Anno 2005

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Cittadinanza etnica, come produrre profughi nei Paesi balcanici

Giovanni Punzo, 23 dicembre 2005

Tra i vari problemi dei Balcani, è tornato di recente ad affacciarsi quello dei profughi: una questione molto seria, endemica e ancora largamente diffusa. Occorre fare una precisazione lessicale in quanto, sotto la definizione generica di “profughi” oggi adottata, le organizzazioni internazionali distinguono due categorie: i “refugees”, ovvero i profughi propriamente detti e cioè quelli che attraversano una frontiera per porsi in salvo, e i “displaced” (il termine corretto potrebbe essere “sfollati”), ovvero quelli che abbandonano la propria casa ma non varcano i confini nazionali. I primi godono di una sorta di status conferito loro dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), mentre i secondi, nella stragrande maggioranza dei casi, sono persone in stato di bisogno. Fu il caso della Bosnia dal 1992 al 1995 dove la situazione più difficile riguardò proprio tale categoria di profughi interni.

È intuitivo come i cambiamenti dei confini intercorsi dal 1990 a oggi in tutta l’area balcanica e le diverse legislazioni in tema di cittadinanza adottate dai nuovi Stati – tutte più o meno incentrate sull’aspetto etnico della cittadinanza – abbiano modificato lo status di centinaia di migliaia di persone in una categoria o nell’altra, ma sostanzialmente non ne abbiano per questo migliorato le condizioni di vita. In Bosnia, in Kosovo e in Croazia decine di migliaia di persone non hanno ancora potuto far ritorno. E’ eccessivo parlare di una emergenza umanitaria, ma si tratta di una questione seria, ancora irrisolta e che grava su tutto lo scenario.

Tutta la storia dei Balcani può essere letta come un continuo assestamento (detto in modo molto eufemistico) di popolazioni per motivi etnici o religiosi, un flusso incrociato di esuli sconfitti e presunti liberatori. La tendenza generale in tutti i processi di formazione degli Stati è sempre stata quella di eliminare o ridurre la presenza di comunità non appartenenti al ceppo maggioritario, anche nella parte non-balcanica dell’Europa. Basti ricordare, senza andare troppo indietro nel tempo, che dopo la prima guerra mondiale i profughi furono milioni. Infatti, prima del 1914, gli europei governati da una potenza straniera erano circa sessanta milioni e dopo la guerra diventarono “solo” venticinque.

Dalle rovine dell’impero austro-ungarico, di quello russo zarista e di quello turco ottomano sorse una dozzina di altri Stati. A parte la Cecoslovacchia e la Jugoslavia, ognuno di essi era solo in apparenza monoetnico e fu concesso ai quei cittadini di optare per altri nuovi Stati entro un anno. Molti non lo fecero e le possibilità restarono quattro: la modifica dei confini, in modo da evitare di includervi minoranze; l’emigrazione e lo scambio di popolazioni; l’assimilazione forzata o l’eliminazione delle minoranze; l’adozione di costituzioni nazionali che garantissero i particolari diritti.

Per un complesso di motivi fu scelta la seconda soluzione e un milione e mezzo di persone fu scambiato tra Grecia e Turchia, circa trecentomila tra Turchia e Bulgaria; due milioni di polacchi e due milioni di russi e ucraini dovettero spostarsi e almeno trecentomila baltici. Anche nelle parti annesse dall’Italia dopo il 1918 si vennero a creare delle minoranze ma, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra e dopo la parentesi degli anni Sessanta in provincia di Bolzano, il nostro Paese seppe trovare alcune soluzioni accettabili per tutti. Il Trattato di Losanna del 1923 non fece che prendere atto della situazione venutasi a creare tra Grecia e Turchia con lo spostamento fisico di milioni di persone tra Europa e Asia minore.

Sono cifre sconvolgenti ma, al di là del dramma, rappresentano la costante storica della tendenza alla monoetnicità degli Stati. Le conseguenze della seconda guerra mondiale furono ancora peggiori perché si sommò l’aspetto ideologico. Basti pensare ai cecoslovacchi di lingua tedesca (su quali pesava la colpa di aver provocato l’annessione del loro paese al Reich) che ne pagarono in massa le conseguenze anche se, nonostante la propaganda, non si trattava affatto di una popolazione composta esclusivamente da nazionalsocialisti convinti o criminali di guerra.

