Anno 2005

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Segnali collaterali e trattative per lo status definitivo del Kosovo

Giovanni Punzo, 15 dicembre 2005

A più di due settimane dall’inizio delle trattative sul futuro status del Kosovo le posizioni si stanno delineando con sempre maggiore chiarezza ma paradossalmente ipotizzare una conclusione, sia nella sostanza dell’accordo che nei tempi necessari per raggiungerlo, diventa un’impresa sempre più difficile. Le stesse modalità dei negoziati mostrano evidenti difficoltà: le parti infatti non siedono insieme a un unico tavolo per discutere, ma vari negoziatori esterni effettuano visite separate rilasciando alla fine dichiarazioni. Il pensiero ci riporta indietro, almeno alle trattative di Parigi tra Vietnam del Nord e Stati Uniti, quando, agli inizi degli anni Settanta dello scorso secolo, solo per accordarsi sulla forma e sulla disposizione dei tavoli, furono necessarie settimane. E’ però confortante ricordare che all’epoca un accordo fu raggiunto comunque.

I rappresentanti albanesi del Kosovo continuano dunque a reclamare la piena indipendenza tout court mentre il governo serbo è disposto a concedere “più dell’autonomia”. Il primo concetto è semplice, mentre il secondo richiede una certa immaginazione: un paese indipendente è un paese sovrano, ma che cosa sia un paese “più che autonomo” risulta meno chiaro. Osservando la situazione dall’esterno sembra invece che Kfor stia continuando ad assolvere bene il suo compito principale e cioè il mantenimento dell’ordine in tutta la provincia, più che mai necessario durante queste delicate trattative, come ha sottolineato da Pristina anche il commissario europeo alla sicurezza e politica estera Javier Solana (ex segretario generale della Nato). I segnali si devono quindi cogliere da tanti piccoli fatti in apparenza non strettamente connessi tra loro o rilevanti in sé, ma che concorrono e convergono a delineare il quadro generale, chiarendolo e facendone intuire probabili sviluppi.

Un primo segnale viene dall’annuncio congiunto del governo serbo e della missione Onu in Kosovo (6 dicembre) sulla creazione di 14 stazioni di polizia (delle quali dodici in aree serbe) e si tratta di un aspetto importante. In passato il controllo di numerosi punti sensibili, ovvero di minoranze serbe in aree a maggioranza albanese, era stato affidato all’inizio direttamente a Kfor (con ovvio dispendio di energie e dispersione di forze) ma progressivamente queste funzioni erano state trasferite alla polizia; questi punti sensibili rappresentavano i termometri della tensione etnica. Mano a mano che Kfor aveva ridotto questo tipo particolare di impegno, le minoranze serbe avevano levato acute proteste, e in certi casi anche giustamente, sebbene questa progressiva riduzione fosse stata sempre attuata con cautela e accuratamente preparata, sensibilizzando e informando con anticipo la popolazione. Il significato reale di questa notizia risiede pertanto nella nuova fiducia che le autorità serbe sono disposte ad accordare all’amministrazione Onu sul tema della sicurezza proprio nella fase delle trattative. Non è nemmeno casuale che, a conclusione di questo annuncio, si sia accennato anche alla situazione di Kosvska Mitrovica, uno dei punti più sensibili della tensione etnica e focolaio dei disordini del marzo 2004.

Un secondo piccolo ma significativo segnale viene dalla dichiarazione della chiesa ortodossa (6 dicembre): apertura alle trattative e sostegno alla delegazione serba per ottenere una soluzione “concordata, ma non imposta”. In questi anni il ruolo svolto dalla chiesa ortodossa è stato di fondamentale importanza per ottenere la collaborazione di tutti quei serbi che non avevano assunto posizioni oltranziste nel processo di stabilizzazione del Kosovo. D’altro canto però erano state proprio le istituzioni religiose ortodosse le più esposte alla tensione etnica, come si era verificato nel marzo 2004. Questo ruolo moderato della chiesa (ma fino a un certo punto) si era delineato sin dai primi tempi dell’amministrazione Onu condotta dal francese Bernard Kouchner, che aveva rivolto molta attenzione al gruppo di Gracanica, un gruppo di religiosi e laici più disposti ad accettare le esigenze imposte dal nuovo ordine di cose.

In realtà l’intervento di Kouchner (e le sue frequenti visite) presso i serbi di Gracanica nel tentativo di convincerne altri ad accettare e sostenere la politica multietnica sostenuta dall’Onu sortì poco dopo un effetto opposto: la maggioranza serba fini per considerare i monaci alla stregua dei collaborazionisti e dovette passare molto tempo prima che il gruppo del dialogo tornasse a essere legittimato e a rappresentare una parte consistente dell’etnia serba. Un intervento della chiesa in questo momento significa quindi che l’assemblea dei vescovi ortodossi è tornata a rivestire un ruolo autorevole nel processo in atto.

Il terzo segnale, il più complesso, viene dalle dichiarazioni di Thomas Feiner (5 e 6 dicembre), giurista svizzero, esperto di diritto internazionale e di diritto federale, attualmente consulente della commissione serba incaricata dei negoziati. Dall’autorevolezza che gli deriva dalla sua eminente figura di studioso (e dalla sua obiettività manifesta, essendo svizzero) ha dichiarato che, qualora la sua imparzialità nell’incarico venisse messa in discussione, sarebbe pronto a dimettersi. Il presidente serbo Tadic aveva infatti criticato la posizione ufficiale svizzera di risolvere la questione del Kosovo con l’indipendenza ma aveva suggerito una divisione in due entità, sul modello bosniaco, soluzione che però nessuno caldeggia (contrari soprattutto Ashdown e Solana).

Il ruolo di Feiner è probabilmente quello della figura chiave per determinare proprio il futuro “profilo giuridico” dello status del Kosovo, ovvero definire i limiti e le prerogative di uno Stato che sia “più che autonomo”, ma non “indipendente”, secondo l’impostazione serba. Se si fosse trattato di un contrasto serio le dimissioni sarebbero state immediate e senza repliche ma, dopo la sua dichiarazione resa nota dal governo serbo, l’imparzialità ne esce rafforzata. La commissione serba potrebbe contare non solo su un semplice esperto, ma su un esperto “assolutamente imparziale”, la cui proposta sullo status del Kosovo andrebbe presa in seria considerazione.

Se la Serbia ha definitivamente compreso che le controversie politiche ed etniche si devono affrontare in modo pacifico e risolvere con negoziati all’interno dei quali tutti godono di pari dignità, questi segnali indicano indirettamente l’accettazione di questa nuova situazione internazionale, ma anche la capacità di coordinare prese di posizione e opportunità politiche durante queste trattative. Altri segnali giungono anche dal fronte dei kosovari albanesi, ma piuttosto confusi. Tra l’altro l’ex-primo ministro del Kosovo ha dovuto accettare con un certo imbarazzo la sua situazione di inquisito all’Aia, derivante dalla sua passata attività come membro dell’Uck; almeno temporaneamente, è stato imposto il suo ritiro dalla vita pubblica. In questi frangenti la Serbia si conferma la controparte forte, facilmente identificabile, mentre il Kosovo che auspica la propria indipendenza sembra ancora una galassia di poteri con tanti piccoli signori della guerra.

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