Anno 2005



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Egitto, politica e democrazia

Giuseppe Romeo, 12 settembre 2005

Le elezioni in Egitto dovevano rappresentare il momento di verifica dell’esistenza di un processo verso la democratizzazione del mondo arabo e degli Stati che più di ogni altro lo rappresentano: l’Egitto fra tutti. L’aspettativa di un cambiamento, in realtà poco probabile nelle valutazioni oggettive, poteva essere giustificata se il valore dell’alternanza e della partecipazione diffusa delle classi sociali al gioco politico fosse un aspetto condiviso e presente nelle istituzioni dei cosiddetti paesi arabi moderati, ma così non è.

L’Egitto ha scelto il suo “faraone”, parafrasando un titolo d’effetto di chi si aspettava un risultato diverso apparso su un quotidiano italiano a firma di un autorevole - così ritenuto in Italia - egiziano. E ha scelto Mubarak. Ha scelto nuovamente il successore di Sadat. E ha scelto, con questi, una continuità mediterranea del mondo arabo che non si arresta nemmeno di fronte alla parentesi terroristica. Anzi, il terrorismo stesso ne ha rafforzato, nell’incertezza che insegue, la certezza di una leadership ancora oggi al potere di fronte alla paura di un cambiamento.

In tutto questo restano fermi gli aspetti di sempre. E cioè che il Mediterraneo rappresenta nell’animo degli egiziani a tutt'oggi una regione instabile a causa della diffusione degli effetti delle crisi mediorientali, del terrorismo. Effetti che si estendono a tutta l’area islamica, dal Maschrak al Maghreb. Ragioni a metà strada tra l’Occidente e il mondo arabo dove le risposte politiche del primo si annichiliscono nelle formule di una democrazia di esportazione attraverso una guerra senza sbocchi, senza alternative politiche a vantaggio del secondo.

Ma l’instabilità, che cerca nella conferma di Hosni Mubarak una soluzione seppur temporanea, è determinata anche dalla eterogeneità culturale e religiosa dei nuclei sociali presenti, oltre che dalla differenziazione in termini di possibilità economiche e di qualità della vita che marginalizzano le classi più povere e che rendono insicura qualunque prospettiva politica non consolidatasi come leadership.

Così, anche se in Egitto non muta il leader, certamente il Cairo è consapevole - soprattutto dopo gli attentati di Taba e di Sharm el-Sheik - che la sua proiezione mediterranea realizza quel punto di contatto e di contiguità politica non solo con l’Occidente, ma in particolare con i modelli antagonisti del radicalismo islamico che si autorappresenta come l’unico strumento al momento capace di realizzare una sorta di coscienza araba transnazionale.

Mubarak e le autocrazie al potere in Medio Oriente restano in gioco per l’Occidente perché rappresentano gli unici argini possibili, ancora oggi, a ipotesi teocratiche come avvenuto in Iran. Le uniche opportunità disponibili per contenere la diffusione politica di un Islam popolare che mira a catalizzare il sentiment e la rabbia delle classi povere.

Quelle classi che rappresentano il bacino migliore per il terrorismo ma che potrebbero, se riorientate in termini di possibilità di crescita e di reddito, rappresentare al contrario la nuova base elettorale, popolare, democratica che ancora oggi è completamente assente nella dialettica interna e che si manifesta, come reazione, nell’azione terroristica.

Quella alternativa per la rinascita dei paesi in via di sviluppo dell'Africa e del mondo arabo, depositaria delle aspettative degli esclusi in ragione della difficile coesistenza fra regimi pseudodemocratici e veri e propri sistemi oligarchici di gestione del potere tipici dei paesi arabi più ricchi.

Per questo l’Egitto rimane il paese delle contraddizioni. Un paese a metà strada fra la necessità laica di un potere personale, un Islam modernista e possibile e un Islam popolare. Fra la sopravvivenza del mito dell’unità islamica e l’affermazione di una laicità araba necessaria, ma che non è ancora un valore condiviso ma solo una semplice assicurazione sulla longevità di un leader senza alternative.

Tuttavia, anche in questo caso l’Occidente, in un’ottica limitata da una ragione più economica che politica delle relazioni d’area, è rimasto in disparte. Si è proposto come osservatore distratto di un risultato scontato perché privo dei presupposti che ne avrebbero potuto modificare l’andamento. Una posizione defilata che è il segnale più evidente di quanto si sia lontani da una volontà vera di promuovere, più che di esportare, valori democratici che rendano il Mediterraneo uno spazio di opportunità condivise, di diritti e garanzie sui quali costruire un futuro comune senza retoriche e opportunismi di facciata.

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