Nel marzo 2002, in Bosnia, nella zona di Visegrad, a dispetto degli ottimistici comunicati delle organizzazioni internazionali e nonostante un andamento dei rientri abbastanza positivo, esistevano ancora dei campi profughi che ospitavano moltissimi bosniaci sfollati da varie zone. Una domanda precisa fece scoprire che si trattava esclusivamente di matrimoni misti, respinti quindi da ambedue le etnie. Uno dei pochi successi della politica interetnica della ex-Jugoslavia veniva alla luce come ostacolo al processo di formazione dei nuovi Stati.

Nella vecchia Jugoslavia, secondo statistiche ufficiali, i matrimoni misti rappresentavano almeno il 12 per cento del totale, smentendo in parte l’immagine della società balcanica perennemente imperniata di odi atavici insanabili. A parte le considerazioni politiche, restavano dei drammi umani e personali difficili da dimenticare ancora oggi, soprattutto per le condizioni di vita dei più giovani. Da mesi il governo bosniaco aveva sospeso gli aiuti a tutti i profughi interni, la disoccupazione continuava a essere elevata e la maggior parte si trovava di fronte a una scelta che escludeva automaticamente il coniuge o il resto della famiglia.

In Kosovo un problema è attualmente rappresentato un po’ da tutte le minoranze presenti, non solo quindi da quella serba. Esistono: una minoranza rom sparsa per tutta la provincia, una minoranza turca, una egiziana, una circassa (retaggi dell’impero ottomano) e una minoranza valacca, le cui origini risalgono ancora a prima della conquista turca. Nella zona di Mitrovica, una delle più calde del Kosovo per rischio etnico, si trovano migliaia di rom in condizioni di vita disastrose da almeno sei anni. Tutta l’area a sua volta, a causa di una gestione ambientale catastrofica perpetuata per decenni, rappresenta una vera e propria bomba ecologica difficile da disinnescare. Su tutta la zona impera incontrasta la disoccupazione. Ad essa si potrebbe ovviare riaprendo le industrie estrattive un tempo in funzione, ma l’inquinamento da metalli pesanti è tale da richiedere dei costi di bonifica astronomici che nessuno si vuole assumere.

Una situazione tutt’altro che semplice e poco nota, visto che i mezzi di comunicazione non si occupano di quanto accade in sacche residue in un paese a sua volta dimenticato. Le ricchezze minerarie del Kosovo, che indubbiamente costituiscono una parte non irrilevante dell’interesse di molti per questa regione, evocano l’immagine del mendicante seduto su un tesoro che non può utilizzare. Per quanto si tratti di un discorso che si basa su una considerazione molto cinica, anche questo è uno dei tanti problemi che vanno “risolti sul posto”. E’ difficile immaginare oggi anche il più generoso paese europeo che spalanchi le braccia a queste vittime di conflitti etnici, di disastri economici e catastrofi ambientali e per di più prive di una formazione tale da poterle inserire in qualsiasi sistema sociale o produttivo.

Dopo la questione generale della integrazione tra i nuovi paesi balcanici, la questione delle minoranze sarà un altro difficile terreno di mediazione sul quale l’Unione Europea dovrà trovare una soluzione accettabile per tutti, ma che non si fondi sul principio di Losanna. Pur nell’esigenza di accelerare il processo di normalizzazione e integrazione nei Balcani, non si deve cedere alla pericolosa tentazione di una soluzione simile a quella adottata dopo il Trattato di Versailles e cioè lo scambio delle popolazioni e le compensazioni territoriali, evitando quindi l’annessione alla Serbia della parte settentrionale del Kosovo. Sulla UE pesa quindi anche il fardello di evitare in futuro che il problema delle minoranze torni a diventare esplosivo nei suoi piccoli focolai incontrollati e che i diritti di queste trovino un sistema di tutela e di garanzia. Nel loro e nel nostro interesse.

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