancora inquietanti della situazione: prima di tutto la diffusa criminalità organizzata, poi la questione della cosiddetta ‘dorsale verde’ dei Balcani legata all’integralismo islamico e infine tutta la situazione economica e sociale dell’area nel suo insieme. Alla conferenza di Versailles il leader ceco Tomas Masaryk disse che l’Europa, dopo la prima guerra mondiale, era “un laboratorio sopra un grande cimitero”. Una considerazione analoga si può fare ora sui Balcani, tenendo presente però che, senza togliere la maggiore priorità alla lotta al terrorismo, la fase delle sperimentazioni dovrebbe cessare al più presto.

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