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| Anno 2005 | |
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L’arresto in Spagna del ex-generale croato Ante Gotovina, lo scorso 8 dicembre, riporta l’attenzione ai Balcani con riferimento all’attività - svolta e ancora in corso - del Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia. Uno dei maggiori ricercati per crimini guerra è stato ora assicurato alla giustizia, ma si temono ripercussioni in Croazia, dove la figura di Gotovina, per alcuni settori della pubblica opinione, è ben lontana dall’essere considerata quella di un criminale di guerra ma onorata piuttosto come quella di un eroe della guerra di liberazione nazionale. Gotovina è accusato in particolare di essere responsabile della morte di circa 150 serbi della Kraijna quando nel 1995, nel corso dell’operazione Tempesta, questo territorio tornò in mano croata dopo brevi ma violenti combattimenti.
Tra la Croazia e il Tribunale dell’Aja esiste qualcosa di più di una semplice divergenza di opinione sul ruolo di alcuni tra i massimi esponenti della leadership politico-militare croata tra il 1990 e il 1995: in determinati casi c’è stato un vero e proprio scontro aperto con scambio reciproco di gravi accuse. Il Tribunale penale internazionale per la ex-Jugoslavia (International Criminal Tribunal former-Jugoslavia) fu istituito con la Risoluzione 808/1993 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quando i combattimenti nei Balcani erano ancora in corso, basandosi sull’interpretazione estensiva del Capo VII della Carta Onu. Mai sino ad allora si era verificato che il Consiglio di Sicurezza avesse esteso a tal punto la propria competenza in tema di peace-keeping e il richiamo al Capo VII (“a threath to international peace and security”) era perlomeno inusuale: la stessa procedura istitutiva, che di fatto non coinvolse l’Assemblea Generale nel voto finale, fu ritenuta innovativa. L’origine del Tribunale risaliva però alla relazione della commissione Bassouni, che era stata originariamente una commissione d’inchiesta sui crimini di guerra in corso e dai suoi lavori emerse subito un concetto di responsabilità che arrivava al coinvolgimento di numerose figure politiche di livello elevato. Fu però criticamente osservato quasi subito che dietro questa decisione si celava anche l’assoluta impotenza della organizzazione internazionale a far cessare i massacri. La Croazia fino a oggi ha risposto alla richiesta di consegna degli imputati in maniera reticente e altalenante, essenzialmente per l’avvicendamento al governo di partiti e uomini politici che fondavano la loro legittimità storica sulla domovinski rat (guerra patriottica) o meno, ma anche per l’intreccio con la continua strumentalizzazione in politica interna del significato e del valore dell’adesione alla Unione Europea. E’ poco noto infatti che nella ex-Jugoslavia, anche prima della disintegrazione, si era già parlato di adesione alla Comunità ma l’esigenza di libere elezioni ne aveva bloccato gli sviluppi. Quando finalmente si svolsero le prime elezioni libere nel 1990 – all’interno delle singole repubbliche dove prevalsero i partiti nazionalisti e non su scala federale – le cose andarono come è risaputo, ma non per questo venne meno il ‘desiderio di Europa’ tra tutti gli slavi del sud. Già il 13 novembre 1995, pochi giorni dopo la firma degli accordi di Dayton, avvenuta il 10, furono formalizzate le accuse di crimini di guerra nei confronti di alcuni esponenti del fronte croato-bosniaco, tutti diretti collaboratori a vario titolo di Franjio Tudjman, considerati responsabili di crimini contro l’umanità e violazioni della convenzione di Ginevra avvenute nella zona di Mostar. L’opinione pubblica, dopo anni di propaganda sulla ‘santa’ lotta, reagì decisamente male e negli anni successivi l’UE stigmatizzò aspramente e con frequenza il comportamento non collaborativo della Croazia che impediva di condurre le inchieste e negava ogni documentazione. Dopo le