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| Anno 2005 | |
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Dopo tanto silenzio, risalente almeno ai disordini del marzo 2004 che hanno provocato circa una ventina di morti, nelle scorse settimane si sono verificati due fatti importanti che possono preludere a un possibile sviluppo della questione del Kosovo. Il parlamento di Belgrado (21 novembre) e il parlamento di Tirana (22 novembre) hanno votato due mozioni contrapposte nella sostanza sul futuro status del Kosovo, ancora fermo alla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell’Onu. In sé non si tratta di novità sorprendenti in quanto rispecchiano una elaborazione più netta delle posizioni antagoniste sin qui condotte, ma potrebbero – proprio per questo – essere interpretate al di là del loro significato specifico.
Per i serbi il Kosovo è parte del loro paese e si tratta di una parte importante, dove sono presenti sia minoranze serbe di una certa entità sia antiche testimonianze della religione ortodossa; i serbi infatti continuano a chiamare la provincia contesa con la vecchia espressione Kosovo e Metohija, rimarcando proprio la presenza dei monasteri. Per gli albanesi la provincia deve essere semplicemente indipendente e aggiungersi alla pletora dei piccoli stati balcanici nati dalla disintegrazione jugoslava. Inoltre, a Pristina in Kosovo, si è svolta recentemente la visita di Martti Ahtisaari, ex-presidente finlandese e inviato delle Nazioni Unite (23 novembre). Pertanto, in caso di probabili o imminenti trattative, potrebbe trattarsi verosimilmente di un artificio per amplificare le rispettive posizioni negoziali: è accaduto infatti molto spesso nel corso di trattative internazionali che, partendo da posizioni apparentemente molto radicali, in realtà si fosse pronti a mitigarle in vista di un successivo compromesso e tale iniziale ostentazione di radicalismo intransigente fosse diretta principalmente alle rispettive opinioni pubbliche nazionali per manipolarne comunque il consenso sul risultato ottenuto. In tutti questi anni si è del resto osservato come le opinioni pubbliche dei paesi balcanici fossero facilmente pilotabili dalle élites al potere. In altre parole sia gli albanesi che i serbi si preparano a dire di aver ottenuto tutto il possibile nel corso dei negoziati. Al di là del consueto cinismo che accompagna inevitabilmente queste situazioni, il dato positivo per il mondo occidentale è comunque un ulteriore passo in avanti che potrebbe disinnescare finalmente la bomba kosovara. Lo status quo prolungato può essere ora più pericoloso di una svolta ed è opportuno mantenere comunque alta l’attenzione. In Kosovo da un lustro è presente una forza internazionale di pace, dopo l’intervento Nato della primavera del 1999; è in corso il più impegnativo progetto di nation-building messo in atto dall’Onu dal 1945 a oggi e operano inoltre altre organizzazioni internazionali quali l’Osce e l’UE. I ‘quattro pilastri’ della ricostruzione, previsti nella risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza sono infatti: la missione Onu (Unmik), che costituisce l’ossatura portante dell’amministrazione civile provvisoria; l’Alto commissariato per i profughi (Unhcr), che rappresenta la componente umanitaria; l’Osce, quale componente deputata alla ricostruzione politica istituzionale e l’UE, per la ricostruzione economica. Kfor, ovvero la Nato, è responsabile invece per la sicurezza generale e questo compito sembra finora l’unico assolto in maniera soddisfacente. Sulle componenti civili regna regna tuttora incontrastato l’Alto rappresentante del Segretario generale dell’Onu, con poteri ‘vicereali’. Inutile sottolineare che le risorse impegnate in Kosovo sono state ingenti ma i risultati prodotti, in rapporto a queste, piuttosto scarsi. Sulla situazione generale gravano ancora molti problemi e il principale è forse la constatazione che non sia più possibile andare avanti senza una svolta che parta dallo stato attuale. È stata osservata, nel confronto con la Bosnia, una certa disparità: la pace di Dayton era stata definita una “soluzione di compromesso”, imposta in maniera troppo realista e che di fatto aveva riconosciuto la forte posizione acquisita da una delle delle parti, mentre si era sottolineata la caoticità del sostegno alla ricostruzione in quanto gli attori erano entrati in fasi successive e senza coordinamento. In Kosovo, invece, nonostante la maggior attenzione al progetto di ricostruzione e soprattutto le risorse impegnate, i progressi sono stati invece molto più lenti. La contraddizione più vistosa di recente rimarcata è stata anche l’impossibilità di fermare la contro-pulizia etnica avviata dagli albanesi nei confronti della minoranza serba. Innegabilmente una parte della responsabilità di questo fatto grava su chi, nella fase iniziale dello spiegamento sul campo, ha reso all’Uck degli onori eccessivi – quasi da esercito vincitore che aveva liberato il suo piccolo popolo oppresso – e non si è comportato con la doverosa equidistanza richiesta ai peacekeeper. La criminalità organizzata, nonostante gli sforzi della polizia internazionale, prospera e intrattiene proficue relazioni interetniche con altre strutture criminali, come nel caso del fiorente contrabbando con la Serbia-Montenegro. In questo quadro la questione del futuro status del Kosovo è determinante per le ripercussioni che potrebbe avere sui tutti i paesi confinanti, accomunati da una una stabilità politica non ancora salda e del tutto affidabile. Un Kosovo completamente indipendente – e privo di ogni forma di controllo – sarebbe preda delle strutture criminali che già vi operano. L’interlocutore privilegiato in questa situazione è l’UE, già impegnata in Bosnia e Macedonia: l’ascendente europeo (detto volgarmente le aspettative serbe e kosovare in termini di contributi) è alto e si dovrebbe puntare per questo a una soluzione condivisa. Attualmente l’UE è impegnata nella realizzazione dei cosiddetti ‘corridoi’: i Balcani sono un’area fondamentale per assicurare le comunicazioni tra Baltico, Mar Nero e Mare Adriatico. La soluzione dovrebbe puntare alla massima integrazione possibile, intesa come ‘reciproche garanzie’ di stabilità e rispetto. Difficile immaginarla nei dettagli ma ancora più difficile immaginare a tempi brevi un rientro dei contingenti militari. Semmai, vista la fase delicata che si sta attraversando, i contingenti dovrebbero essere rinforzati per assicurare la massima tranquillità durante le trattative. Il problema non è ricostruire uno Stato artificiale come la ex-Jugoslavia di Tito, disintegratasi alla prova dei fatti, ma creare soprattutto rapporti stabili tra le varie componenti con la garanzia di una potenza esterna. Non si tratta di nostalgia per l’età dell’oro dei Balcani ma di razionalità politica, di realismo e moderazione. Si tratta anche di prendere atto che la Serbia, dopo Dayton, è riuscita a ottenere più o meno lo status che voleva per la Bosnia, ma che in Kosovo ha praticamente perso. I vincitori sono ora i kosovari di etnia albanese ma questo loro successo – benchè discutibile in un’ottica occidentale, che aveva fondato sull’etica il suo intervento per fermare la pulizia etnica – non deve essere eccessivamente enfatizzato.
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