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| Anno 2005 | |
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Pagine di Difesa |
Il Cocer Carabinieri con un comunicato stampa divulgato il 05 aprile 2005 ha, in un'unica pagina, evidenziato una serie di incongruenze che la cosiddetta "Legge dei generali" - così definita dall'organo centrale di rappresentanza della Forza armata - ha creato da cinque anni a questa parte, ovvero dall'entra in vigore del decreto legislativo 5 ottobre 2000 n. 297. Ciò che sorprende non è tanto il contenuto, che può essere più o meno condiviso, ma la scelta del tempo: cinque anni.
La riforma di vertice dell'Arma dei Carabinieri doveva rispondere a un obiettivo di ridefinizione della missione per una Forza armata che della duplice identità ne ha fatto un motivo di vantaggio competitivo, storicamente, e attualmente apprezzato. La stessa riforma, nell'assumere il carattere di una vera e propria operazione di benchmarking, doveva tentare di ridisegnare le professionalità delle risorse umane coerentemente con una nuova caratterizzazione della stessa, con livelli organico-ordinativi adeguati e con un sostegno logistico che evitasse una centralizzazione non risolutiva, adeguando il modello a un'aderenza sul territorio capace di dare risposte in autonomia, sull'impiego degli uomini e sulla ottimizzazione dei costi. Per tutto questo, quindi, diventa sorprendente ritenere che la rappresentanza centrale non ne sia stata coinvolta sin dall'avvio della riforma e che non si sia chiesta se la riorganizzazione dei comandi, dei vertici e della struttura logistica poteva rispondere in futuro agli obiettivi che la Forza armata si sarebbe proposta. In un mio commento del 8 agosto 2004 pubblicato su questo sito e dal titolo "Carabinieri, Forza armata e Forza di polizia", da periferico analista avevo cercato di sottolineare quali fossero i veri aspetti della riforma e quali vuoti essa lasciasse nel suo impianto strategico, ovvero di missione, al di là dell'apertura dei vertici e di contrazione, invece, delle opportunità di carriera per i gradi intermedi e della dirigenza inferiore, saturando tutte le possibilità di promozione offerte in questi anni dalla legge di riforma. Il problema della riforma di vertice e non riorganizzativa del modello-Arma in termini concreti è stato più volte rappresentato anche da ufficiali più giovani, prescindendo dalla provenienza (Accademia miltare o Ruolo speciale). Un'opinione diffusa, scevra da protagonismi o carrierismi, senza veder coinvolta la rappresentanza, ma con spirito di collaborazione criticamente costruttivo, con la quale si sottolineava non solo che la legge riguardo all'avanzamento si articolava prevedendo una quasi assoluta discrezionalità nel valutare titoli e capacità, ma anche, da un punto di vista sostanziale, il fatto di non aver voluto risolvere una volta per tutte il dilemma del coordinamento fra le varie forze di polizia, prevedendo un capo del Dipartimento della P.S. da attribuire a una carica terza, ovvero prefettizia, assunta a rotazione da vertici delle Forze di polizia, evitando che sia ancora esclusivamente ricoperta dal capo della Polizia. Non solo. La scelta di realizzare un sistema di sostegno logistico fondato sulle operazioni in outsourcing, se per alcuni aspetti poteva essere adeguato come aderenza (ovvero nell'uso della manutenzione programmata in garanzia degli automezzi) sarebbe diventato molto più difficile da sostenere in altri servizi quotidiani, gestione delle mense comprese, a meno che non si fosse scelto di contrarre risorse da altre attività ritenute rilevanti: missioni fuori area, acquisizione di tecnologia ad alti costi e minor rendimento operativo. Oltre a ciò - ed è forse questo l'argomento che tocca molto più da vicino la riforma - anche la qualificazione in itinere delle risorse umane, in particolare gli ufficiali, diventa un tema ricorrente e sensibile nel determinare una criticità del sistema che era presumibile dall'impianto stesso della legge di riforma. La possibilità-opportunità di frequentare i corsi Issmi, le modalità di selezione ancora oggi molto nebulose, il riempimento dei ruoli al di là dei titoli, le attribuzioni specifiche previste per incarichi determinati ed essenziali da soddisfare anche se non si raggiungerà l'obiettivo della promozione, ha aumentato le ragioni del contenzioso. Non solo. Nella corsa al titolo, la stessa formazione di stato maggiore non è più solo funzionale all'impiego, ma risponde alle ragioni di creare una distinzione nelle professionalità al punto da rendere insormontabile, sin dai primi gradi della carriera dirigenziale, ogni minima possibilità di crescita del personale non qualificato Issmi, cooptando di fatto gli accessi, salvo alcune eccezioni, e limitando le possibilità-opportunità di pari formazione ad altri ufficiali. Quindi, il rischio che un sistema discrezionalmente definitosi in questi pochi anni nella scelta della classe dirigente futura si ripieghi su se stesso è evidente per difetto di elasticità e di flessibilità dell'Istituzione. Con questo, insomma, è necessario - per il rispetto che è dovuto all'Arma dei Carabinieri quale Istituzione fatta di uomini, al di là dei personalismi di maniera - che l'accreditamento dell'Istituzione si giochi non solo nella ridenominazione di reparti nel dover soddisfare un nuovo livello ordinativo, ma nel raggiungere un traguardo di qualità e uno standard di efficienza che non può essere stato sottovalutato nel tempo della riforma. Si tratta, quindi, di riuscire a coinvolgere ogni risorsa nella ridefinizione della missione senza nascondersi nella dimensione periferica del problema, di ogni problema, affidando al livello tattico (mi si consenta il termine militare) le sorti e gli obiettivi che sfuggono a un livello strategico vincolato a logiche di vertice. Per questo, rileggendo il comunicato stampa, mense, officine, nuclei radiomobili ancora dimensionati a esprimere un equipaggio per turno, rappresentano soltanto delle conseguenze: il risultato di un modello che non ha verificato prima la missione organizzativa e poi i centri decisionali più opportuni. Una verifica che sarebbe stata difficile, passo dopo passo, per una riforma disegnata secondo architetture diverse da ciò che si intende per Forza armata in termini di missione e di organizzazione. Tuttavia, guardando al futuro, la possibilità di crescere è insita soltanto nella partecipazione e condivisione delle risorse che compongono un'Istituzione al cambiamento. Un cambiamento voluto da pochi rischia solo di mettere in crisi la struttura vincolando le scelte a personalismi d'occasione, creando reparti soltanto in funzione di un livello ordinativo per un altro incarico di comando la cui aderenza teorica rischia di scontrarsi con i risultati concreti. Ciò di cui si ha necessità è di disporre di un modello capace di valorizzare le risorse umane - sia nella dimensione militare che più prettamente di polizia - secondo le abilità e le capacità che ognuno esprime. E questo non dovrebbe sfuggire a un organo di rappresentanza. Pertanto, sia nella scelta operativa del livello di comando più adeguato che nell'assicurare l'autonomia logistica per l'aderenza del dispositivo nazionale e nelle missioni fuori area, il disporre di un modello significativamente efficiente e di quadri capaci di vivere la sfida mediatica non può più affidarsi alla quotidiana opera di chi, accontentandosi del proprio livello raggiunto, serve - al di là di tutto e senza ricorrere ad aule di giustizia amministrativa per raggiungere aspettative di carriera disattese, mettendo da parte i propri titoli, qualifiche ed esperienze sul terreno - un'Istituzione che proprio nel vivere quotidiano trova la sua forza per essere ancora competitiva.
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