elezioni politiche del 2000 il nuovo governo, più disposto a collaborare per riavvicinare la Croazia all’UE, consegnò tutta la documentazione sugli episodi più controversi ma si trovò a fronteggiare un aumento esponenziale nel numero degli accusati, probabilmente non previsto. In altre parole, in breve tempo le accuse del Tribunale misero in discussione tutta la vulgata sull’eroica guerra di liberazione. “Eroi nazionali” (come ad esempio proprio Ante Gotovina) risultarono non solo coinvolti nelle deportazioni di massa dalla Krajina, ovvero una versione più o meno edulcorata della pulizia etnica, ma in casi di vera e propria eliminazione sistematica di civili. In favore di Gotovina si sono pronunciati recentemente anche i vescovi cattolici della Croazia. Stipe Mesic, attuale capo dello Stato, dopo aver affrontato coraggiosamente la maggioranza del paese contraria alla collaborazione, sembrò rappresentare una vistosa eccezione nella galleria dei recalcitranti politici balcanici, a cominciare proprio dalla discutibile condotta risalente al suo predecessore Tudjman e alla sua eredità, ma subì per questo una sconfitta alle elezioni politiche successive e in pratica non fu in grado di consegnare gli imputati al Tribunale. Nel frattempo, sull’onda del risveglio nazionalista provocata da questi fatti, in Croazia sono osteggiate in vario modo ancora non solo le inchieste giudiziarie, ma lo stesso rientro dei profughi serbi nelle Krajine o la frequenza di studenti serbi nelle università, originando tensioni su tutto il processo di normalizzazione: sui muri delle case dei serbi che avrebbero potuto fare rientro fu scritto “Nema oprosta” (nessun perdono). La Croazia, attualmente “euroapatica” e disorientata (come ha scritto recentemente Limes), in vista dell’ingresso nell’UE, fortemente sostenuto ad esempio dall’Austria, deve comunque rimuovere altri imbarazzanti ostacoli, visto che il principale è stato rimosso dalla polizia spagnola. Si attende però ora una riposta anche dalla Serbia per la consegna di Karadzic e Mladic, più volte segnalati in giro per Belgrado o in Bosnia (a Pale) o addirittura nascosti in un convento serbo ortodosso tra le montagne intorno a Rudo. Per concludere sono necessarie alcune considerazioni sul Tribunale e sul suo ruolo. Ci si è posti spesso la domanda se l’attività del Tribunale internazionale dovesse essere interrotta o sostenuta fino in fondo. Dietro queste interpretazioni esistono due concetti opposti dell’ordine internazionale. Da una parte esiste il cosiddetto ‘multilateralismo’, che si impernia sull’attività delle Nazioni Unite e sul diritto internazionale e dall’altra il cosiddetto ‘realismo politico’, pessimista sulle possibilità di stabilire regole uguali per tutti nelle relazioni internazionali. All’origine del Tribunale per la ex-Jugoslavia è stata spesso citata anche l’esperienza della Corte di Norimberga del 1945, che per prima giudicò i crimini contro l’umanità come il genocidio, ma l’eredità di Norimberga è comunque altrettanto controversa. Nelle intenzioni degli Alleati, dopo la seconda guerra mondiale il processo avrebbe dovuto essere una componente del ripristino del nuovo ordine internazionale, basato su principi come il rispetto del diritto e la collaborazione fra Stati e questa stessa esigenza fu sentita fortemente alla fine del decennio balcanico. Il richiamo al diritto esprimeva con forza un’istanza di natura etica, come quella di punire chi si era macchiato di crimini gravissimi, ma fondare esclusivamente sull’etica la politica resta un’impresa rischiosa. La semplice istituzione di un tribunale, con validissime motivazioni, ma senza un adeguato progetto di sostegno e di estesa cooperazione, non sarà mai sufficiente. Norimberga si arenò davanti alle mutate condizioni del quadro internazionale e la Corte dell’Aia opera oggi in un contesto di profonde trasformazioni di un sistema internazionale che si sente minacciato da ben altri pericoli.
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